Lee Jin-hyuk non vuole essere «il prossimo qualcuno». Dopo oltre dieci anni trascorsi dentro l’industria dell’intrattenimento coreano, prima come membro degli UP10TION, poi come solista e infine attraverso una carriera da attore diventata progressivamente sempre più consistente, ha iniziato a cercare qualcosa di più difficile della riconoscibilità: una forma di identità che non abbia bisogno di essere spiegata attraverso il confronto con qualcun altro. La parola che sceglie è «insostituibile», anche se quasi immediatamente la ridimensiona, come se pronunciarla significasse soprattutto indicare una direzione verso cui muoversi. «Non so quanto ci stia riuscendo», dice. «Ma, in fin dei conti, credo di essere semplicemente me stesso».
È una conclusione che arriva alla fine di un percorso tutt’altro che lineare. Nato a Seoul nel 1996, Lee Jin-hyuk ha debuttato nel 2015 come Wei degli UP10TION, ha attraversato nel 2019 Produce X 101 e, nello stesso anno, ha trasformato la nuova attenzione ricevuta dal programma nell’inizio di una carriera solista con l’EP S.O.L.. Dal 2020 ha aggiunto la recitazione a quella traiettoria, passando da Find Me in Your Memory a Why Her, Frankly Speaking e Spirit Fingers, senza però trattare musica e set come due versioni intercambiabili dello stesso mestiere. Per lui rimangono territori distinti, con regole e vulnerabilità differenti.
È proprio questa distinzione a rendere interessante il suo ritorno nel mondo degli idol attraverso My Idol, My Debut. Nella serie prodotta da Minari Entertainment per MBC Plus interpreta E.Sun, membro canadese, solare e socievole del gruppo immaginario BOY TO THE MOON, uno dei trainee che cercano di conquistare quel debutto che Lee Jin-hyuk, nella vita reale, conosce fin troppo bene. La storia parte da una premessa apertamente fantastica — una fan che dal 2026 torna al 2018 per tentare di salvare il proprio idol e finisce per diventare trainee — ma ricostruisce un universo fatto di prove, valutazioni, gerarchie, aspettative e palchi che per lui non appartengono soltanto alla finzione.
La tentazione sarebbe pensare che interpretare E.Sun abbia significato tornare semplicemente al ragazzo che era. Lee Jin-hyuk respinge però questa sovrapposizione con decisione: nessun palco costruito per una serie può sostituire quelli della sua giovinezza e il personaggio non diventa mai un alter ego autobiografico. I ricordi servono piuttosto come materiale invisibile, qualcosa che permette di riconoscere dall’interno la fame del debutto, la tensione delle prove e quella particolare forma di complicità che nasce fra persone costrette a crescere mentre vengono continuamente valutate.
Anche per questo My Idol, My Debut finisce per aprire una conversazione molto più ampia del drama che dovrebbe promuovere. Parlando di E.Sun, Lee Jin-hyuk torna sulla trasformazione del K-pop dal 2018 a oggi, su un fandom che ormai incontra gli artisti attraverso una quantità di contenuti impensabile soltanto pochi anni fa e sulla reciprocità che, a suo giudizio, continua a separare un pubblico da una vera comunità di fan. Un idol non esiste soltanto perché qualcuno lo ammira, sostiene: esiste nello scambio continuo fra chi costruisce un palco e chi decide di attribuire a quel palco un valore emotivo.
Ma il passaggio forse più rivelatore riguarda proprio la distinzione fra Lee Jin-hyuk idol e Lee Jin-hyuk attore. L’idea convenzionale vorrebbe che il cantante sul palco esponga se stesso mentre l’attore si nasconda dietro un personaggio. Per lui accade quasi il contrario. Essere un idol significa anche imparare quali parti trattenere; recitare significa scegliere qualcosa che esiste già dentro di sé, portarlo in superficie, amplificarlo e deformarlo finché possa appartenere a un’altra persona. È sul set, paradossalmente, che sente di mostrare di più.
