Una donna in parapendio viene trascinata da una tempesta oltre il confine più sorvegliato del mondo e atterra letteralmente nella vita di un ufficiale nordcoreano; un uomo immortale attraversa nove secoli aspettando qualcuno capace di liberarlo dalla propria maledizione; il figlio di un uomo ucciso decide che la vendetta migliore sarà aprire un piccolo ristorante a Itaewon e aspettare anni per vedere cadere chi gli ha portato via tutto; cinque amici crescono negli stessi vicoli di Seoul mentre intorno a loro cambia la Corea; una donna dedica quasi tutta la propria vita adulta a costruire una vendetta contro i compagni che l’hanno torturata al liceo; un imperatore attraversa un universo parallelo a cavallo, un alieno vive sulla Terra da quattrocento anni e una schermitrice adolescente continua ad allenarsi mentre una crisi economica sembra cancellare il futuro che aveva immaginato.
Sono Crash Landing on You, Goblin, Itaewon Class, Reply 1988, The Glory, The King: Eternal Monarch, My Love from the Star e Twenty Five Twenty One, ma potrebbero essere anche Mr. Sunshine, Extraordinary Attorney Woo, Descendants of the Sun, Coffee Prince, Queen of Tears, Hospital Playlist, Boys Over Flowers, My Mister o decine di altri titoli che negli ultimi vent’anni hanno trasformato il drama coreano da prodotto televisivo nazionale in una delle forme di intrattenimento più riconoscibili della cultura pop contemporanea.
Ridurre tutto questo alle storie d’amore sarebbe però il modo più semplice per non capire perché i K-drama funzionano così bene. Certo, l’amore è spesso il motore della storia, ma intorno possono esserci universi paralleli e reincarnazioni, conflitti familiari e disuguaglianze sociali, chaebol e piccoli ristoranti, serial killer e fantasmi, crisi finanziarie, traumi scolastici, uffici, ospedali, tribunali e famiglie che si formano molto prima di accorgersi di esserlo. Soprattutto, c’è una forma narrativa che raramente ha paura dell’emozione e che può passare, talvolta nel giro dello stesso episodio, dalla commedia al lutto, dal romanticismo alla critica sociale, senza considerare queste contraddizioni un difetto.
È anche questa libertà a rendere difficile parlare del K-drama come di un semplice genere: è piuttosto un sistema narrativo dentro il quale convivono generi differenti, codici ricorrenti e un rapporto con i personaggi costruito spesso su sedici episodi abbastanza lunghi da permettere allo spettatore di entrare nelle loro case, conoscere i genitori, capire i silenzi, affezionarsi agli amici e persino ai comprimari che inizialmente sembravano irrilevanti. Quando una serie finisce, proprio per questo, raramente si ha la sensazione di avere semplicemente terminato una storia.
Se non ne avete mai visto uno, l’estate può quindi essere il momento giusto per cominciare. Non necessariamente dai dieci «migliori» in senso assoluto, perché una classifica del genere sarebbe inevitabilmente discutibile, ma da dieci serie capaci di raccontare dieci ragioni differenti per cui vale la pena entrare nell’universo dei drama coreani.
1. Goblin – Guardian: The Lonely and Great God
Kim Shin cammina sotto la neve con una spada conficcata nel petto che soltanto una persona può vedere. È stato un generale, è morto, è stato condannato all’immortalità e da secoli osserva gli esseri umani nascere, invecchiare e scomparire mentre lui rimane esattamente dov’è. Poi incontra Ji Eun-tak, una ragazza che sostiene di essere la «sposa del Goblin» destinata a mettere fine alla sua vita eterna.
Basterebbe questa premessa per capire quanto Goblin sia lontano dall’idea, ancora sorprendentemente diffusa, che i K-drama siano semplicemente commedie romantiche costruite intorno a una coppia particolarmente bella. Qui il romance convive con la mitologia, la reincarnazione, il lutto e una continua riflessione sulla memoria, sul tempo e su ciò che rende preziosa una vita proprio perché destinata a finire.
