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Olivia Marsh torna con Paraglider, il sogno sospeso della nuova voce pop tra Corea e Australia

Olivia Marsh torna con Paraglider, il sogno sospeso della nuova voce pop tra Corea e Australia

Olivia Marsh pubblica il nuovo singolo Paraglider: una ballata eterea e autobiografica che anticipa il secondo EP dell’artista di Warner Music Korea.

Nel pop contemporaneo, dove tutto sembra progettato per gridare più forte, correre più veloce e occupare ogni secondo disponibile dell’attenzione collettiva, Olivia Marsh sceglie invece una strada completamente diversa: rallentare. Creare spazio. Lasciare che siano il silenzio, la vulnerabilità e le emozioni trattenute a parlare.

Con il nuovo singolo Paraglider, pubblicato da Warner Music Korea, l’artista australiano-coreana apre una nuova fase del proprio percorso musicale con un brano etereo e malinconico, costruito attorno all’idea del lasciar andare: le relazioni che continuano a pesare, il bisogno costante di controllo, la paura di abbandonarsi davvero al cambiamento.

La canzone si muove in modo lento, quasi sospeso, accompagnata da una vocalità sognante che è diventata uno dei tratti più riconoscibili di Olivia Marsh. Non c’è bisogno di esplosioni emotive o grandi climax: Paraglider lavora per sottrazione, creando un’atmosfera intima e cinematografica che sembra galleggiare tra sogno e realtà.

Anche il videoclip traduce visivamente questa sensazione di libertà fragile e luminosa, usando il volo come metafora di liberazione emotiva. Il concetto del “daydream”, il sogno a occhi aperti, attraversa l’intero immaginario del progetto e amplifica la dimensione poetica del brano.

Paraglider anticipa il secondo EP dell’artista, che porterà lo stesso titolo e continuerà ad approfondire il suo approccio autobiografico alla scrittura. Un elemento centrale nella costruzione della sua identità musicale sin dal debutto, avvenuto nel 2024 con il singolo 42, seguito nel 2025 dall’EP Meanwhile, che aveva attirato l’attenzione del pubblico internazionale grazie alla sua capacità di unire sensibilità indie-pop, storytelling emotivo ed estetica globale.

Nella sua discografia figurano anche brani come Strategy, Lucky Me featuring Wonstein e Too Good to be Bad, tracce che hanno progressivamente consolidato la sua immagine di artista capace di muoversi tra Corea, Australia e scena internazionale senza perdere autenticità.

Ed è forse proprio questo il punto più interessante del percorso di Olivia Marsh: in un’industria sempre più dominata dall’eccesso, dalla velocità e dalla necessità di diventare immediatamente virali, lei costruisce invece un pop delicato, introspettivo, quasi sussurrato. Un pop che non vuole sovrastare chi ascolta, ma accompagnarlo.

Con Paraglider, Olivia Marsh non cerca di impressionare. Cerca qualcosa di molto più difficile: far sentire.

Panorama ha parlato con lei.

Per iniziare, potresti presentarti con le tue parole e raccontarci chi è Olivia Marsh oggi?
Ho sempre trovato molto difficile presentarmi. In questo momento mi descriverei come una persona che ama profondamente la musica e che sta imparando a fidarsi e ad accogliere la propria voce.

“Paraglider” sembra più un rilascio silenzioso che una rottura drammatica: da dove nasce questa idea di una libertà morbida, quasi sospesa?
Il brano è nato in modo molto organico. Ricordo perfettamente quando l’ho scritto. Ero vicina a quello che potrei descrivere solo come un quasi burnout e alla fine ho fatto un breve viaggio in Australia. Quando sono tornata, mi sentivo rigenerata e guarita. La settimana del mio ritorno in Corea ho improvvisamente avuto un’esplosione di ispirazione. “Paraglider” è stata la prima canzone che ho scritto in quel periodo. Penso che quel senso di sollievo dopo un momento stressante sia finito naturalmente dentro il brano.

Nel brano c’è un equilibrio molto delicato tra vulnerabilità e controllo. Come hai attraversato quello spazio emotivo mentre lo scrivevi?
Per “Paraglider” ho scritto soprattutto ciò che mi veniva naturale in quel momento. Non stavo pensando troppo a cosa volessi dire o cercando di trasformarlo in qualcosa di preciso. È stato solo riascoltandolo che ho iniziato a notare il filo emotivo che lo attraversava. Sono abbastanza sicura che le voci che si sentono nel brano siano anche alcune delle primissime take registrate, e penso che questo abbia aiutato a preservare la sensazione iniziale che provavo.

La tua voce ha una qualità quasi senza peso, sognante. È qualcosa che costruisci consapevolmente o è semplicemente il tuo modo naturale di esprimerti?
Penso che il mio stile vocale si sia sviluppato naturalmente negli ultimi anni. Forse è semplicemente una preferenza personale, ma mi sento più a mio agio cantando in head voice oppure usando la voce di petto nei registri più bassi. Quando ero più giovane mi piaceva spingere di più la voce e cantare con molta più potenza, ed è sicuramente qualcosa che mi piacerebbe sperimentare ancora anche nelle canzoni future.

