C’è qualcosa di quasi perfetto, e insieme sorprendente, nel modo in cui Apple ha scelto di inaugurare una nuova fase della propria storia: cambiano i vertici, dopo quindici anni Tim Cook lascia il ruolo di CEO e John Ternus prende il comando dell’azienda, cambia perfino la forma dell’iPhone, che per la prima volta si piega e prova a riscrivere un oggetto rimasto sostanzialmente riconoscibile per quasi vent’anni, eppure proprio nel momento in cui Cupertino vuole raccontare il futuro decide di guardare indietro. Basta osservare iPhone Duo nella versione Bianco stellare, con quel bianco freddo che quasi scompare nell’argento del titanio lucidato, per ritrovare qualcosa della grammatica visiva della Apple di Steve Jobs, fatta di metallo, superfici pulite, pochissimo colore e quella sensazione che la tecnologia dovesse sembrare inevitabile prima ancora che nuova. È questo, forse, il dettaglio più interessante di tutto il lancio: mentre Apple cambia pelle, torna sorprendentemente ai colori con cui aveva cominciato a costruire il proprio mito.
Naturalmente non bisogna trasformare una suggestione estetica in una ricostruzione storica che non reggerebbe alla prima fotografia d’archivio, perché il primo iPhone presentato da Steve Jobs il 9 gennaio 2007 non era bianco: aveva il fronte nero e un retro prevalentemente in alluminio argentato, interrotto nella parte inferiore da una fascia nera, mentre il bianco sarebbe entrato nella storia dell’iPhone in maniera più esplicita con le generazioni successive. Eppure il punto non è sostenere che Apple abbia rifatto l’iPhone originale, né che iPhone Duo ne sia una citazione deliberata, ma osservare come il suo Bianco stellare recuperi una combinazione di bianco, argento e metallo che appartiene profondamente all’immaginario della Apple degli anni di Jobs, quando bastavano un iPod bianco, un paio di auricolari dello stesso colore o una superficie di alluminio lavorato per riconoscere un prodotto di Cupertino prima ancora di scorgerne il logo.
Ed è curioso che Apple torni proprio lì adesso, mentre tutto il resto cambia.
Il primo iPhone della nuova Apple
John Ternus è diventato CEO di Apple il 1° settembre, prendendo il posto di Tim Cook, che rimane nell’azienda come executive chairman, e otto giorni dopo si ritrova a presentare il dispositivo che Apple stessa definisce «il cambiamento più profondo nella storia di iPhone dal modello originale». Ovviamente sarebbe ingenuo raccontare iPhone Duo come un prodotto nato nell’arco di una settimana sotto la nuova leadership, perché un dispositivo di questa complessità arriva sul palco dopo anni di progettazione, prototipi, test e decisioni industriali, ma sul piano simbolico è difficile immaginare un oggetto più adatto ad aprire una nuova fase.
Ternus, del resto, arriva proprio dall’hardware engineering, l’area che ha guidato per anni, e il primo iPhone associato pubblicamente alla sua Apple non introduce soltanto un processore più veloce, una fotocamera migliore o una batteria capace di durare qualche ora in più, ma cambia fisicamente il modo in cui il telefono si presenta nelle mani di chi lo utilizza. Da chiuso è un iPhone compatto, grande più o meno come un passaporto secondo il paragone scelto dalla stessa Apple; da aperto diventa uno schermo da 7,6 pollici, quasi un piccolo tablet, aprendo quello spazio intermedio tra iPhone e iPad che Cupertino aveva osservato per anni senza mai decidere di occuparlo in questo modo.
È significativo anche perché Apple arriva nel mercato dei pieghevoli molto più tardi dei concorrenti Android, dopo anni in cui Samsung e altri produttori hanno sperimentato cerniere, pieghe visibili, schermi esterni dalle proporzioni strane, dispositivi sottilissimi e modelli che sembravano più prototipi venduti al pubblico che prodotti realmente maturi. Apple ha lasciato che quella categoria esistesse, crescesse e sbagliasse senza di lei, osservandola da fuori fino a quando ha deciso che era arrivato il momento di proporne una propria interpretazione, secondo un metodo che appartiene da sempre all’azienda e che raramente coincide con la necessità di essere la prima.
Proprio per questo iPhone Duo è interessante non perché Apple abbia inventato il telefono pieghevole, cosa che evidentemente non ha fatto, ma perché il suo ingresso potrebbe rappresentare il momento in cui una categoria ancora percepita da molti come sperimentale comincia a diventare mainstream. Era successo, con dinamiche completamente diverse, anche con altri prodotti Apple: Cupertino non ha sempre inventato la tecnologia che ha finito per dominare, ma spesso è riuscita a trasformare una tecnologia già esistente in un’esperienza sufficientemente semplice e desiderabile da cambiarne la percezione.
