Il 10 settembre 1991 usciva come singolo Smells Like Teen Spirit. Nevermind sarebbe arrivato quattordici giorni dopo, il 24 settembre. È in questa distanza minima, quasi trascurabile sul calendario, che oggi vale la pena tornare: non al momento in cui i Nirvana erano già diventati il centro di una nuova geografia musicale, ma a quello, molto più raro, in cui tutto era già accaduto senza essere ancora riconoscibile. Il futuro era stato registrato, inciso, messo in circolazione; semplicemente, nessuno sapeva ancora che fosse il futuro.
A trentacinque anni di distanza è quasi impossibile restituire a quella canzone la sua innocenza storica, ascoltarla come il 10 settembre 1991, quando non rappresentava ancora una generazione, non annunciava la fine di niente, non era un monumento. Era soltanto una canzone. Ed è proprio questo, oggi, a renderla ancora più interessante.
Non c’era nulla di completamente nuovo negli elementi che la componevano. Il punk, l’hardcore, il rock indipendente americano, la lezione dinamica dei Pixies, la pesantezza delle chitarre, un istinto melodico quasi pop: Cobain non inventava dal nulla un vocabolario, ma disponeva parole già esistenti secondo una sintassi che improvvisamente faceva sembrare vecchio ciò che le stava intorno. È così che avvengono molte delle vere fratture culturali: non attraverso un linguaggio mai ascoltato prima, ma grazie a una combinazione che appare inevitabile soltanto dopo che qualcuno l’ha trovata.
Quei quattro accordi iniziali posseggono ancora oggi qualcosa di definitivo. La strofa trattiene l’energia, la comprime, quasi la narcotizza; poi il ritornello spalanca tutto. Ritrarsi e deflagrare, nascondersi e chiedere di essere ascoltati: una dinamica musicale che sembra già contenere, in miniatura, molte delle contraddizioni che avrebbero accompagnato Cobain negli anni successivi.
La grandezza di Smells Like Teen Spirit sta anche nella sua ambiguità. Divenne un inno senza essere un manifesto, una dichiarazione generazionale priva di una vera dichiarazione. Le parole procedono per frammenti, sarcasmi, associazioni, residui di slogan, eppure milioni di persone vi riconobbero qualcosa di perfettamente comprensibile. Non un programma, ma una temperatura emotiva: noia, desiderio, ironia, rabbia, sfiducia verso tutto ciò che appariva troppo ordinato per essere credibile.
È anche per questo che l’identificazione fu così potente. Le grandi canzoni generazionali raramente funzionano perché dicono alle persone chi sono; funzionano perché lasciano abbastanza spazio perché milioni di persone possano entrarvi. Cobain lasciava vuoti e contraddizioni, il pubblico li riempì. La canzone finì così per diventare più grande del proprio autore, come accade alle opere che cessano di appartenere soltanto a chi le ha create.
Ma il 10 settembre tutto questo apparteneva ancora al futuro. I Nirvana avevano alle spalle Bleach, il circuito indipendente, un nuovo batterista capace di dare al gruppo una forza diversa, Dave Grohl, e un disco prodotto da Butch Vig che teneva insieme abrasione e chiarezza, brutalità e melodia. Gli ingredienti erano presenti, ma mancava ancora ciò che nessuna strategia discografica può programmare: la collisione con il momento storico.
Una parte essenziale della storia di Nevermind sta proprio nel fatto che la sua dimensione sfuggì alle previsioni. Quando, nel gennaio 1992, raggiunse il primo posto della classifica americana, non fu soltanto il trionfo di un album: fu la prova che il centro poteva essere conquistato da ciò che fino a poco prima apparteneva ai margini.
Smells Like Teen Spirit non portò semplicemente una band alternativa dentro il mainstream. Contribuì a cambiare il modo in cui il mainstream poteva apparire. Al rock spettacolare, levigato, sicuro di sé, i Nirvana opponevano una presenza fondata sulla frizione, sull’inadeguatezza, su un’energia che non prometteva invincibilità ma disagio. Anche questa estetica sarebbe stata presto imitata, confezionata, venduta.
Le due settimane fra il 10 e il 24 settembre 1991 sono un momento fondamentale. Teen Spirit è già nel mondo, Nevermind non ancora. Il segnale è partito, ma non è diventato fenomeno. Cobain può ancora essere ascoltato senza il peso dell’icona. Seattle è ancora una città, non un marchio. Il grunge non è ancora un guardaroba globale. Per un brevissimo intervallo, la canzone possiede soltanto la propria forza, senza tutto l’apparato interpretativo che di lì a poco le sarebbe cresciuto intorno.
È forse questa la maniera meno nostalgica di ricordarla trentacinque anni dopo. Non chiedersi ancora una volta se Smells Like Teen Spirit sia “l’inno di una generazione”, formula ormai consumata dalla propria efficacia, ma provare a riascoltarla dalla parte dell’incertezza, quando il mondo non aveva ancora deciso cosa farsene.
Il 10 settembre 1991 qualcuno accese una radio e sentì quel riff senza sapere ciò che noi sappiamo. Non poteva immaginare che quattordici giorni più tardi sarebbe uscito uno degli album decisivi della sua epoca, né che quella voce sarebbe diventata una delle più riconoscibili e dolorosamente simboliche della cultura contemporanea.
Forse è questa l’immagine da conservare nel trentacinquesimo anniversario di Smells Like Teen Spirit: non l’icona già stampata sulle magliette, non la generazione X trasformata in categoria, non il racconto ormai rituale del grunge che spazza via gli anni Ottanta. Piuttosto, un istante di sospensione. Una canzone appena pubblicata e un album ancora diretto verso i negozi. La storia pronta ad accadere, ma ancora libera dalle spiegazioni che le avremmo dato dopo.
Per quattordici giorni, Nevermind esisteva già senza essere ancora Nevermind. E Smells Like Teen Spirit era soltanto una crepa nella superficie del presente. Nessuno poteva sapere quanto si sarebbe allargata.
