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Entrepreneur ergo sum: quando lasciare l’azienda significa riscrivere se stessi

Entrepreneur ergo sum: quando lasciare l’azienda significa riscrivere se stessi

Dal senso di perdita alla dignità nel passaggio generazionale: Markus Weishaupt analizza cosa accade agli imprenditori quando l’azienda non è più la loro identità

C’è una frase che sintetizza meglio di qualsiasi manuale di management la condizione esistenziale dell’imprenditore: non cogito ergo sum, ma entrepreneur ergo sum. Non penso dunque sono, ma creo dunque sono. È questa l’identificazione totale – quasi ontologica – che Markus Weishaupt, consulente per imprese familiari, mette al centro della sua riflessione sul momento più delicato nella vita di chi guida un’azienda: la successione.

Il suo saggio, nato anche sull’onda della notizia del tentato suicidio di Wolfgang Grupp nel luglio 2025, non è un’analisi biografica né un commento di cronaca. È piuttosto una lente sul tema che troppo spesso resta rimosso: cosa accade quando un imprenditore non è più l’imprenditore operativo della propria azienda? Quando la firma passa di mano, ma l’identità resta ancorata al ruolo?

Entrepreneur ergo sum: quando lasciare l’azienda significa riscrivere se stessi

Lasciare andare non è “lasciar fare”

Nella retorica manageriale si parla di “lasciare andare” come disciplina essenziale per il successo delle imprese familiari. Ma nella realtà, osserva Weishaupt, il lasciare andare totale è raro. Più che abbandonare, gli imprenditori devono imparare a cambiare ruolo, e soprattutto ad accettarlo.

Non si tratta di “laissez-faire”, di sparire e lasciare campo libero, ma di passare dall’essere decisori all’essere membri di un consiglio, mentor, sparring partner, custodi della visione. E qui emerge la difficoltà strutturale: l’imprenditore non esercita una professione, è imprenditore. L’identificazione è totale. Quando questo asse si incrina, vacilla anche la percezione di senso.

Il senso della vita dopo l’impresa

Weishaupt richiama quattro dimensioni del senso individuate dagli studi psicologici: significatività, appartenenza, orientamento e coerenza. L’imprenditore di successo vive tutte e quattro pienamente nel proprio ruolo. La propria azienda non è solo un lavoro: è appartenenza a una classe di creatori, è coerenza tra identità e azione, è orientamento quotidiano.

Ma cosa resta quando quel ruolo viene meno? Viaggiare, fare beneficenza, ricoprire cariche onorarie: sono alternative reali, ma per molti imprenditori non sufficienti. Il rischio è quello che l’autore definisce con un termine forte: diventare un “omissore”, qualcuno che non crea più perché vede il proprio essere imprenditore in modo unidimensionale, confinato alla sola azienda fondata o guidata per decenni.

Eppure il mondo avrebbe bisogno proprio di quell’esperienza: come mentor di startup, come docente universitario, come consigliere, come autore, come guida in progetti sociali. L’energia che ha costruito un’impresa può costruire molto altro.

La successione come lutto

La successione non è quasi mai vissuta come arricchimento. È ambivalente: da un lato orgoglio per aver consegnato l’azienda alla generazione successiva, dall’altro perdita.

Weishaupt propone un parallelo audace ma efficace con l’elaborazione del lutto. Come nel lutto si tratta di instaurare una nuova relazione con chi non c’è più, così l’imprenditore deve ridefinire il rapporto con la propria azienda: accettare che la relazione precedente è finita, che il legame cambia forma.

Non cambia solo il rapporto con l’impresa, ma anche quello con i figli o successori. Da figlio a amministratore delegato, da padre a osservatore, eventualmente consigliere. Un passaggio che richiede una trasformazione interiore più profonda di quanto le strutture societarie possano regolare.

La dignità come bussola

C’è poi un tema etico, quasi costituzionale: la dignità. La dignità non è solo un diritto da difendere contro terzi, ma anche una responsabilità verso se stessi. Un imprenditore che cede formalmente il potere ma mantiene un ruolo di “super-amministratore”, che nomina i figli ma non li lascia realmente guidare, rischia di compromettere non solo la governance, ma la propria coerenza interiore.

La chiarezza è il primo atto di dignità. Nessuno può imporre la successione: né consulenti, né familiari, né consigli di amministrazione. Può nascere solo da una decisione autentica dell’imprenditore. La domanda, allora, diventa semplice e radicale: quali conseguenze sono più sostenibili? Restare aggrappati o passare il testimone?

Non c’è spazio per l’hybris, se l’obiettivo è invecchiare in modo significativo.

Il tempo come risorsa non rinnovabile

Weishaupt chiude richiamando Seneca e il De Brevitate Vitae. La vita non è breve: siamo noi a sprecarla. Il tempo è più prezioso del denaro, ma le persone sono avare con il denaro e generose con il proprio tempo.

Il tempo non si gestisce: passa. Anche per gli imprenditori. La differenza sta in ciò che si sceglie di fare con il tempo che resta. Gli imprenditori lungimiranti riorganizzano consapevolmente le priorità nel processo di successione, accettano che l’azienda evolva con nuovi stili di leadership e strategie diverse, evitano interferenze non richieste che generano conflitti. Mettono la propria esperienza al servizio di nuovi progetti.

In fondo, il punto non è smettere di essere imprenditori. È riscrivere il significato di quell’“ergo sum”. Continuare a creare, ma altrove. Continuare a generare senso, ma senza confondere l’identità con un’unica opera. Perché l’impresa può cambiare guida. L’imprenditore, se vuole, può cambiare forma.

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