C’è un’immagine che più di ogni altra racconta cosa abbia significato essere Sandro Mazzola: il 4 maggio 1949, un bambino di appena sei anni si ritrova circondato da adulti in lacrime che gli accarezzano la testa senza trovare parole. Sulla collina di Superga si era appena spezzato il destino del Grande Torino e con esso la vita del padre Valentino Mazzola, il mito assoluto del calcio italiano del dopoguerra. Per chiunque altro, quel cognome sarebbe stato una condanna o un macigno impossibile da sostenere. Per Alessandro, per tutti Sandrino, è diventato invece il punto di partenza di un’avventura umana e sportiva irripetibile, chiusa con la sua scomparsa all’età di 83 anni.
Rimasto orfano, Mazzola crebbe tra l’oratorio di San Lorenzo a Milano e l’affetto protettivo di figure storiche dell’Inter. Fu Benito Lorenzi, detto «Veleno», a bussare alla porta di casa a Cassano d’Adda portandogli scarpini e pallone, mentre Giuseppe Meazza ne curò i primi fondamentali tecnici. Sandrino e il fratello Ferruccio diventarono ben presto le mascotte di Appiano Gentile e di San Siro, respirando l’odore dello spogliatoio ben prima di calcare l’erba da professionisti.
Il battesimo del fuoco nel giorno della protesta di Moratti
Il destino gli riservò un debutto da romanzo il 10 giugno 1961. Per protesta contro la Federazione, il presidente Angelo Moratti e il tecnico Helenio Herrera decisero di mandare la formazione Primavera a disputare la ripetizione della sfida contro la Juventus di Sivori e Boniperti. Finì 9-1 per i bianconeri, ma l’unico gol interista lo firmò proprio quel ragazzino magro di diciotto anni, reduce da un’interrogazione scolastica la mattina stessa. Da quel giorno, la maglia dell’Inter rimase la sua seconda pelle per diciassette stagioni consecutive.
Collocato tatticamente a metà tra la mezzala classica e la seconda punta moderna, Mazzola possedeva uno scatto bruciante, una progressione elegante a testa alta e un senso del gol implacabile. Helenio Herrera ne fece l’arma letale della sua Grande Inter, la squadra che cambiò i canoni del calcio europeo con la filastrocca indimenticabile: Sarti, Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi, Jair, Mazzola, Milani, Suárez, Corso.
La notte di Vienna e l’abbraccio di Ferenc Puskás
La consacrazione internazionale arrivò il 27 maggio 1964 al Prater di Vienna, nella finale di Coppa dei Campioni contro i leggendari campioni del Real Madrid. Prima del fischio d’inizio, Mazzola rimase fermo nel tunnel, quasi intimidito al cospetto di mostri sacri come Di Stéfano e Puskás; fu Luis Suárez a dargli una spinta per farlo entrare sul terreno di gioco. In campo, Sandro dominò la scena con due reti magistrali nel 3-1 finale: il primo con una sventola da fuori area a fil di palo, il secondo approfittando di un errore difensivo per battere il portiere con un tocco d’esterno. A fine gara, Ferenc Puskás gli si avvicinò, gli consegnò la propria casacca bianca e gli disse una frase destinata alla storia: «Sei degno di tuo padre Valentino».
In nerazzurro vincerà quattro scudetti, due Coppe dei Campioni e due Coppe Intercontinentali, collezionando complessivamente 565 presenze ufficiali e 158 reti, oltre a laurearsi capocannoniere della Serie A nel 1965 e sfiorare il Pallone d’Oro nel 1971, superato solo da Johan Cruyff.
Lampi da record, notti di coppa e vertici realizzativi
Il suo repertorio balistico ha regalato istantanee entrate direttamente nella memoria collettiva. Il 24 febbraio 1963, in un derby contro il Milan di Rocco, gli bastarono appena 13 secondi dal fischio d’inizio per scambiare al volo, bruciare la retroguardia rossonera e firmare il gol più veloce della storia della stracittadina milanese per quasi sessant’anni.
Memorabile fu anche la semifinale di ritorno di Coppa dei Campioni contro il Liverpool, il 12 maggio 1965 a San Siro: per ribaltare l’1-3 dell’andata, Mazzola firmò la rete del 3-0 con uno stop di petto al limite dell’area, una finta a rientrare a disorientare il marcatore e una staffilata sotto l’incrocio. Quell’annata coincise con il suo vertice realizzativo personale: capocannoniere del campionato con 17 centri, scudetto e trionfo europeo bis contro il Benfica.
La staffetta di Messico ’70 e l’epopea azzurra
Con la maglia della Nazionale, Mazzola ha scritto capitoli altrettanto indelebili: 70 presenze, 22 reti e tre partecipazioni ai Campionati Mondiali. Nel 1968 fu tra i protagonisti della conquista del Campionato Europeo nella ripetizione della finale di Roma contro la Jugoslavia.
Due anni più tardi, a Messico ’70, fu decisivo nei quarti di Toluca contro i padroni di casa messicani, ribaltando lo svantaggio iniziale e trascinando gli azzurri al 4-1 finale. In quel torneo nacque la celebre «staffetta» con Gianni Rivera, voluta dal commissario tecnico Ferruccio Valcareggi. Quella dualità, che spaccò l’Italia sportiva tra mazzoliani e riveriani, fu in realtà lo specchio di un’epoca dorata del nostro calcio: due fuoriclasse diversi nello stile ma accomunati da un rispetto reciproco profondo, capaci di spingere gli azzurri fino alla leggendaria semifinale del secolo contro la Germania Ovest e alla finale contro il Brasile di Pelé.
Dalla scoperta del Fenomeno alla voce del racconto televisivo
Conclusa la carriera sul rettangolo verde nel 1977, il legame con il calcio non si è mai interrotto. Da dirigente dell’Inter, sotto la presidenza di Massimo Moratti, fu il principale artefice dell’operazione che portò a Milano il fenomeno brasiliano Ronaldo nel 1997. Più tardi visse anche un’esperienza dirigenziale nel Torino, chiudendo un cerchio ideale con la squadra del padre.
Negli anni successivi è stato una presenza familiare nelle case degli italiani come commentatore televisivo, portando nelle analisi la stessa pacata autorevolezza e ironia sottile che lo contraddistinguevano.
Con la scomparsa di Sandro Mazzola se ne va uno degli ultimi testimoni del calcio romantico, l’uomo del «baffo» che ha dimostrato al mondo come l’eredità di un mito non debba per forza schiacciare chi la riceve, ma possa trasformarsi nel motore di una leggenda interamente propria.
