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Firenze: il Tricolore calpestato e il limite che l’Italia non può più ignorare

Firenze: il Tricolore calpestato e il limite che l’Italia non può più ignorare
Getty Images

Le immagini dell’uomo che a Firenze strappa, calpesta e sputa sul Tricolore scatenano indignazione. Episodi simili alimentano rabbia e diffidenza e riaprono una questione che l’Italia non può più eludere: l’accoglienza non può essere indiscriminata, ma deve significare controllo, legalità e rispetto delle regole.

Le immagini che arrivano da Firenze sono di quelle destinate a lasciare il segno. Un uomo straniero si arrampica su un edificio, strappa il Tricolore, lo scaraventa a terra, lo calpesta e infine vi sputa sopra. Poi si allontana. Una sequenza breve, brutale nella sua simbologia, che inevitabilmente provoca rabbia. Perché quella finita sotto i suoi piedi non è semplicemente una bandiera. È il simbolo della Repubblica, della sua storia e dell’appartenenza a una comunità nazionale. Si può contestare un governo, criticare le istituzioni, manifestare contro qualsiasi scelta politica. Ma oltraggiare deliberatamente il Tricolore significa oltrepassare un confine completamente diverso. Il video, rilanciato anche dall’europarlamentare della Lega Silvia Sardone, ha immediatamente fatto il giro dei social. Migliaia di persone hanno reagito chiedendo l’identificazione dell’uomo, l’applicazione delle sanzioni previste dalla legge e, qualora non abbia titolo per soggiornare in Italia, il suo allontanamento. La giustizia farà il proprio corso e saranno le autorità a stabilire esattamente che cosa sia accaduto e quali responsabilità debbano essere contestate. Ma sarebbe miope considerare quanto avvenuto soltanto come l’ennesimo episodio di cronaca. Perché esiste anche una conseguenza politica e sociale che non può essere ignorata.

Gesti come quello di Firenze, quando vengono compiuti da persone straniere, finiscono per alimentare proprio quei sentimenti di rabbia, diffidenza e ostilità che rendono sempre più difficile qualsiasi discussione razionale sull’immigrazione. Se poi dovesse emergere che l’autore si trovava irregolarmente in Italia, l’effetto sull’opinione pubblica sarebbe ancora più devastante. Non perché sia legittimo attribuire a milioni di stranieri la responsabilità delle azioni di un singolo. Non lo è. Ma perché non si può continuare a pretendere che i cittadini considerino irrilevanti episodi che toccano sicurezza, legalità e rispetto dei simboli nazionali. Esiste una soglia oltre la quale l’accoglienza, se priva di controllo, rischia di trasformarsi nella propria negazione. L’Italia deve avere il coraggio di riconoscere che non può accogliere indiscriminatamente chiunque raggiunga il suo territorio. Non è una dichiarazione contro gli stranieri e neppure contro chi fugge realmente da guerre e persecuzioni. È semplicemente il riconoscimento di un limite che qualsiasi Stato serio deve porsi. Occorre sapere chi entra, verificare rapidamente chi abbia diritto alla protezione, stabilire chi possa rimanere legalmente e rimpatriare chi invece non possiede alcun titolo per soggiornare nel Paese. Soprattutto, deve essere chiaro che il diritto all’accoglienza non può trasformarsi nell’assenza di doveri.

Chi sceglie di vivere in Italia deve rispettare le sue leggi. Deve rispettare le persone che vi abitano. E deve rispettarne le istituzioni e i simboli fondamentali. Non gli viene chiesto di amare il governo di turno, né di rinunciare alla propria cultura, alla propria religione o alle proprie opinioni. Gli viene chiesto ciò che viene preteso da qualsiasi cittadino: rispettare le regole della comunità nella quale si trova. Su questo punto non dovrebbe esistere alcuna divisione politica. Lo ha ricordato anche la senatrice toscana di Fratelli d’Italia Susanna Donatella Campione, secondo la quale le immagini dell’uomo che strappa, calpesta e sputa sul Tricolore sono «gravissime» e provocano «profonda indignazione». «La bandiera è il simbolo della nostra identità nazionale e dell’unità della Repubblica e merita rispetto», ha affermato, auspicando che, qualora i fatti vengano confermati, il responsabile sia rapidamente identificato e vengano accertate le responsabilità previste dalla legge.

Ma c’è un’altra questione che dovrebbe preoccupare soprattutto chi sostiene la necessità dell’integrazione. Ogni straniero che lavora, paga le tasse, rispetta le leggi e costruisce la propria vita in Italia viene indirettamente danneggiato da episodi come questo. Perché ogni Tricolore strappato, ogni aggressione, ogni comportamento apertamente sprezzante verso il Paese ospitante diventa carburante per la generalizzazione. E la generalizzazione finisce inevitabilmente per colpire anche chi non ha alcuna responsabilità. Proprio per questo la fermezza dello Stato non è nemica dell’integrazione. È vero il contrario. Uno Stato che controlla le frontiere, distingue immigrazione regolare e irregolare, espelle chi non ha diritto di rimanere e interviene con decisione contro chi viola la legge protegge anche gli stranieri perfettamente integrati. Impedisce che una minoranza di comportamenti intollerabili finisca per compromettere la percezione di tutti gli altri. Quanto accaduto a Firenze dovrebbe quindi servire da avvertimento. Una politica migratoria senza limiti e senza capacità effettiva di controllo è destinata prima o poi a produrre una reazione sociale. E quando quella reazione arriva, raramente distingue tra responsabili e innocenti. Continuare a ignorarlo significa lasciare che la frustrazione cresca fino a trasformarsi in qualcosa di molto più pericoloso. Il Tricolore calpestato a Firenze racconta allora qualcosa che va oltre quel singolo gesto. Ricorda che l’accoglienza può funzionare soltanto se accompagnata da legalità, selezione, integrazione e rispetto. Senza questi elementi non si costruisce una società più aperta: si accumulano tensioni destinate, prima o poi, a esplodere.

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