Gong Yoo e Kim Go-eun reggono il cuore romantico della storia, ma a rendere Goblin qualcosa di più contribuisce soprattutto il rapporto tra il protagonista e il Grim Reaper interpretato da Lee Dong-wook, una bromance diventata quasi iconica quanto la storia d’amore principale.
Perché va visto: perché rappresenta forse meglio di qualunque altra serie la capacità del K-drama di trattare sentimenti enormi senza vergognarsene, passando dalla comicità più assurda alla tragedia nel giro di pochi minuti, e perché immagini, musica, moda e dialoghi di Goblin hanno contribuito a definire un’intera stagione della Hallyu televisiva.
2. Crash Landing on You
Yoon Se-ri è ricchissima, indipendente, dirige un’azienda di successo e appartiene a una famiglia sudcoreana che sembra avere tutto tranne la capacità di volersi bene. Durante un volo in parapendio viene travolta da una tempesta e, quando riapre gli occhi, scopre di essere atterrata dall’altra parte della Zona demilitarizzata. Davanti a lei c’è Ri Jeong-hyeok, ufficiale dell’esercito nordcoreano che dovrebbe arrestarla e che invece finirà per cercare disperatamente di riportarla a casa.
Crash Landing on You parte da una premessa quasi impossibile e riesce a renderla credibile attraverso qualcosa che i drama coreani sanno fare benissimo: riempire l’universo intorno ai protagonisti di personaggi ai quali, episodio dopo episodio, diventa impossibile non affezionarsi. Ci sono i soldati della compagnia di Ri Jeong-hyeok, le donne del villaggio, le famiglie, gli antagonisti e una seconda coppia che finisce per costruire una storia altrettanto memorabile.
Naturalmente c’è anche il confine, con tutto ciò che significa nella storia della penisola coreana, anche se la Corea del Nord raccontata dalla serie appartiene inevitabilmente alla finzione televisiva e non può essere letta come un documentario sulla vita nel Paese.
Perché va visto: perché è probabilmente uno dei punti d’ingresso migliori in assoluto. Ha romance, commedia, suspense, melodramma e una coppia protagonista dalla chimica straordinaria, ma soprattutto mostra perfettamente come il K-drama sappia trasformare una storia apparentemente improbabile in un universo emotivo dal quale, dopo sedici episodi, è difficile uscire.
3. The King: Eternal Monarch
Un re attraversa a cavallo il centro di Seoul, ma quella non è la sua Seoul. Nel suo mondo, la penisola coreana ospita ancora un impero; nell’altro esiste la Repubblica di Corea che conosciamo. A collegare le due dimensioni c’è Lee Gon, interpretato da Lee Min-ho, insieme alla detective Jung Tae-eul, il volto di Kim Go-eun che il sovrano sembra conoscere da molto prima di averla realmente incontrata.
The King: Eternal Monarch è un drama ambizioso, imperfetto e proprio per questo interessante, perché tenta di mettere insieme romance, thriller politico, fantasy, fisica teorica, doppi, viaggi tra mondi paralleli e una monarchia coreana alternativa. Non è il titolo più immediato della lista, e probabilmente neppure quello sul quale tutti gli appassionati sarebbero d’accordo, ma è uno dei migliori esempi della fase in cui la serialità coreana comincia a pensarsi sempre più esplicitamente per un pubblico globale anche dal punto di vista visivo.
Ci sono automobili di lusso, uniformi, palazzi, cavalli bianchi, portali tra universi e una produzione che vuole essere spettacolare quasi in ogni inquadratura.
Perché va visto: perché mostra il lato più massimalista del romance fantasy coreano e perché permette di capire quanto il K-drama sia disposto a costruire mondi complicatissimi pur di raccontare, alla fine, una domanda semplicissima: quanto lontano saremmo disposti ad andare per ritrovare qualcuno?