Il videoclip lavora sull’idea del volo come qualcosa di interiore più che fisico. Cosa significa per te, personalmente, questa sensazione di “liberazione”?
So di essere una persona che tende a pensare troppo. Per me liberazione significa liberarsi da tutte quelle preoccupazioni e da quei pensieri inutili che riempiono la mia mente.

Rispetto alle tue uscite precedenti, questo brano sembra più trattenuto, quasi più introspettivo. Riflette un cambiamento nel tuo modo di raccontare le storie?
In realtà penso che tutto questo EP sia un po’ più introspettivo. Non era qualcosa che avevo pianificato intenzionalmente: è nato naturalmente dallo spazio emotivo in cui mi trovavo mentre scrivevo le canzoni. Sento un legame molto forte con ogni traccia perché riflettono chi ero in quel preciso momento della mia vita.

Hai descritto il tuo songwriting come autobiografico: quanto di “Paraglider” nasce direttamente dalle tue esperienze personali?
Penso che tutto in “Paraglider” sia, in qualche modo, un riflesso dei miei pensieri e delle mie esperienze. L’ho scritta durante un periodo in cui stavo guarendo e uscendo da una situazione molto stressante. Anche se nasce da qualcosa di estremamente personale, spero che chi ascolta possa proiettare le proprie emozioni dentro la canzone e magari trovare anche lui un senso di guarigione.

Nel brano c’è una forte sensazione di immobilità, qualcosa di piuttosto raro nel panorama musicale di oggi. Era una scelta intenzionale?
Non era davvero intenzionale, semplicemente quella sensazione di quiete mi sembrava emotivamente giusta in quel momento. Ricordo che volevo che la canzone desse la sensazione di planare o cadere liberamente senza paura.

Il tuo sound mescola delicatezza e precisione emotiva. Quali influenze — musicali o meno — hanno contribuito a costruire questa estetica?
Direi che le mie influenze più grandi sono in realtà gli autori e i creativi con cui lavoro. Negli ultimi anni ho avuto la fortuna di incontrare persone incredibilmente talentuose. Imparo tantissimo da loro a livello creativo, ma anche attraverso i rapporti e le amicizie che costruiamo insieme. Tutte queste esperienze influenzano naturalmente il modo in cui creo musica.

Hai debuttato nel 2024 e la tua identità artistica sembra essersi evoluta molto rapidamente. Qual è il cambiamento più grande che senti di aver vissuto nell’ultimo anno?
Probabilmente il cambiamento più grande è stato imparare a fidarmi di più del mio istinto. Credo di aver sempre saputo quale tipo di stile e di musica mi attirasse naturalmente, ma per molto tempo non ero sicura che fosse giusto affidarmi completamente a quella direzione. Oggi mi sento molto più motivata a creare cose che amo davvero e a crearle con sincerità. Spero che chi ascolta riesca a percepirlo e a connettersi più profondamente con la mia musica.

Con il secondo EP in arrivo, in che modo “Paraglider” definisce il tono di questo nuovo capitolo?
“Paraglider” è in realtà l’ultima traccia dell’EP, quindi la percepisco quasi come il capitolo finale che tiene insieme tutto il resto. Nella mia mente esiste una sorta di arco narrativo quando si ascoltano le canzoni una dopo l’altra. Personalmente sento che questo EP ha un approccio più genuino e organico. Ci sono anche leggere differenze di stile, quindi spero che le persone possano sorprendersi nel modo migliore possibile.

C’è un verso della canzone che senti particolarmente vicino a te in questo momento?
“You’re the one I live for and breathe for, so set me free.”

È una frase che contrasta con alcune delle linee più oscure del brano e sembra quasi una piccola apertura verso la luce.

Come vorresti che le persone si sentissero ascoltando “Paraglider” per la prima volta?
Spero che provino una sensazione di rilascio, libertà e meraviglia — quasi come se stessero volando sopra il mondo e planando senza sforzo nel cielo.

Essere un’artista australiano-coreana influenza il modo in cui crei o esprimi le emozioni nella musica?
Assolutamente sì. Anche inconsapevolmente, tutto ciò che ho vissuto — da mia madre che mi cantava canzoni quando ero bambina, ai gusti musicali di mio padre, fino al fatto di essere cresciuta e aver studiato in Australia, per poi trasferirmi in Corea e conoscere la scena K-pop e la cultura della scrittura musicale qui — ha avuto un’enorme influenza sulla mia musica e sulla mia identità.

Se dovessi descriverti — non solo come artista, ma anche come persona — con una sola parola, quale sarebbe?
“Aperta”. In questo periodo sto cercando di restare più aperta alle diverse esperienze e alle emozioni.

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