Il futuro, questa volta, è bianco e argento
In questo quadro, la scelta dei colori potrebbe sembrare il dettaglio meno importante e invece è uno dei più rivelatori. iPhone Duo arriva soltanto in Bianco stellare e Cielo notturno, due estremi cromatici che sembrano quasi sottrarsi alla lunga stagione degli iPhone pensati anche intorno al colore dell’anno, tra rosa, blu, viola, verde, titanio naturale e tonalità capaci di trasformarsi immediatamente in una firma della nuova generazione.
Cielo notturno è probabilmente quello che ci si aspetterebbe da un dispositivo da oltre duemila euro: scuro, elegante, tecnologico, rassicurante nella sua idea tradizionale di lusso. Bianco stellare, invece, è molto più strano, perché nelle immagini ufficiali il bianco incontra continuamente la finitura a specchio del titanio di grado 5 e finisce per apparire quasi argentato, soprattutto lungo i bordi e intorno alla cerniera, restituendo un oggetto che sembra contemporaneamente nuovo e familiare.
È qui che il collegamento con Steve Jobs diventa più interessante della semplice somiglianza con un singolo vecchio iPhone. L’Apple di Jobs aveva costruito una parte enorme della propria identità attraverso una palette talmente elementare da diventare rivoluzionaria: bianco, nero, argento, vetro, alluminio, con il colore utilizzato spesso come eccezione e non come regola, dentro un’idea di tecnologia che non doveva mostrare la propria complessità ma nasconderla. Persino quando all’interno c’erano centinaia di componenti e anni di ingegneria, all’esterno il prodotto doveva sembrare semplice, quasi ovvio.
Molto Apple, insomma. E molto Jobs.
L’iPhone si apre e diventa qualcos’altro
Da chiuso, iPhone Duo utilizza un display esterno Super Retina XDR da 5,4 pollici, che nonostante le dimensioni relativamente compatte offre secondo Apple il 90 per cento della superficie di visualizzazione di iPhone 18 Pro; aprendolo, invece, compare un display interno Super Retina XDR da 7,6 pollici, il più grande mai montato su un iPhone e con una superficie del 50 per cento superiore rispetto allo schermo di iPhone 18 Pro Max.
iPhone Duo porta questa logica all’estremo, perché dietro quella superficie bianca e argentata nasconde una cerniera formata da oltre cento componenti, due batterie, due display, un sistema termico con camera di vapore, una struttura in titanio e un pannello pieghevole composto da diversi strati studiati per scorrere gli uni sugli altri durante l’apertura, ma a prima vista cerca di non raccontare nulla di tutto questo. È un oggetto tecnicamente complicatissimo che vuole sembrare pulito.
Entrambi sono always-on, utilizzano ProMotion e possono raggiungere 3.000 nit di luminosità di picco all’aperto, mentre sul display interno Apple introduce una particolare nanotexture pensata per ridurre i riflessi e, soprattutto, rendere meno visibile quella piega centrale che per anni è stata il segno più immediatamente riconoscibile — e spesso meno elegante — degli smartphone foldable.
Anche la cerniera diventa quindi uno dei punti sui quali Cupertino concentra maggiormente l’attenzione, con oltre cento componenti progettati non soltanto per accompagnare apertura e chiusura ma anche per sostenere la zona centrale dello schermo quando il telefono è completamente aperto, mentre magneti integrati servono a rendere più precisa la chiusura. La struttura esterna utilizza titanio di grado 5 con finitura a specchio, il retro è protetto da Ceramic Shield, il display esterno da Ceramic Shield 2 e Apple dichiara una resistenza all’acqua e alla polvere IP68, un elemento importante in una categoria nella quale proprio la presenza di una cerniera e di parti mobili ha storicamente reso più difficile raggiungere la stessa sensazione di solidità di uno smartphone tradizionale.
Il risultato è un dispositivo che Apple vuole far utilizzare senza obbligare chi lo acquista a pensarlo continuamente come un pieghevole, perché da chiuso deve comportarsi come un normale iPhone e soltanto quando serve può trasformarsi in qualcosa di diverso. Non è una distinzione da poco: uno dei problemi della categoria è sempre stato stabilire se il display principale fosse quello esterno o quello interno, costringendo spesso l’utente a scegliere fra un telefono troppo stretto quando chiuso e un tablet troppo ingombrante quando aperto. Apple prova invece a costruire continuità fra i due stati, mantenendo proporzioni coerenti e lasciando a iOS il compito di adattare automaticamente contenuti e interfaccia.
