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I legami (negati) tra sinistra e violenza

I legami (negati) tra sinistra e violenza

Scontri a Torino e attentati riaccendono l’allarme terrorismo. Tra accuse di autoritarismo e memoria delle Br, cosa sta davvero accadendo in Italia

Gli scontri di Torino per lo sgombero del centro sociale Askatasuna e gli attentati alla rete ferroviaria di Bologna e Pesaro hanno rilanciato l’allarme terrorismo. Ne hanno parlato sia il ministro della Giustizia, che ha evocato le Brigate rosse, sia quello dell’Interno. L’opposizione a sua volta risponde che il governo tende a ingigantire i fatti nel tentativo di reprimere le proteste democratiche e imporre una svolta autoritaria. Insomma, da un lato lo spauracchio di un ritorno agli Anni di piombo, dall’altro il pericolo fascista, in un gioco dei contrasti fra destra e sinistra che sembra non avere mai fine.

In realtà non siamo di fronte né a una deriva terroristica, né a una torsione verso un regime illiberale. Il tentativo di proteggere le forze dell’ordine, che per aver fatto il proprio dovere ogni volta rischiano di finire sul banco degli imputati, è un provvedimento a tutela di poliziotti e carabinieri, affinché possano operare nell’interesse dei cittadini senza restare per anni impigliati nelle maglie di una giustizia lenta e inefficace. E, allo stesso tempo, il fermo preventivo di 12 ore, che deve essere comunque convalidato dalla magistratura, serve a evitare che i violenti possano partecipare a manifestazioni in piazza scatenando nuovi scontri. L’una e l’altra misura sono già state adottate da altri Paesi europei, ma non risulta che la Danimarca o la Svezia siano per questo diventate delle dittature.

D’altro canto, se è sbagliato parlare ora di un ritorno delle Brigate rosse, è invece assolutamente necessario guardare con preoccupazione a quell’area grigia antagonista che potrebbe alimentare la violenza politica. Ho sentito in tv anche qualche autorevole magistrato negare che il terrorismo avesse collegamenti con i movimenti di protesta sorti alla fine degli anni Sessanta e, sempre in un talk show, ho risentito la favola che le Br nacquero contro il Pci e più in generale contro la sinistra, affermazione che mi ha riportato alla memoria l’aggettivo con cui intellettuali e giornalisti (da Umberto Eco a Giorgio Bocca) per anni definirono le Brigate rosse: sedicenti. Ovvero un’organizzazione dietro cui probabilmente si nascondevano i servizi deviati.

Il partito armato, invece, mise radici alla fine degli anni Sessanta proprio nella sinistra e, in parte, nel mondo cattolico impegnato. Il primo nucleo si formò a Reggio Emilia e ne facevano parte giovani provenienti dalla Fgci, l’organizzazione giovanile del Pci. Tonino Paroli, Prospero Gallinari, Alberto Franceschini, Lauro Azzolini, Franco Bonisoli, costituirono il cosiddetto gruppo dell’appartamento, ventenni che dopo aver partecipato alle proteste anti americane per la guerra in Vietnam, suggestionati dal mito della Resistenza, decisero di passare alla lotta armata. Il primo incontro operativo, dopo alcune azioni di sabotaggio, avvenne a Chiavari, all’albergo Stella Maris, dove gli emiliani, in contatto con un ex comandante partigiano, si unirono al gruppo trentino capitanato da Renato Curcio. Erano di sinistra, sognavano la rivoluzione e avevano come obiettivo l’abbattimento dello Stato.

Ma, oltre a negare che quei giovani provenissero dall’area della contestazione, chi sostiene che le Br fossero contro il Pci e la sinistra tradizionale racconta una colossale balla. Infatti basta scorrere l’elenco delle vittime per rendersi conto che i brigatisti e i loro epigoni combattevano i servitori dello Stato e gli intellettuali moderati. Sotto i loro colpi finirono tantissimi uomini delle forze dell’ordine, molti magistrati e altrettanti giornalisti. Ma anche qui, basta scorrere i nomi delle vittime: Walter Tobagi, Carlo Casalegno, Indro Montanelli, Vittorio Bruno, Emilio Rossi, per restare ai più noti.

Di solito, quando si parla di quella stagione, per sostenere la tesi che i brigatisti erano principalmente nemici del Pci e in generale della sinistra (dunque funzionali a una presunta strategia della tensione) si cita Guido Rossa, il sindacalista della Cgil ucciso a Genova dalle Br. Peccato che ci si dimentichi di dire due o tre cose. La prima è che l’operaio dell’Italsider fu assassinato nel 1979, cioè almeno dieci anni dopo la nascita del partito armato. La seconda è che Rossa è rimasto colpito per aver denunciato il “postino” dell’organizzazione, ossia colui che distribuiva nei reparti dell’acciaieria i comunicati delle Br. Dopo una drammatica riunione del consiglio di fabbrica, i compagni di Rossa, ossia esponenti della Cgil e del Pci, rifiutarono di firmare la denuncia e l’operaio fu lasciato solo a sottoscriverla, esposto al rischio di una rappresaglia, come poi capitò. Ribadisco, questo avvenne nel 1979, dopo il sequestro Moro. Terza dimenticanza: il commando che uccise Rossa era guidato da Riccardo Dura, un ex militante di Lotta continua, e nel covo di via Fracchia a Genova, dove i carabinieri individuarono ed eliminarono i componenti della cosiddetta colonna ligure, c’erano un ex sindacalista della Fiat Mirafiori, Lorenzo Betassa, e un delegato della Lancia di Chivasso, Piero Panciarelli. Insomma, venivano dalla sinistra e dal sindacato. Erano compagni che «sbagliavano»? Di certo non erano provocatori e nemmeno «nemici della classe operaia». Volevano abbattere lo Stato – non il Pci – e infatti colpirono, tranne due o tre eccezioni, uomini dello Stato. Tutto il resto, con cui si vuole camuffare la realtà, è un falso storico, che serve a nascondere chi sono quelli che oggi lanciano molotov e sanpietrini e feriscono i poliziotti con il martello.

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