Ed è forse qui che la sua ricerca dell’«insostituibile» acquista davvero significato. Non nella pretesa di diventare irripetibile, ma nel rifiuto di scegliere una sola versione di sé perché sia più facile da riconoscere. Dopo dieci anni trascorsi in un’industria costruita anche sulla capacità di classificare, confrontare e definire rapidamente i propri artisti, Lee Jin-hyuk sembra interessato soprattutto a ciò che sfugge alle categorie: un ruolo che nessuno si aspetterebbe da lui, una parte di sé ancora inutilizzata, qualcosa che faccia pensare al pubblico, come dice lui stesso, «non sapevo che Jin-hyuk avesse anche questo dentro di sé».
Panorama ha parlato con Lee Jin-hyuk.
My Idol, My Debut riunisce due mondi che le sono entrambi molto familiari: la recitazione e l’industria del K-pop. Che cosa l’ha spinta ad accettare questo progetto e, in particolare, che cosa l’ha attirata di E.Sun?
Avendo vissuto personalmente gli anni da trainee, le attività in un gruppo, la carriera solista, tutto quanto, ho potuto riconoscermi naturalmente in questa storia. Ciò che volevo davvero cogliere era il desiderio e la passione dei trainee che lottano per conquistare la propria occasione sul palco. Anche E.Sun insegue quello stesso palco, quindi ho sentito di poter attingere alla mia esperienza e, allo stesso tempo, mostrare attraverso di lui qualcosa di nuovo: è questo che mi ha convinto.
E.Sun viene descritto come il mood-maker ottimista ed energico dei BOY TO THE MOON, una persona capace di fare amicizia quasi ovunque. Quanto ha riconosciuto di Lee Jin-hyuk in lui e quale parte della sua personalità ha sentito più distante dalla propria?
Ci somigliamo parecchio nell’essere allegri, pieni di energia e nel piacere di stare con gli altri. Ciò che cambia è il modo in cui ci rapportiamo al palco: io ho sempre amato starci, mentre E.Sun, appena scelto, è ancora preso più dalla pressione di dover fare bene e dimostrare se stesso che dalla possibilità di goderselo davvero. È lì che ho percepito la differenza più grande.
Lei non ha dovuto immaginare che cosa significhi essere un idol, perché quella vita l’ha vissuta davvero. La sua esperienza ha reso più semplice interpretare E.Sun oppure l’ha resa ancora più esigente nel rappresentare in modo realistico i dettagli della vita di un idol?
Mi ha aiutato enormemente. Ho vissuto personalmente ogni passaggio, quindi ho potuto comprendere fino in fondo quel desiderio di salire sul palco e il peso della vita da trainee. Quelle emozioni sono confluite naturalmente nel modo in cui ho interpretato E.Sun. Anche i ricordi delle prove e dei momenti in cui scherzavo con gli altri membri hanno influenzato il modo in cui ho rappresentato i suoi rapporti all’interno dei BOY TO THE MOON. Ho costruito la storia di E.Sun partendo da tutto questo.
La storia ci riporta indietro di otto anni, nel 2018, un periodo che lei ha vissuto personalmente come idol in attività. Tornare a quell’epoca attraverso un drama quali ricordi le ha fatto riaffiorare e che cosa pensa sia cambiato maggiormente nel K-pop tra il 2018 e oggi?
Ripensando al 2018, mi tornano naturalmente alla mente i ricordi delle prove, delle esibizioni e del tempo trascorso con gli altri membri. Girare questo progetto non è stato tanto come interpretare di nuovo il me stesso più giovane, quanto ripercorrere con affetto quei ricordi. I modi in cui le persone incontrano e vivono il K-pop sono diventati molto più diversi. I social media e le numerose piattaforme di contenuti permettono ai fan di tutto il mondo di scoprirlo e apprezzarlo più rapidamente e in molti più modi rispetto al passato. Credo che il cambiamento più grande sia che oggi i fan entrino in contatto con gli artisti attraverso molto più della sola musica e delle esibizioni.
Durante le riprese delle scene di allenamento, delle esibizioni o del backstage, ci sono stati momenti in cui si è sentito improvvisamente meno un attore che interpretava un idol e più il ragazzo che era, mentre riviveva qualcosa che aveva sperimentato davvero?
