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Metallica, 35 anni di Black Album: il disco che ha reso il metal universale

Metallica, 35 anni di Black Album: il disco che ha reso il metal universale
Ansa

A trentacinque anni dall’uscita, il Black Album resta il disco che ha cambiato per sempre la storia dei Metallica e dell’heavy metal

Trentacinque anni fa usciva il “Black Album”. Non fu soltanto il disco che trasformò i Metallica nella più grande band metal del pianeta. Fu il momento in cui il rumore smise di essere una periferia culturale e conquistò il centro, senza chiedere il permesso.

Ci sono dischi che invecchiano insieme al proprio pubblico. Altri restano inchiodati all’anno in cui sono usciti, come fotografie di una moda, di una tecnologia, di un modo di stare al mondo. E poi ci sono i dischi che, a un certo punto, smettono quasi di avere un’età. Il Black Album dei Metallica appartiene a quest’ultima categoria.

Uscì il 12 agosto 1991, trentacinque anni fa, con un titolo che in realtà non era un titolo. Si chiamava semplicemente Metallica, ma quella copertina quasi completamente nera finì per battezzarlo meglio di qualsiasi trovata di marketing. Era un gesto di sottrazione: niente illustrazioni apocalittiche, niente croci, niente tombe, niente iconografia metal da esibire. Solo il nome della band, appena visibile, e un serpente che emergeva dall’oscurità.

Per capire che cosa rappresentò davvero quel disco bisogna liberarsi da una delle letture più pigre che lo hanno accompagnato per decenni: quella secondo cui i Metallica, arrivati al quinto album, avrebbero semplicemente deciso di diventare più commerciali.

Il Black Album non nacque dall’idea di rendere i Metallica meno estremi. Nacque dal desiderio di renderli più essenziali. Fino a quel momento il gruppo aveva costruito la propria leggenda sulla complessità. Brani lunghi, strutture spezzate, cambi di tempo, riff incastrati l’uno nell’altro, un’aggressività che non concedeva molto all’ascoltatore. Master of Puppets e …And Justice for All avevano dimostrato che il metal poteva diventare una forma quasi monumentale, ambiziosa, perfino cerebrale. Nel 1991 accadde l’opposto.

Tolsero velocità. Tolsero passaggi. Tolsero l’ossessione di dimostrare quanto sapessero suonare. Lasciarono più aria tra un colpo e l’altro. Fecero diventare il silenzio parte del peso. E scoprirono qualcosa che nel rock non è mai scontato: una musica può diventare più semplice senza diventare più povera. Basta ascoltare l’inizio di Enter Sandman.

Il produttore Bob Rock comprese che il problema non era rendere i Metallica più facili. Era renderli più grandi. Non nel senso commerciale del termine, ma fisico. La batteria doveva sembrare gigantesca, le chitarre non una parete indistinta ma una massa tridimensionale, la voce di James Hetfield qualcosa che potesse stare davanti al suono senza esserne divorata.

Sad But True resta forse l’esempio più puro. Il riff è lento, quasi primitivo. Non ha bisogno di dimostrare nulla. Avanza con la sicurezza di qualcosa che sa di essere inevitabile. Il “miracolo” del Black Album è prendere una musica nata come appartenenza e renderla comprensibile a chiunque senza privarla del proprio lato oscuro. Milioni di persone che non avevano mai comprato un disco thrash iniziarono ad ascoltare i Metallica. Le canzoni entrarono nelle radio, nelle classifiche, nelle case di chi fino a poco prima avrebbe considerato quella musica una lingua straniera.

Ma la questione interessante non è stabilire se i Metallica avessero davvero tradito qualcuno. È capire perché il successo venga così spesso percepito come una contaminazione. Le sottoculture vivono di un paradosso. Vogliono essere riconosciute e, nello stesso momento, temono le conseguenze del riconoscimento. Finché un artista appartiene a pochi, quei pochi possono sentirlo proprio. Quando entra nella cultura di massa, quella proprietà simbolica scompare. Il Black Album fu anche questo: la perdita di un possesso.

I Metallica smisero di appartenere soltanto ai metallari. Diventarono patrimonio comune. Eppure le canzoni non erano diventate allegre, innocue o concilianti. Al contrario.

Dentro il disco ci sono incubi infantili, paranoia, identità frantumate, perdita della fede, rabbia, isolamento, paura della morte. C’è pochissimo di luminoso. E poi c’è Nothing Else Matters, ovvero l’arte di permettersi di essere fragili quando tutti si aspettano che tu sia invulnerabile. Nothing Else Matters fece esattamente questo. Non rese semplicemente i Metallica più accessibili. