Con Make-Up Is a Lie, Morrissey si posiziona in un territorio che conosce a memoria: quello della malinconia elegante, della provocazione intellettuale e di testi che oscillano tra questioni personali e invettiva sociale.
Il brano che dà il titolo all’album, dopon sei anni di silenzio, riassume bene il senso del progetto: una riflessione sul tema della maschera sociale, sul trucco, reale e metaforico, che copre l’autenticità degli individui. Musicalmente il pezzo si muove su coordinate familiari, raccogliendo in parte l’eredità stilistica degli Smiths.
Notre-Dame, tra pop e atmosfere dark, uno dei brani più controversi del disco, allude all’ipotesi che l’incendio della celebre cattedrale parigina, non sia stato un incidente ma che sia stato appiccato da qualcuno.
Tra i momenti migliori del disco la cover di Amazona dei Roxy Music, un omaggio potente e ben riuscito all’art-rock degli anni Settanta. In definitiva, Make-Up Is a Lie non è un disco rivoluzionario, è invece l’album di un artista curioso e tormentato che ha una personalità e una cifra stilistica definita che lo distingue nel bene e nel male. Molto bella Lester Bangs in cui Morrissey rende omaggio al leggendario critico rock simbolo di un giornalismo musicale passionale e anticonformista. Decisamente meno convincente e superflua Kerching Kerching.
Non sarà il disco che ridefinisce la carriera di Morrissey, ma Make-Up Is a Lie conferma che pochi artisti nel pop britannico sanno trasformare, come riesce a fare lui, disincanto e nostalgia in una forma così riconoscibile di eleganza malinconica.