Il vero cambiamento è dentro iOS
È probabilmente qui che si giocherà la riuscita di iPhone Duo, molto più che nella spettacolarità della cerniera, perché un telefono che si apre ha senso soltanto se lo spazio aggiuntivo serve davvero a qualcosa. Con iOS 27 Apple introduce quindi per la prima volta su iPhone Split View, permettendo di utilizzare due applicazioni una accanto all’altra, spostarle, passare rapidamente dall’una all’altra e perfino aprire due finestre indipendenti della stessa app, per esempio due pagine di Safari, salvando le combinazioni da richiamare successivamente.
È una trasformazione apparentemente ovvia, ma che sposta iPhone Duo in un territorio molto più vicino all’iPad e cambia la logica con cui per quasi vent’anni abbiamo utilizzato l’iPhone, costruita intorno a un’applicazione che occupava lo schermo e alle altre che aspettavano dietro di lei. Un display da 7,6 pollici permette invece di guardare una videochiamata mentre si consulta un documento, leggere una pagina mentre se ne tiene aperta un’altra, seguire una conversazione su Slack senza rinunciare al resto del lavoro e utilizzare interfacce appositamente adattate, come quelle già annunciate per Netflix, Zoom e la stessa Slack.
Entro la fine dell’anno arriverà persino il supporto ad Apple Pencil USB-C su entrambi gli schermi, un dettaglio che rende ancora più sottile il confine fra iPhone e iPad e suggerisce che Apple non consideri Duo soltanto un telefono con uno schermo più grande, ma una piattaforma sulla quale provare modalità d’uso che l’iPhone tradizionale non poteva fisicamente ospitare.
E poi c’è un ritorno quasi paradossale: Touch ID, integrato nel tasto laterale.
Nel dispositivo che dovrebbe rappresentare uno dei salti tecnologici più importanti nella storia recente dell’iPhone, Apple recupera quindi una tecnologia biometrica che sul proprio smartphone principale sembrava appartenere ormai a un’altra epoca, scegliendola probabilmente perché la particolare struttura del Duo rende più naturale avere un sistema di autenticazione disponibile nello stesso punto sia a telefono aperto sia a telefono chiuso. È un altro esempio di come questo dispositivo sembri continuamente muoversi in entrambe le direzioni, recuperando soluzioni del passato mentre introduce una forma nuova.
Due batterie, A20 Pro e un telefono che deve alimentare due schermi
Dentro iPhone Duo lavora il nuovo A20 Pro, lo stesso chip utilizzato sui modelli iPhone 18 Pro, costruito con processo a 2 nanometri e composto da una CPU a sei core, una GPU a sette core e due Neural Engine a 16 core destinati soprattutto all’elaborazione dei modelli di intelligenza artificiale direttamente sul dispositivo. Apple ha inoltre progettato una nuova soluzione termica che collega il chip alla camera di vapore, perché aprire due app contemporaneamente, utilizzare uno schermo molto più grande e alimentare funzioni di AI on-device significa inevitabilmente chiedere all’hardware qualcosa di diverso rispetto a un iPhone tradizionale.
La stessa logica vale per la batteria, che in realtà sono due batterie distribuite nelle due metà del dispositivo e gestite dal sistema come se fossero una sola. Apple dichiara fino a 31 ore di riproduzione video sul display interno, 44 ore utilizzando quello esterno e 24 ore di utilizzo complessivo ipotizzando un impiego equilibrato dei due schermi, numeri che naturalmente dovranno essere messi alla prova nell’utilizzo quotidiano, perché proprio l’autonomia è uno dei punti sui quali la differenza fra uno smartphone normale e un pieghevole può diventare più evidente.
Anche l’eliminazione completa della SIM fisica, con iPhone Duo esclusivamente eSIM in tutto il mondo, viene spiegata da Apple proprio con la necessità di utilizzare ogni millimetro disponibile per aumentare lo spazio destinato alle batterie. È una decisione apparentemente secondaria che in realtà racconta quanto sia complesso progettare un dispositivo nel quale ogni componente deve essere distribuito fra due metà sottili senza trasformare il telefono, una volta chiuso, in qualcosa di troppo spesso da utilizzare.