4. Coffee Prince
Go Eun-chan ha bisogno di soldi e, per mantenere la famiglia, accetta lavori di ogni tipo. Il suo aspetto porta spesso le persone a scambiarla per un ragazzo e quando Choi Han-kyul, interpretato da Gong Yoo, decide di trasformare una vecchia caffetteria in un locale gestito esclusivamente da uomini giovani e attraenti, Eun-chan sceglie di non correggere l’equivoco.
Da lì nasce una delle storie più importanti del K-drama moderno, arrivata nel 2007 e ancora sorprendentemente interessante da riguardare quasi vent’anni dopo. Han-kyul si innamora di Eun-chan credendola un uomo e, prima ancora che la verità emerga, è costretto a confrontarsi con sentimenti che mettono in crisi l’idea che aveva costruito di sé.
Naturalmente alcuni elementi appartengono chiaramente alla televisione di un’altra epoca, ma Coffee Prince possiede qualcosa che molti drama successivi hanno cercato di replicare: personaggi che sembrano vivere anche quando la telecamera non li sta guardando, una sensualità insolita per il periodo e una storia romantica nella quale il desiderio arriva prima delle categorie che dovrebbero spiegarlo.
Perché va visto: perché permette di capire da dove arriva una parte del K-drama contemporaneo e perché Gong Yoo, molto prima di diventare il Goblin immortale conosciuto in tutto il mondo, era già al centro di una serie capace di discutere identità, aspettative sociali e amore con una libertà sorprendente.
5. Boys Over Flowers
Una ragazza di origine modesta entra in una scuola riservata all’élite economica del Paese e si ritrova contro i quattro studenti più potenti dell’istituto, gli F4. Il loro leader è Gu Jun-pyo, ricchissimo erede di un impero industriale, interpretato da un giovanissimo Lee Min-ho con capelli diventati, nel bene e nel male, parte della storia stessa del drama.
Guardare Boys Over Flowers oggi significa inevitabilmente fare i conti con dinamiche che sono invecchiate parecchio: bullismo, relazioni di potere, comportamenti romantici che lo spettatore contemporaneo può trovare difficili da accettare. Ma eliminarlo dalla storia dei K-drama sarebbe come raccontare una genealogia dimenticandone uno dei passaggi decisivi.
Qui troviamo concentrati alcuni degli archetipi che per anni saranno associati alla serialità coreana esportata all’estero: l’erede chaebol apparentemente insopportabile, la ragazza comune che entra accidentalmente nel suo mondo, la famiglia contraria alla relazione, il triangolo sentimentale e una rappresentazione della ricchezza quasi fiabesca.
Perché va visto: non perché tutto ciò che racconta abbia retto allo stesso modo al passare del tempo, ma precisamente perché consente di capire quanto sia cambiato il K-drama. E perché senza Boys Over Flowers sarebbe difficile spiegare tanto la consacrazione di Lee Min-ho quanto una parte fondamentale della prima grande espansione internazionale della Hallyu televisiva.
6. My Love from the Star
Do Min-joon è arrivato sulla Terra durante la dinastia Joseon e, quattrocento anni dopo, è ancora qui. Non invecchia come gli esseri umani, possiede capacità fuori dal comune e ha trascorso secoli mantenendo una prudente distanza dal resto dell’umanità. Poi, quando finalmente si avvicina il momento in cui potrebbe tornare al pianeta dal quale proviene, accanto a lui si trasferisce Cheon Song-yi.
Lei è una star, egocentrica, impulsiva, inconsapevolmente esilarante e molto più fragile di quanto la propria immagine pubblica lasci immaginare. È anche uno dei personaggi che hanno trasformato Jun Ji-hyun in un riferimento assoluto della cultura pop coreana contemporanea.
