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Sanremo: le canzoni che non hanno vinto ma sono rimaste per sempre

Sanremo: le canzoni che non hanno vinto ma sono rimaste per sempre

Su tutte L’Italiano di Toto Cutugno. E poi, Vita spericolata, Sarà perché ti amo e Il ragazzo della via Gluck…

«Le classifiche di Sanremo, in realtà, sono tre: la prima è quella del sabato sera, il risultato immediato del festival e anche il senso della gara; la seconda è quella commerciale, ovvero il pezzo che vende di più che raccoglie più clic in streaming e che passa più volte in radio. Spesso, non è quello che ha vinto il Festival. E poi c’è la terza classifica, quella conta davvero: la classifica del tempo quella che determina se un certo brano diventerà un mattone nel muro della grande musica italiana» racconta Marco Rettani, scrittore e produttore discografico, partendo dal ragionamento che ha ispirato, dopo un colloquio con Enrico Ruggeri, il libro scritto con il giornalista Nico Donvito, Sanremo e la classifica del tempo – 100 canzoni non incoronate dal Festival diventate immortali (Azzurra Music).

Sanremo, a ben vedere, è una macchina narrativa prima ancora che musicale: ogni anno produce una gerarchia, un verdetto, un’idea di “oggi”. Soprattutto nelle ultime edizioni. Ma se si guarda la storia con la distanza giusta, quel verdetto somiglia spesso a una fotografia sgranata: fedele al momento, poco affidabile sul lungo periodo. Il Festival decide chi vince; il tempo decide chi resta. E tra questi due poteri, la giuria (popolare e della critica) e la memoria collettiva, si apre una terza decisiva opzione: quella delle canzoni che non hanno vinto, eppure hanno inciso un solco così profondo da diventare lingua comune.

Un esempio su tutti: Vita spericolata di Vasco Rossi arrivata penultima nel 1983. Dopo 42 anni, l’anno scorso, ha aperto i concerti dell’ennesimo tour sold di Vasco Rossi accolta da un boato impressionante, partito da un settore indefinito dello stadio e in pochi secondi diventato aria che vibra, sedili che tremano, voci che si sovrappongono.
Vita spericolata era ed è il rifiuto della normalità, del successo ordinato, della vita “come dovrebbe essere”. Per questo Sanremo, nel 1983, poteva solo ospitarla, non incoronarla.

Nel 1966 Adriano Celentano porta a Sanremo Il ragazzo della via Gluck: viene eliminato nella prima serata, senza se e senza ma. In realtà avrebbe dovuto partecipare, ricorda Rettani, «con una versione tanguera di Nessuno mi può giudicare, ma alla fine decise di rinunciare a quel pezzo pezzo che si piazzò al secondo posto grazie all’interpretazione di Caterina Caselli». L’urbanizzazione selvaggia, la perdita dei luoghi d’origine, lo sradicamento sono temi troppo forti per l’attitudine consolatoria dei brani dell’epoca. Ma, come sempre, le somme si tirano dopo un po’ di tempo. Con il passare degli anni, Il ragazzo della via Gluck smette di essere il racconto di Celentano e diventa un archetipo. Quel ragazzo non è più uno solo: è chiunque abbia visto cambiare il proprio quartiere, il proprio paese, il proprio paesaggio. E allora, la canzone diventa memoria collettiva.

Bizzarra anche la storia de L’italiano, che come sottolinea Rettani, «continua ancora oggi a essere popolarissima in tutto il mondo, per mare e per terra, con i dischi e con lo streaming». Scritta da Toto Cutugno (e Cristiano Minellono) in dieci minuti davanti alla tv, viene proposta ad Adriano Celentano. Che declina, dicendo che non si sente a suo agio nel cantare “sono un italiano vero”. «Sembra che io mi voglia innalzare» dice il Molleggiato a Cutugno incredulo che ribadisce: “ma io l’ho scritta pensando proprio a te!”. Incassato il no di Celentano, Cutugno si presenta a Sanremo, si scontra con molto snobismo e qualche faccia perplessa e alla fine arriva solo quinto. Il resto è storia…

«Qualche volta il pezzo destinato alla storia coincide con la canzone vincitrice. Due vite di Marco Mengoni (canzone vincitrice nel 2023) la sentiremo cantare anche tra trent’anni» sottolinea Marco Rettani. Vale lo stesso discorso per Luce (tramonti a Est) di Elisa, un pezzo straordinario e vittorioso nel 2001. Detto questo, la classifica di Sanremo è, da sempre, una terra di paradossi. È il posto dove il podio può raccontare una verità diversa da quella che il pubblico continuerà a cantare negli anni.

Ci sono canzoni che non alzano il trofeo, ma sollevano intere generazioni: ed è quella la vittoria che dura. Felicità di Al Bano e Romina Power (seconda nel 1982) e Sarà perché ti amo dei Ricchi e Poveri (quinta nel 1981) esemplificano alla perfezione questo meccanismo magico e al tempo stesso misterioso. Entrambe non hanno dominato la graduatoria finale, eppure hanno dominato l’immaginario collettivo. Sono diventate inni spontanei, colonne sonore di feste improvvisate, matrimoni rumorosi, viaggi in macchina e cori da curve di stadio. Idem per Maledetta Primavera di Loretta Goggi (seconda nel 1981), annoverata a pieno titolo nella categoria dei classici senza tempo.

Una sezione a parte è quella dei capolavori incompresi, almeno nella settimana del Festival: «Almeno tu nell’universo (nona nel 1989) e E dimmi che non vuoi morire di Patty Pravo (ottava nel 1997) sono, a dispetto della classifica finale, due delle più belle canzoni che siano mai state cantate sul palco dell’Ariston» sottolinea. Un palco che ha visto tutto e il contrario di tutto, anche gli outsider diventare mainstream o personaggi di culto. Alla prima categoria appartiene di diritto Rino Gaetano, che nel 1978 pronuncia per primo la parola “sesso” al festival e si presenta in scena cantando Gianna con un cilindro sghembo in testa, la maglietta della salute, un papillon al collo e un asciugamano stile sciarpa. Una ventata d’ironia con cui conquista il terzo posto, e nel giro di pochi giorni le classifiche di vendita. E poi, per sbloccare un ricordo in chi oggi ha tra cinquanta e sessant’anni, Franco Fanigliulo, un outsider puro, che dava l’idea di essere capitato all’Ariston per errore, arrivato sesto nel 1979 con un brano stralunato e provocatorio, quanto surreale: A me mi piace vivere alla grande («girare tra le favole in mutande» recitava il testo), una geniale nota stonata rispetto all’atmosfera del festival. Talmente stonata da essere rimasta per sempre impressa nella memoria di chi era davanti al televisore.

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