La storia, quella sera, non aveva ancora deciso di essere storia. Non c’era una tournée d’addio. Non c’erano comunicati solenni, annunci di separazione o parole preparate per l’ultima pagina. E soprattutto non esisteva quella consapevolezza collettiva che accompagna i grandi congedi quando tutti, sul palco e davanti al palco, sanno di assistere a qualcosa che non tornerà.
C’erano i Queen. Davanti a loro, una distesa umana valutata intorno alle 120.000 persone, raccolta nel parco di Knebworth per l’ultima data del Magic Tour. Quello spettacolo sarebbe diventato l’ultima apparizione dal vivo di Mercury insieme alla formazione classica dei Queen: un dato oggi inscritto nella storia del rock.
Per capire Knebworth bisogna tornare indietro di tredici mesi.
Il 13 luglio 1985, sul palco del Live Aid a Wembley, Queen e Freddie Mercury avevano condensato in poco più di venti minuti una dimostrazione quasi perfetta della loro potenza scenica. Quella performance sarebbe diventata uno dei momenti più celebrati nella storia del rock televisivo e avrebbe contribuito a riaffermare in maniera spettacolare la centralità live del gruppo.
Quando nel 1986 i Queen partirono per il tour europeo legato a A Kind of Magic, la loro dimensione da stadio era ormai compiuta. Le due date londinesi di Wembley, l’11 e il 12 luglio, facevano parte di una tournée nella quale il rapporto fra la band e le grandi masse aveva raggiunto una scala impressionante. Knebworth venne aggiunto alla parte finale del tour proprio per rispondere alla domanda del pubblico. Quella del 9 agosto divenne così una sorta di enorme appendice conclusiva dell’estate dei Queen.
Nel 1986 la trasformazione dei Queen in macchina da grande spettacolo era completa. Negli anni Settanta erano stati una formazione capace di fondere hard rock, teatralità, opera, pop, glam e una cultura sofisticatissima dello studio di registrazione. Nel decennio successivo avevano progressivamente imparato a tradurre quella complessità in un linguaggio adatto agli spazi giganteschi.
Sul palco dei Queen ogni elemento aveva ormai una funzione drammaturgica: l’ingresso, il movimento di Mercury, la Red Special di Brian May, la scansione fisica della batteria di Roger Taylor, l’essenzialità di John Deacon, le pause, le luci, i cori del pubblico, gli encore. Un concerto non era più semplicemente una sequenza di canzoni. Era diventato architettura di massa.
Anche Knebworth venne costruito secondo questa logica: un evento di dimensioni colossali, con grandi schermi destinati a permettere anche agli spettatori più lontani di seguire ciò che accadeva sul palco.”
Lo show inizia com One Vision. Nata nel periodo successivo al Live Aid e pubblicata alla fine del 1985, la canzone era diventata l’innesco ideale per gli spettacoli del Magic Tour. Subito dopo arriva Tie Your Mother Down.
Quindi il medley che riprende In the Lap of the Gods… Revisited e Seven Seas of Rhye prima dell’ingresso in Tear It Up. Poi A Kind Of Magic. Seguono Under Pressure, Another One Bites the Dust, Who Wants to Live Forever e I Want to Break Free. Arriva Now I’m Here e poco dopo uno dei momenti più intimi che i Queen riuscivano paradossalmente a produrre davanti a folle immense: Love of My Life. Mercury canta, ma progressivamente è il pubblico a impadronirsi della canzone. Poi Is This the World We Created…?.
Segue il medley rock’n’roll fino all’esplosione finale con Bohemian Rhapsody, Hammer to fall, Crazy little thing called love e Radio Ga Ga. E infine la sequenza destinata a trasformare gli ultimi minuti del concerto in liturgia: We Will Rock You, Friends Will Be Friends, We Are the Champions.
La storia, quella sera, non aveva ancora deciso di essere storia: nessuno sapeva che quello sarebbe stato l’ultimo saluto di Freddie al suo pubblico. Soltanto anni dopo il mondo capì che un’epoca era finita.