Il contrasto tra l’alieno impassibile di Kim Soo-hyun e l’esuberanza di Song-yi produce una rom-com costruita su un’idea tipicamente K-drama: rendere completamente naturale l’assurdo, fino al punto in cui il problema non è più credere che un extraterrestre possa vivere da secoli a Seoul, ma capire se riuscirà o meno a restare accanto alla donna che ama.
Perché va visto: perché è uno dei drama che hanno contribuito maggiormente a consolidare la Hallyu televisiva in Asia e perché contiene praticamente tutto ciò che rende irresistibile una grande rom-com coreana: una premessa impossibile, due star perfettamente abbinate, comicità, tragedia, moda, melodramma e un amore al quale l’universo intero sembra opporsi.
7. Descendants of the Sun
Un capitano delle forze speciali e una chirurga si incontrano, si piacciono e scoprono quasi immediatamente che le loro vite sono governate da principi difficili da conciliare. Yoo Si-jin può essere chiamato in qualsiasi momento per missioni sulle quali non può dare spiegazioni; Kang Mo-yeon salva vite e fatica ad accettare che l’uomo di cui si sta innamorando utilizzi invece le armi come parte del proprio lavoro.
Poi entrambi finiscono a Uruk, Paese immaginario segnato da conflitti e instabilità, e la storia d’amore diventa parte di una narrazione più grande fatta di missioni militari, emergenze mediche, terremoti e sacrifici.
Descendants of the Sun è anche una perfetta fotografia del modo in cui un K-drama può diventare contemporaneamente prodotto televisivo, generatore di star, fenomeno musicale attraverso la propria colonna sonora e motore della Hallyu.
Perché va visto: perché rappresenta il drama-evento nella sua forma più pura. Ogni elemento è progettato per essere ricordato, dai protagonisti alle uniformi, dalle location alle canzoni, e guardarlo aiuta a comprendere perché in Corea una serie di successo raramente rimanga confinata alla televisione, ma finisca per influenzare moda, turismo, musica e immaginario popolare.
8. Reply 1988
Non c’è un miliardario, nessun universo parallelo e neppure qualcuno tornato dal passato. Ci sono cinque ragazzi che abitano nello stesso quartiere di Seoul, le loro famiglie, porte che rimangono aperte, piatti portati da una casa all’altra e madri che cucinano quantità sproporzionate di cibo perché temono sempre che i figli non abbiano mangiato abbastanza.
È il 1988, ma il vero protagonista di Reply 1988 non è soltanto quell’anno: è la memoria.
La serie racconta una Corea che sta cambiando attraverso le cose minuscole, dalle televisioni alle cassette, dalle telefonate al modo in cui le famiglie condividono lo spazio, mentre sullo sfondo esistono trasformazioni sociali e culturali molto più grandi. Il romance c’è, e ha alimentato discussioni infinite tra gli spettatori, ma è quasi secondario rispetto alla storia collettiva costruita intorno al quartiere di Ssangmun-dong.
Perché va visto: perché è forse il titolo migliore per capire che cosa sappiano fare i K-drama quando smettono quasi completamente di cercare il colpo di scena e si concentrano sulle persone. Reply 1988 riesce a rendere epica una cena di famiglia e devastante una stanza improvvisamente vuota, dimostrando che una delle grandi forze della serialità coreana è la capacità di trasformare il quotidiano in memoria emotiva.
9. My Mister
Lee Ji-an è giovane, povera, indebitata e sembra avere già smesso di aspettarsi qualcosa dalla vita. Park Dong-hoon ha molti più anni di lei, un lavoro apparentemente stabile e una famiglia, ma porta addosso una stanchezza che lo rende altrettanto solo. I due si incontrano in circostanze tutt’altro che romantiche e costruiscono lentamente un rapporto difficile da definire attraverso le categorie tradizionali.
Ed è proprio questo il punto.