Anche la fotocamera sfrutta la piega
Sul fronte fotografico Apple utilizza una fotocamera principale Fusion da 48 megapixel, affiancata da un ultra-grandangolo Fusion anch’esso da 48 megapixel, mentre il sensore principale consente anche un ingrandimento 2x di qualità ottica. Le specifiche raccontano però soltanto una parte della storia, perché la struttura pieghevole permette per la prima volta a Apple di ripensare anche il modo in cui il telefono viene fisicamente utilizzato per fotografare.
Duo può essere appoggiato semiaperto su una superficie senza utilizzare un treppiede, il display esterno può trasformarsi in un’anteprima per la persona che viene fotografata, i selfie possono essere realizzati utilizzando le fotocamere posteriori ad alta risoluzione mentre chi scatta controlla l’inquadratura sull’altro schermo e FaceTime può sfruttare contemporaneamente superfici e videocamere diverse. Apple ha persino inserito una funzione che riproduce sul display esterno animazioni dei Peanuts per attirare lo sguardo dei bambini verso la fotocamera, un dettaglio quasi irrilevante sulla carta ma perfettamente coerente con il modo in cui Cupertino ama trasformare possibilità tecniche molto complicate in utilizzi quotidiani che non richiedono alcuna spiegazione.
È forse questa, più delle specifiche, la vera sfida di Duo: convincere il pubblico che aprire il telefono non è un gesto spettacolare da fare nei primi dieci minuti dopo averlo comprato, ma qualcosa che dopo qualche giorno diventa talmente naturale da rendere difficile tornare indietro.
Il “problema” è che costa 2.369 euro
Naturalmente c’è un prezzo, in questo caso molto concreto, per essere tra i primi a scoprire se Apple ci è riuscita. In Italia iPhone Duo parte da 2.369 euro nella versione da 256 GB, con configurazioni da 512 GB, 1 TB e addirittura 2 TB, e sarà disponibile nei due colori Bianco stellare e Cielo notturno. I preordini partiranno il 16 ottobre, mentre la commercializzazione inizierà il 23 ottobre.
È una cifra che colloca immediatamente Duo fuori dal territorio dell’iPhone destinato a tutti e chiarisce anche la strategia di Apple: almeno in questa prima generazione non è il dispositivo chiamato a sostituire il formato tradizionale, ma un nuovo vertice della gamma, quasi un laboratorio di lusso nel quale sperimentare una possibile direzione futura senza obbligare immediatamente milioni di utenti a seguirla.
La vera domanda non sarà quindi quante persone possano permettersi un telefono da oltre 2.300 euro, ma quali delle idee introdotte da Duo finiranno per contaminare il resto della gamma. È successo molte volte nella storia della tecnologia: le innovazioni più costose arrivano prima sui prodotti destinati a una minoranza e, quando dimostrano di funzionare, cominciano lentamente a scendere verso il centro del mercato. Se il pieghevole di Apple sarà un esperimento o l’inizio di una trasformazione più ampia dell’iPhone lo capiremo soltanto fra qualche generazione.
Per andare avanti Apple ha guardato indietro
Per adesso resta però quell’immagine iniziale, forse più potente di qualsiasi tabella di specifiche: l’iPhone più radicalmente nuovo degli ultimi anni, il primo della nuova fase guidata da John Ternus, il primo che si apre, il primo che permette davvero di usare due app contemporaneamente e quello che più chiaramente prova a mettere in discussione la forma ereditata dal 2007, appare nella sua versione probabilmente più riconoscibile con gli stessi colori che associamo alla memoria più antica di Apple.
Non allo stesso design, perché sarebbe storicamente sbagliato; non allo stesso iPhone, perché il modello originale era argento e nero; e neppure a un’operazione nostalgia dichiarata, perché Apple non ne parla in questi termini. Quello che ritorna è una grammatica fatta di bianco, argento, metallo e sottrazione, la stessa idea secondo cui un prodotto può essere sofisticatissimo dentro e quasi elementare fuori, che aveva attraversato gli anni in cui Steve Jobs trasformava oggetti tecnologici in oggetti culturali.
È questo che rende Bianco stellare molto più interessante di una semplice nuova colorazione. In un momento in cui Apple avrebbe potuto utilizzare iPhone Duo per tagliare completamente il filo con il passato, sceglie invece di lasciare quel filo perfettamente visibile, quasi a ricordare che innovare non significa necessariamente cancellare ciò che è venuto prima.
Tim Cook lascia la poltrona di CEO, John Ternus comincia la propria era, l’iPhone finalmente si piega e l’azienda prova a immaginare cosa possa diventare il prodotto che ne ha segnato gli ultimi vent’anni. Poi lo prende e lo veste di bianco e argento.
Il futuro di Apple, almeno questa volta, ha stranamente i colori della sua memoria.
