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Roger Taylor, la bellezza contro il rumore del mondo

Roger Taylor, la bellezza contro il rumore del mondo
From a video directed by Simon Lupton

Esce Violence Insane in a Beautiful World, il disco solista del batterista dei Queen. Bello e sorprendente

A settantasette anni Roger Taylor continua a scrivere, cantare, suonare e soprattutto a prendere posizione sul mondo che gli passa davanti. Violence Insane in a Beautiful World, settimo album della sua carriera solista nasce precisamente da questa necessità: mettere una accanto all’altra la bellezza del pianeta e l’irrazionalità con cui gli uomini sembrano impegnati a rovinarlo.

Violence Insane in a Beautiful World è un album che cambia continuamente tono: l’apertura con A Beautiful World chiarisce immediatamente quale sia il centro del mprogetto. Taylor contempla la Terra come se dovesse osservarla da lontano per ricordarsi quanto sia straordinaria. È qui che entra uno degli elementi essenziali, il Ndlovu Youth Choir di Limpopo, in Sudafrica. Taylor aveva conosciuto il coro attraverso la loro reinterpretazione in lingua zulu di Bohemian Rhapsody e ha finito per coinvolgerlo in tre brani. Le voci del gruppo ampliano la musica e sottraggono la canzone alla dimensione privata dello studio domestico.

L’idillio dura pochissimo. Violence Insane, seconda traccia e metà oscura del titolo dell’album, precipita in tutt’altra atmosfera. Batteria, chitarre e tastiere costruiscono un paesaggio duro, compresso, quasi industriale. È uno dei momenti in cui torna in primo piano il Taylor batterista: non tanto per il virtuosismo, quanto per il modo in cui il ritmo diventa elemento narrativo..

Taylor cambia nuovamente direzione con What Really Matters. Dopo avere allargato lo sguardo al destino del mondo, lo restringe alla misura della vita individuale. È una canzone sul tempo e sul progressivo mutamento delle priorità. Qui la voce di Taylor conta almeno quanto la scrittura. Non possiede più, naturalmente, la potenza dell’uomo che cantava I’m in Love with My Car negli anni Settanta, ma la sua ruvidità attuale è parte del racconto. L’età non viene nascosta: diventa materiale espressivo.

Don’t Photograph Food rappresenta invece il lato sarcastico di Taylor. Il bersaglio è una contemporaneità ossessionata dall’esibizione di qualsiasi esperienza, persino quella più banale. Musicalmente il pezzo torna verso un rock più diretto, costruito intorno al riff, e alleggerisce per qualche minuto il peso dei temi precedenti.

Molto più raccolta è I See You Now, una canzone dedicata alla moglie Sarina. Taylor. La seconda metà dell’album torna ad alzare la temperatura. Chump è una breve e potente invettiva, subito dopo arriva Spit In His Eye, altro episodio rapido e obliquo, più vicino al gusto per la caricatura e il racconto surreale. Sono due pezzi che contribuiscono alla natura irregolare dell’album: non sempre tutto sembra destinato a convergere nello stesso luogo.

Al centro di questa sequenza compare anche l’unica composizione non firmata da Taylor, Jealous Guy di John Lennon. Il batterista dei Queen la considera una delle grandi ballate della musica popolare e sceglie di affrontarla senza cercare di replicare la fragilità vocale di Lennon.

Con Come On Summer (It’s Party Time) cambia ancora tutto. Il Ndlovu Youth Choir ritorna e il disco si apre verso un pop festoso, ritmico, volutamente immediato.

È quindi logico che il finale, A Great Big Beautiful World, riprenda e allarghi l’idea dell’apertura. Il Ndlovu Youth Choir torna per la terza volta e Taylor chiude il cerchio. Dopo rabbia, ironia, amore, vulnerabilità e disillusione, rimane la convinzione che la bellezza esista ancora e che sia proprio questa a rendere più insensata la distruzione. Il coro non è un semplice ornamento: rappresenta musicalmente l’uscita dalla solitudine.

Roger Taylor, in definitiva, non cerca di dimostrare di essere ancora giovane.
Fa qualcosa di più interessante: utilizza l’età come punto di osservazione. Guarda un mondo che considera magnifico e contemporaneamente assurdo, si arrabbia con ciò che vede, prende in giro le nostre piccole ossessioni, parla alla donna con cui condivide la vita, rende omaggio a Lennon e infine affida a un coro di giovani sudafricani la parte più luminosa del proprio messaggio.

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