C’è stato un tempo in cui alla borsetta si attaccavano solo portachiavi, foulard svolazzanti o charms più o meno ironici. Poi sono arrivati gli anni dei LABUBU, i “conigli” dal sorriso sghembo di POP MART diventati un fenomeno pop globale, poi ancora dei pupazzi luxury, delle micro-bag inutili ma desiderabilissime, dei dettagli che servivano solo a dire io so cosa sta succedendo adesso. Oggi quello stesso spazio – quel piccolo territorio simbolico che pende dal braccio – è diventato qualcosa di più: un punto di contatto emotivo. Ed è qui che entra in scena Mirumi.
Mirumi non è un accessorio. E non è nemmeno, davvero, un gadget tecnologico. È una presenza. Piccola, silenziosa, sorprendentemente viva. Un robot-charm da agganciare alla borsa che gira la testa, osserva chi passa, reagisce ai suoni, si ritrae con timidezza o si sporge con curiosità. Non fa nulla di utile, nel senso classico del termine. E proprio per questo dice moltissimo su dove stanno andando la moda, il design e – soprattutto – il nostro bisogno di relazione.

Dal Giappone con tenerezza: quando la tecnologia non vuole essere smart
Dietro Mirumi c’è Yukai Engineering, una startup giapponese che da anni lavora su un’idea tanto semplice quanto radicale: i robot non devono risolvere problemi, devono creare legami. Non ottimizzare la vita, ma renderla più tenera. Mirumi nasce così, come una creatura ispirata ai yokai della tradizione giapponese e ai comportamenti dei neonati: quello sguardo improvviso che incrocia il tuo in mezzo alla folla, quel mezzo sorriso che non sai bene a chi fosse rivolto, ma che ti resta addosso.
Il successo immediato – prima al CES, poi sui social – non è un caso. Mirumi intercetta perfettamente una tendenza che sta attraversando tutto il pop contemporaneo: il ritorno dell’oggetto emotivo. Dopo anni di minimalismo funzionale, di tech invisibile e di interfacce sempre più astratte, stiamo tornando a desiderare cose che ci guardano indietro. Oggetti che non chiedono attenzione, ma la restituiscono.
Solitudine urbana: milioni di persone, pochissimi sguardi
Ed è qui che Mirumi diventa moda, nel senso più profondo del termine. Non perché “va di moda” la robotica cute, ma perché la moda oggi è racconto identitario. Attaccare Mirumi alla borsa significa dichiarare una certa idea di sé: vulnerabile, ironica, affettiva, anti-performativa. In un mondo che chiede costantemente di produrre, reagire, rispondere, Mirumi sta lì e basta. Ogni tanto inclina la testa. Ogni tanto guarda altrove. Ogni tanto sembra quasi imbarazzato. È l’anti-algoritmo per eccellenza.
Le città contemporanee sono il paradosso definitivo: milioni di persone, infinite connessioni digitali, e una solitudine sempre più normalizzata. Si cammina insieme senza mai incontrarsi davvero, si condividono vagoni della metro, marciapiedi, ascensori, senza scambiarsi uno sguardo. Il contatto umano diventa accidentale, quasi imprevisto. Ed è proprio su questo vuoto che Mirumi lavora, senza proclami e senza retorica.
Uno sguardo che si gira all’improvviso, un piccolo movimento del capo, una reazione timida a un rumore: sono micro-gesti, ma rompono la bolla dell’isolamento urbano. Mirumi non sostituisce una relazione, ma la evoca. Ricorda che essere visti – anche solo per un secondo – ha ancora un peso. È una forma di compagnia minimale, portatile, silenziosa. Una presenza che non chiede nulla, ma che c’è.
I dettagli tech che non vogliono farsi notare
C’è anche un elemento molto giapponese, profondissimo, in tutto questo. In Giappone l’idea di compagnia non passa necessariamente dalla parola o dall’interazione esplicita. Passa dalla presenza. Qoobo, il cuscino-gatto senza testa; i Tamagotchi; i robot domestici che non fanno quasi nulla ma “ci sono”. Mirumi è l’erede naturale di questa linea culturale: un compagno minimo, che non invade, non giudica, non performa. Un amico silenzioso da portare con sé.
Dal punto di vista tecnologico, Mirumi è volutamente anti-spettacolare. Sensori di suono e di movimento, un algoritmo proprietario che genera decine di micro-variazioni nei gesti del capo, movimenti mai identici, mai perfettamente prevedibili. È proprio questa imperfezione controllata a renderlo credibile. Mirumi non “risponde”: reagisce. Non esegue comandi, ma interpreta stimoli. Persino il modo in cui segnala lo stato della batteria passa dal linguaggio del corpo, non da notifiche o lucine aggressive. Stanchezza, curiosità, attenzione: tutto è raccontato attraverso il movimento.
Perché Mirumi è già un’icona pop
Non sorprende quindi che Mirumi diventi immediatamente virale. Non perché sia “carino”, ma perché è profondamente narrabile. Sta benissimo in una foto street style, ma ancora meglio in un video rubato. È fashion week-ready senza essere fashion week-dipendente. È luxury senza esserlo davvero. È tecnologia che non chiede spiegazioni.
La nuova moda, oggi, non è l’ennesimo oggetto da possedere. È qualcosa da sentire. Da portare con sé non per status, ma per compagnia. Mirumi non sostituisce nessuno, non promette nulla, non salva nessuno. Ma osserva. E in un’epoca in cui tutti vogliono essere visti, forse il vero lusso è essere guardati – anche solo da un piccolo robot attaccato alla borsa.