Non proprio. Non credo che ci sarà mai un palco capace di sostituire quelli dei miei anni più giovani. Questo progetto consisteva nel costruire un palco che appartenesse a E.Sun e nel vivere il percorso dei BOY TO THE MOON, quindi il me stesso di allora ed E.Sun non si sono mai davvero sovrapposti. Le riprese hanno riportato alla mente alcuni ricordi e mi hanno permesso di ripercorrere quei giorni, ma non ho mai avuto la sensazione che il me stesso del passato ed E.Sun si fondessero in un’unica persona.
My Idol, My Debut prende le mosse dalla devozione straordinaria di una fan disposta a viaggiare nel tempo per salvare il proprio idol preferito. Avendo vissuto il fandom dall’altra parte, che cosa le ha fatto pensare questa storia riguardo al legame emotivo tra gli idol e le persone che li sostengono?
Il progetto lo racconta attraverso la premessa straordinaria di un viaggio nel tempo compiuto per il proprio idol preferito, ma nel profondo credo che tutto nasca dal semplice desiderio di vedere avere successo una persona a cui si tiene e di esserle accanto per sostenerla. Non credo che il rapporto tra idol e fan possa funzionare con una sola delle due parti. Gli artisti creano esibizioni e contenuti per i fan, e i fan ricambiano con il proprio amore e il proprio sostegno: è questo scambio a mantenere vivo il rapporto. Nel corso della mia carriera ho sentito quanto tutto questo sia prezioso, quindi questa storia mi ha toccato profondamente.
Il K-pop presenta spesso un’immagine di sicurezza, energia e perfezione, mentre le persone che si trovano dietro quell’immagine possono fare i conti con pressione, incertezza e stanchezza. Da persona che conosce entrambi i lati di questa realtà, c’era qualcosa che desiderava comunicare in modo particolare attraverso la sua interpretazione di E.Sun?
Nel percorso di formazione esistono certamente pressione e incertezza. Volevo che anche E.Sun portasse con sé qualcosa di tutto questo, ma, sinceramente, all’interno del progetto non c’era lo spazio per mostrarlo fino in fondo. Se un altro progetto mi offrirà l’opportunità di esplorare nuovamente quel lato delle cose, mi piacerebbe farlo in modo più profondo.
BOY TO THE MOON esiste all’interno di una storia di finzione, ma oggi vediamo sempre più spesso idol e gruppi immaginari uscire dai confini di drama, film o altre narrazioni per arrivare a pubblicare musica, esibirsi e costruire una vera cultura del fandom. Perché, secondo lei, il pubblico si lega emotivamente in modo sempre più profondo ai personaggi fittizi del K-pop? E pensa che questo stia cambiando la nostra idea di ciò che un «idol» può essere?
Credo che nasca dall’aggiungere un «e se?» agli idol del K-pop che già conosciamo: è questo che continua a generare nuovi contenuti. I fan sembrano divertirsi ancora di più pensando: «E se l’attore che amo debuttasse davvero come un idol di quel tipo?». Detto questo, non credo che questa tendenza stia cambiando il concetto stesso di «idol». In altri Paesi, la parola idol ha tradizionalmente indicato qualcosa di più vicino a un oggetto di ammirazione o a un modello, mentre in Corea ha assunto un significato proprio attraverso la cultura K-pop. Poiché il concetto di «K-pop idol» è già così saldamente definito, non penso che il suo significato essenziale cambierà molto.
Quando un gruppo immaginario può avere canzoni, ascoltatori e fan reali, il confine tra personaggio e artista diventa sempre più interessante. Secondo lei, da dove nasce oggi l’autenticità nel K-pop: dalla persona che si trova dietro la performance, dalle emozioni ricevute dal pubblico oppure, forse, da entrambe?
Credo che siano necessarie entrambe. Il fatto che un cantante sia bravo, da solo, non basta a garantirne il successo, e non basta neppure che i fan gli diano moltissimo amore. È quando un cantante costruisce un palco per i propri fan e i fan, a loro volta, amano e sostengono quel palco che tra le due parti passa una sincerità autentica, ed è questo che conduce a un risultato davvero positivo.
