Dietro la scrivania del suo ufficio di Seul, s’intravedono alcune forme familiari, ma dai tratti irregolari: tre orologi allungati, sciolti, quasi liquidi. È un dettaglio del quadro «La persistenza della memoria», l’opera simbolo di Salvador Dalí, che è anche una buona sintesi della visione di Mauro Porcini: scongelare la rigidità della tecnologia per restituirle calore, colore, capacità d’emozionare. Sentimento, accanto alla ragione. Una pennellata di surrealismo.
Samsung l’ha chiamato in Corea creando per lui un ruolo che non c’era: responsabile mondiale del design, la guida di una squadra di 1.500 persone che lavora in mezzo mondo. Un incarico da notti insonni (non solo per i troppi fusi orari), da subbugli d’ansia e adrenalina, che non sembra spaventare Porcini, italiano con il gene dell’inventiva e l’allegra inquietudine del nomade: è partito da Gallarate, nella provincia di Varese; ha vissuto tra Europa, Stati e Uniti e, oggi, eccolo conversare in maglietta scura e giacca con Panorama dall’Asia, dove ha portato con sé la moglie, i due figli e i tre cani.
Si è fatto apprezzare in multinazionali come 3M e PepsiCo, ha ricevuto premi, scritto libri (L’età dell’eccellenza, per il Saggiatore, è il suo manifesto), registrato 47 brevetti, esposto progetti al Louvre. Ma le sue prossime opere non finiranno in un museo: saranno nelle case di tutti. E, come un vecchio dipinto, tenteranno di lasciare una persistenza nella memoria.
Porcini, sa che non sarà semplice? La tecnologia tende a essere un trionfo dell’uguale, una noia totale.
Perché è frutto di un approccio ispirato all’essenzialità del Bauhaus. Io preferisco un linguaggio largo, complesso, che riflette la diversità umana, come accade nella moda o nell’arredamento.
Ma un televisore non è un abito da sera.
In passato, nella tecnologia, coesistevano l’espressività di Olivetti con il minimalismo di Braun. L’omogeneità è un’anomalia degli ultimi 15 anni. La scelta della tv a tubo catodico avveniva da spenta, dettata da canoni estetici. L’idea è riproporli e insieme superarli: aggiungere, al legame tra la forma e la funzione, l’elemento del significato.
Cosa comporta, a livello pratico?
Giocare con le cornici, dargli corpo, fluidità e cromaticità. O farle scomparire, per esempio assorbendole nella parete. Renderle comunque eloquenti, perché ogni salotto è diverso, dunque non può imporsi l’identico.

L’altro schermo imperativo nelle nostre vite è lo smartphone. Mira a far sparire anche quello?
Resterà a lungo perché, come insegnavano Platone e Aristotele, percepiamo il mondo attraverso tutti i sensi e la vista è fondamentale. Arriveremo agli ologrammi, ai display flessibili che si possono tenere sui vestiti, ma è una prospettiva di lungo periodo.
Nel frattempo?
Aumenterà il peso di occhiali, orologi, dispositivi indossabili come spille, pendenti, soluzioni hi-tech da tenere sulla testa e attorno al collo. Alla Milano Design Week mostreremo alcune sperimentazioni, sempre nel solco di un lessico variegato.

Al centro della conversazione c’è l’Intelligenza artificiale. Lei con che spirito l’affronta?
Dialogandoci quotidianamente. Conosce il mio pensiero e quello che sto cercando di creare, la uso per ascoltare un punto di vista diverso dal mio oppure per ottenere una validazione. Sa anche il peso e l’età dei miei cani, ha accesso ai libri che leggo e ai viaggi che faccio. Acquisisce la mia conoscenza, che si conserverà quando non ci sarò più.
Un ragionamento a metà tra il pragmatico e l’inquietante.
Mia madre ha quasi ottant’anni, ma è sempre la mamma. È ancora lì a preoccuparsi che non prenda freddo. Sono certo che sarebbe contenta di trasferire il suo sapere a un gemello virtuale, a cui un domani potrò domandare qual è la ricetta che mi faceva a pranzo la domenica o cosa mettere la sera per tenermi caldo.
Ci inginocchieremo al culto dell’Ia, in cambio di una promessa d’eternità?
La risposta non è rifiutare una tecnologia che verrà sviluppata a prescindere, ma definire le regole per gestirla. Conta l’etica, il contenuto morale che sta dentro a ciò che facciamo. Se l’intento nella creazione di quel clone digitale è l’amore, il preservare emozioni piene di senso, sarà bellissimo. Il primo filtro dovrebbero essere i valori morali, perché la storia ci ha insegnato che, quando vengono meno, cadono gli imperi. Il mio è un approccio umanista, lo stesso che applico sul lavoro: per me, il design è un atto d’amore.
Un paradosso, se non un’illusione. Il business segue altre logiche.
Certo, ma nel breve termine. Nel lungo, se un’azienda risolve problemi reali, diventa forte. Lo scenario è che la robotica continuerà ad abbassare i costi per produrre le idee, il commercio elettronico le farà arrivare in fretta, a chiunque, dappertutto. Vinceranno i prodotti belli, funzionali e sostenibili. Eccellenti in quanto concepiti attraverso una generosità focalizzata sull’essere umano.
È questo il retaggio italiano che porta in giro per i continenti?
Noi siamo circondati dal bello, perciò tendiamo a riproporlo. Un altro nostro punto di forza è l’arte d’arrangiarsi, il muoversi nelle aree grigie, trovando comunque una soluzione, magari all’ultimo minuto. Negli Stati Uniti, in maniera più elegante, lo chiamano «problem solving». In questo momento storico, è essenziale.
C’è qualche strategia che invece ruberebbe alla Corea, la sua nuova casa?
È una nazione isolata, con una lingua difficilissima da comprendere. È stata abile a non rifiutare ciò che arriva dall’estero, a mescolarlo con la propria identità dandogli un tocco originale. Dovremmo fare lo stesso: costruire un modello in parte inedito, basato sull’eredità della nostra cultura, poi esportarlo. Sarebbe un’incredibile opportunità di crescita.
Come fa a esserne così convinto?
Ovunque mi trovi nel mondo, continuo a far sentire il mio accento italiano perché tutti sono felici di ascoltarlo. Per un Paese, non è poco essere amato tanto.