My Mister non cerca di rassicurare lo spettatore con la promessa che tutto andrà bene, né trasforma la sofferenza dei propri personaggi in un semplice meccanismo narrativo. La osserva. La lascia esistere. E, dentro una Seoul grigia fatta di uffici, metropolitane, debiti, fratelli falliti e cene consumate dopo giornate troppo lunghe, trova una forma di solidarietà quasi radicale.
La presenza di Lee Sun-kyun e IU, qui nel ruolo di Lee Ji-an, rende ancora più potente un racconto nel quale pochissimo viene spiegato direttamente e quasi tutto passa attraverso gesti, silenzi e quello che i personaggi riescono finalmente a fare l’uno per l’altro.
Perché va visto: perché è la risposta più efficace a chi considera il K-drama un intrattenimento leggero e sentimentale. My Mister è adulto, doloroso, complesso e profondamente umano, ma soprattutto dimostra quanto la televisione coreana sappia raccontare la solitudine senza trasformarla necessariamente in spettacolo.
10. The Glory
Moon Dong-eun entra nella palestra della scuola e sa già che nessuno arriverà a salvarla. Quello che le fanno i suoi compagni non è una bravata adolescenziale, ma violenza sistematica, brutale, reiterata. Anni dopo, quando la incontriamo adulta, scopriamo che quasi ogni scelta della sua vita è stata costruita intorno a quelle persone e al giorno in cui sarà finalmente in grado di colpirle.
The Glory prende molti elementi familiari a chi conosce i drama coreani – le differenze di classe, le famiglie potenti, l’importanza della reputazione, il bullismo scolastico – e li porta dentro un revenge drama glaciale nel quale ogni dettaglio sembra essere stato posizionato in anticipo.
Al centro c’è Song Hye-kyo in un ruolo lontanissimo dalla brillantezza romantica associata a molti dei suoi personaggi precedenti, mentre intorno a lei si costruisce una rete di vittime, carnefici e complici nella quale la domanda non è soltanto se la vendetta arriverà, ma che cosa resterà di Dong-eun quando avrà finalmente ottenuto ciò per cui ha vissuto.
Perché va visto: perché racconta l’altra faccia della serialità coreana diventata globale, quella che non ha bisogno del romance come centro assoluto e che può utilizzare il thriller e la vendetta per parlare di classe, privilegio, violenza e impunità. Ed è anche il titolo ideale con cui chiudere questa lista, perché mostra quanto sia diventato ampio lo spazio occupato dal K-drama rispetto ai suoi stereotipi iniziali.
Il primo K-drama non rimane quasi mai l’ultimo
Naturalmente dieci titoli non possono contenere un universo che continua a moltiplicare generi, star e modi di raccontare la Corea. Rimangono fuori Itaewon Class, che trasforma un ristorante in una storia di riscatto e mobilità sociale; Twenty Five Twenty One, forse uno dei racconti più riusciti sulla distanza tra ciò che sogniamo da adolescenti e ciò che la vita decide di conservare; Mr. Sunshine, con il suo enorme affresco storico; Hospital Playlist, che dimostra quanto possa essere coinvolgente osservare cinque medici semplicemente lavorare, mangiare insieme e suonare in una band; Extraordinary Attorney Woo, Queen of Tears, Kingdom e molti altri.
Ed è probabilmente questo il punto.
Non esiste davvero un K-drama capace di rappresentare da solo tutti gli altri, perché ciò che il pubblico internazionale ha imparato a chiamare con questa formula non è un unico genere, ma una maniera di costruire storie nella quale convivono codici molto diversi e nella quale l’emozione non viene quasi mai trattata come qualcosa da attenuare. Si può cominciare con una donna caduta per errore in Corea del Nord, con un Goblin che aspetta la propria sposa da secoli o con cinque adolescenti seduti insieme sui gradini di un vicolo nel 1988.
Il problema, semmai, viene dopo: scegliere quale guardare per secondo.
