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L’umanità anomala in Matteo Garrone

L’umanità anomala in Matteo Garrone
Getty Images

Il regista, fresco vincitore del premio Pio Alferano, riesce a mantenere una cifra distintiva legata a protagonisti “laterali”, disturbanti, ma – perciò – profondamente umani.

Si è svolta a Castellabate lo scorso 19 settembre la cerimonia di consegna del Premio Pio Alferano, giunto alla quattordicesima edizione, promosso dalla Fondazione Pio Alferano e Virginia Ippolito. In aggiunta alla motivazione, Vittorio Sgarbi, direttore artistico del premio, ha scritto anche questo testo.

Matteo Garrone non fa parte di quei casi per i quali si dice, con equivoco senso di fatalismo, che nella vita non avrebbe potuto fare altro. Certo, nascere figlio di un noto critico delle scene e di una fotografa di teatro e non solo, qualche inclinazione verso l’espressione artistica può favorirla.

Ma il percorso imboccato in questo senso dal Nostro non è stato affatto consequenziale, sviluppandosi per vie traverse piuttosto che lineari. Comincia con lo sport, da adolescente è convinto di potere diventare un tennista professionista, il talento non mancherebbe. Si dedica anima e corpo per raggiungere l’obiettivo, ma è il corpo a tradirlo, un infortunio che gli tarpa le ali. Allora prova con un altro talento coltivato segretamente fin da bambino, la pittura. In anni in cui in cui proporla non era di moda, Garrone dichiara fede alla figurazione mimetica, anche se con un gusto tutto calato nell’attualità del suo tempo, dunque senza alcun atteggiamento passatista.

La pittura diventa una scuola dell’occhio di fondamentale importanza per quanto avrebbe fatto dopo. Prende dimestichezza con cosa sia la composizione delle immagini (il “quadro”, come Fellini la chiamava a proposito del suo cinema), imparando a impostarla secondo impianti spaziali e sinergie cromatiche ben precisi.

Dalla tela all’inquadratura: l’occhio pittorico prestato al grande schermo

Eccolo, allora, rappresentare la vanitas del tempo che avanza attraverso una sorta di morte in diretta simultaneizzata che porta della frutta a marcire. Eccolo, ancora, scomporre inquadrature già di sapore cinematografico attraverso l’assemblaggio di legni verticali di risulta, definendo degli spazi dove presenze umane recitano ciascuna per proprio conto. L’impressione che ne viene fuori è quella di uno stato comune di nevrosi esistenziale in cui però ciascuna manifestazione ha un carattere individualizzato, essendo ognuna un caso diverso, una diversa predisposizione a uscire dai binari della normalità, qualunque cosa si possa intendere con essa, per inoltrarsi in quelli della divergenza sociale, psichica, perfino fisica.

Già da questo momento, a Garrone interessa l’anomalo, ciò che non rientra nel modo ordinario di rapportarsi alla vita e se, all’inizio, poteva essere anche intrigato dal poterne ricavare un facile effetto di reazione emotiva, lasciandolo in superficie come motivo di borghese sgomento, poi cerca di approfondirne la lettura. Un approfondimento che esige un mezzo espressivo capace di concedere di più dal punto di vista della narrazione.

L’attrazione per i corpi marginali e le prime conferme della critica

Il passaggio dalla pittura al cinema diventa perciò naturale. È a suo modo anomalo, rispetto a una certa idea di società e cultura, il mondo di colui al quale Garrone dedica nel 1998 un documentario che lo pone alla luce dei più attenti, Oreste Pipolo, campione della fotografia matrimoniale napoletana. Più anomala ancora, anche nelle fisicità freaks chissà quanto debitrici di Tod Browning, la vicenda de L’imbalsamatore, il primo di film di finzione, del 2002, che lo fa notare prepotentemente alla critica, vincendo un primo David di Donatello per la sceneggiatura. Lo spunto viene da un fatto di cronaca, quello del cosiddetto “nano di Termini”, tassidermista di mestiere, che, come una persona qualsiasi, pretende di avere una relazione amorosa col giovane, bell’apprendista che ha preso a lavorare. Una deroga dalle convenzioni perbeniste che pagherà con l’uccisione. Il realismo sui generis con cui il regista tratta la vicenda non la carica di grottesco alla Elio Petri, semmai lo fa trasudare dal mondo a parte che maneggia come se fosse una sua componente spontanea. Con Primo amore, del 2004, l’anomalia assume più esplicitamente il carattere dell’ossessione, in un contesto solo in apparenza meno estremizzato. Ancora una voglia di bellezza fuori dalle regole che si vuole soddisfare, riversata stavolta sul corpo femminile che un uomo pretende anoressico dalla sua compagna. Di nuovo un omicidio inevitabile, con la vittima che si ribella catarticamente al carnefice.

Con Gomorra, del 2008, arriva finalmente il grande successo internazionale di pubblico e critica, raccogliendo moltissimi riconoscimenti, fra cui il Gran Prix della giuria al Festival di Cannes e sette David di Donatello. La base di partenza, il romanzo- inchiesta di Roberto Saviano, è una garanzia, ma Garrone lo travalica, fornendogli immagini e una nuova narrazione che inaugurano l’epica dei prodotti derivati dal film, in realtà discostatisi non poco da esso. Scampia non è più una situazione circoscritta, è un universo altro dominato da ciò che la società civile concepisce come degenerazione, ma Garrone non giudica, espone con fedeltà e rigore, lasciando che siano altri a trarre le conclusioni. Vince il Gran Prix di Cannes anche con Reality, del 2012, storia di un pescivendolo napoletano che si convince di potere trovare un’alternativa alla sua vita nel mondo dello spettacolo televisivo, per molti versi non meno fuorviato di Scampia.

Il respiro della fiaba e la pietà per gli ultimi tra cronaca e odissee

Se l’anomalia continua a attrarre, sarà il caso di affrontarla nel genere che non la considera tale, il racconto fantastico. È quanto capita, nel 2015, con Il racconto dei racconti, tratto da Il cunto de li cunti del barocco Giovan Battista Basile, per il quale Garrone usufruisce di un cast di attori internazionali e mezzi produttivi più generosi del solito, compensati con sette David di Donatello. Eppure, è la semplicità di quanto si racconta, la magia fatta di piccole, ma intense cose fra ambientazioni storiche riscoperte, a generare un incanto che fa tornare bambini, lo stesso che contraddistinguerà la versione garroniana di Pinocchio, del 2019, cinque David di Donatello. Il ritorno alla cronaca nera dei “mostri” da prima pagina è segnato da Dogman, del 2018, parente de L’imbalsamatore nell’addentrarsi in un omicidio efferato compiuto da un marginale, il “canaro” per il quale Marcello Fonte vince a Cannes il premio come migliore attore protagonista. Garrone riesce a districarsi da par suo anche con una materia che la retorica del buonismo di militanza avrebbe potuto banalizzare, l’emigrazione africana verso l’Europa. Io capitano, del 2023, Leone d’argento alla Mostra del cinema di Venezia, sette David di Donatello, è una struggente odissea di disperati in un grado azzerato di civiltà dentro il quale l’umano mostra tutto il peggio e il meglio di sé. E ora non resta che aspettare con impazienza il nuovo film di Garrone, come al solito pronto a scendere a rete per guadagnarsi il punto. Gioco, set, partita.

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