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Il diavolo veste Prada 2: un tripudio fashion poco da cinefili

Il diavolo veste Prada 2: un tripudio fashion poco da cinefili

Vent’anni dopo, Meryl Streep torna ad essere Miranda Priestly, in un sequel meno diabolico, tra crisi dell’editoria e un omaggio alla Milano della moda

Meryl Streep è sempre Meryl Streep, ma Il diavolo veste Prada 2 ha poco di diabolico. A esserlo è il doppiaggio italiano, come pure l’epoca vissuta attualmente dalla stampa e dal giornalismo, ben fotografata dal film, tra chiusure, ridimensionamenti e testate appese a un futile click. Il ritorno di Miranda Priestly sarà un orgasmo per i fashion addicted; per i cinefili, invece, probabilmente solo una commediola in più. Dal 29 aprile la cinema.

Il diavolo veste Prada 2: un tripudio fashion poco da cinefili
Stanley Tucci e Anne Hathaway ne “Il diavolo veste Prada 2” (Photo by Macall Polay / 20th Century Studios)

Teneramente Miranda

20 anni dopo Il diavolo veste Prada, David Frankel torna sul suo set patinato, tra look destinati a mandare in visibilio gli appassionati di moda. Quando Meryl Streep entra in scena, col suo iconico taglio corto niveo, è subito meraviglia. Ma non basta suo incanto Meryl per dare sostanza a un film dalla sceneggiatura svagata, che ha soprattutto nei cambi d’abito e nelle location esclusive la punta di diamante. Il doppiaggio italiano, in più, fatica a restituire lo smalto dei tempi d’oro.

Anche l’iconica rivista Runway non è immune al declino della carta stampata e dell’informazione in genere. Dopo uno scivolone che compromette il rapporto con gli investitori, Miranda Priestly, il cui personaggio ruvido fu disegnato sulla storica direttrice di Vogue Anna Wintour, si vede costretta ad accettare il ritorno in squadra di Andy Sachs (Anne Hathaway), nel frattempo diventata giornalista impegnata d’inchiesta. Non a caso disoccupata.

Emily (Emily Blunt), invece, ha cambiato aria ed è stata assoldata da Dior. Quando incrocia di nuovo Andy, osserva: «Sei cambiata. Le tue sopracciglia no».

«Se non ci sono inserzionisti, non c’è Runway»: una verità amara applicabile a ogni testata giornalistica. Mentre si gioca il futuro del magazine, ormai soprattutto in formato web e ridotto a una paginazione da «filo interdentale», si gioca anche il futuro di Miranda, in una nuova versione tutt’altro che diabolica. Il suo cinismo snob è spuntato, complici i freni politicamente corretti delle Risorse umane di Runway – divertente e calzante annotazione di contemporaneità – e lo script poco elaborato, firmato Aline Brosh McKenna. Il ventennio trascorso ha fiaccato la sua spietatezza? Miranda spesso è addirittura tenera: la vecchiaia non risparmia nessuno. Con musiche affettate a sottolineare le sequenze più intime, come in una fiaba convenzionale.

Intanto, alla ricerca di engagement online, tra un articolo sull’acqua di cocco e uno sui peeling enzimatici, ecco che Andy centra anche l’intervista dell’anno. Lucy Liu è una piacevole new entry! Lady Gaga in versione se stessa? Non memorabile ma amabile.

Il diavolo veste Prada 2: un tripudio fashion poco da cinefili
Meryl Streep e Anne Hathaway ne “Il diavolo veste Prada 2” (Photo by Macall Polay / 20th Century Studios)

Milano protagonista

Se nella prima parte de Il diavolo veste Prada 2 già il duomo di Milano campeggia sul gilet di Charlie (altra new entry, interpretata da Caleb Hearon), è nella seconda parte che l’Italia ruba il palcoscenico. Per il pubblico italiano, il film si carica di un interesse più magnetico, alla ricerca di location da riconoscere. Ecco il capoluogo lombardo, nella sua atmosfera più glam. Ci sono inquadrature aeree, l’Accademia di Brera, Villa Arconati, il cortile della chiesa di Santa Maria delle Grazie, Palazzo Clerici, la Galleria Vittorio Emanuele…

È qui che Miranda si guarda attorno, attorniata da architettura magnificente e boutique del lusso. È questa la sequenza preferita milanese da Hathaway, anche se non recitava lei. «Ho potuto vedere quella scena mentre veniva girata, ed è una delle riprese più belle che abbia mai visto. Sono corsa da Meryl dopo il primo ciak e le ho detto: “Non sei mai stata più bella di come sei in questo momento”», ha raccontato l’attrice.

Diversi i camei di stilisti italiani, da Brunello Cucinelli a Domenico Dolce e Stefano Gabbana. Il più divertente? Quello con Donatella Versace.

Nessuna paura, invece, sul fronte Cenacolo Vinciano: ovviamente non è stato profanato e prestato a sala da banchetto. È stato ricreato in un teatro di posa, da un team di scenografi italiani.

Il diavolo veste Prada 2: un tripudio fashion poco da cinefili
Meryl Streep e Stanley Tucci nel film “Il diavolo veste Prada 2” (Photo by Macall Polay / 20th Century Studios)

Il tripudio fashion

Ecco qualche numero per capire il tripudio fashion che percorre Il diavolo veste Prada 2. Hathaway ha più di 47 cambi d’abito nel film, sotto la direzione della costumista Molly Rogers. L’abito di Andy negli Hamptons è di Gabriela Hearst con scarpe di Chloé, un borsone di Fendi e un cappello da pescatore di Amor Y Mezcal. Sul set dell’Ultima Cena a Milano: pantaloni in velluto nero di ispirazione maschile con bretelle a righe decorate con perline della collezione Autunno 2024 di Armani Privé, abbinati a pezzi del designer di gioielli greco Nikos Koulis.

Streep invece cambia abito “solo” 28 volte circa. Per il gala di Runway ha indossato un abito fatto su misura, un vestito da ballo rosso creato da Pierpaolo Piccioli, quando si era appena unito a Balenciaga. Durante la riunione con il gruppo di consulenti, ha una giacca decorata con nappe di Dries Van Noten.
Per Streep era fondamentale vestire Armani a Milano, come omaggio al leggendario stilista mancato durante le riprese. In una scena al Museo del Cenacolo, indossa un cappotto da sera tempestato di gioielli di Armani Privé con una camicetta di Oud, pantaloni di Carolina Herrera e tacchi di YSL.

Anche se Il diavolo veste Prada 2 è in tono minore, non lo è Meryl Streep. A chi le ha chiesto come abbia affrontato questo sequel, lei ha risposto: «Con gli alluci valghi, ecco come l’ho affrontato», ridendo. «Lamentandomi dolorosamente. Non riesco a credere che cinquant’anni fa facessero indossare quelle cose alle donne».

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