Ha iniziato la sua carriera nella musica e, nel tempo, ha costruito anche una filmografia consistente come attore. A questo punto si considera ancora un «idol che recita» oppure sente che la musica e la recitazione siano semplicemente due linguaggi diversi attraverso i quali esprimersi?
Per me la musica e la recitazione sono ambiti completamente diversi, ciascuno con un fascino proprio. Sul palco cerco di mostrare direttamente la mia energia e il mio talento. Nella recitazione mi trasformo in qualcun altro e ne racconto la storia. Perciò, anziché trattarle come una cosa sola, le considero due modi distinti di esprimermi.
Dai suoi primi ruoli fino a Spirit Fingers e ora a My Idol, My Debut, che cosa pensa sia cambiato maggiormente in lei come attore?
Lavorando a un progetto dopo l’altro, ho imparato ad apprezzare sempre di più il piacere di portare qualcosa di diverso in ogni personaggio. All’inizio mi concentravo soltanto sul fare bene qualunque ruolo mi venisse affidato; ora penso di più a quali parti di me portare in un personaggio e a come esprimerle ogni volta in modo diverso. E, con ogni nuovo progetto, sento diventare sempre più forte il desiderio di mostrare un lato nuovo di me.
Recitare richiede di scomparire nella personalità di qualcun altro, mentre essere un idol impone spesso di rivelare parti di sé. Quale di questi due processi la fa sentire più vulnerabile?
In realtà, direi l’opposto. Quando lavoro come idol, sento di dover trattenere, in una certa misura, alcune parti di me. Con la recitazione accade il contrario: tiro fuori uno dei molti lati che ho dentro di me e lo uso per costruire un personaggio. Ciò che conta è quale parte scelgo e quanto la amplifico o la piego per adattarla al ruolo. In questo senso, è proprio recitando che finisco per rivelare di più ciò che ho dentro.
La cultura pop coreana raggiunge ormai pubblici che possono scoprire un attore attraverso un drama e poi passare alla sua musica, alle apparizioni nei variety show o ai lavori precedenti, spesso senza percepire una vera separazione tra questi mondi. In che modo questa fruizione sempre più globale dell’intrattenimento coreano ha cambiato il modo in cui guarda alla sua carriera?
Ho sempre prestato molta attenzione ai contenuti in generale: è anche per questo che sono così attivo sui social media. I modi in cui fruiamo dei contenuti e le piattaforme che utilizziamo continueranno a cambiare; non credo che questo processo si fermerà. Preferisco accogliere quei cambiamenti anziché guardarli con diffidenza, e sono aperto a qualunque cosa verrà dopo.
Dopo aver interpretato E.Sun, c’è un tipo di personaggio o di storia che sente di essere particolarmente pronto ad affrontare, magari qualcosa che il pubblico non si aspetterebbe mai da Lee Jin-hyuk?
Voglio affrontare ruoli chiaramente diversi da quelli che ho interpretato finora: per esempio, un cattivo capace di lasciare un segno in un’opera di genere oppure il protagonista di una storia romantica in cui possa esplorare emozioni più profonde. Voglio continuare a inseguire ruoli che rompano con la mia immagine consolidata, di quelli che facciano pensare: «Non sapevo che Jin-hyuk avesse anche questo dentro di sé».
Infine, se dovesse definire il Lee Jin-hyuk di oggi con una sola parola, quale sceglierebbe e perché?
Sto lavorando per meritare la parola «insostituibile». Non so quanto ci stia riuscendo, ma, in fin dei conti, credo di essere semplicemente me stesso. Ormai non si dice più tanto «il prossimo tal dei tali». Credo accada perché, in un mondo che cambia così rapidamente, tutti cercano qualcosa che appartenga soltanto a loro. Io provo lo stesso. In questo mondo in continua trasformazione, voglio continuare a cercare e a mostrare ciò che soltanto io posso fare, non ciò che può fare qualcun altro.
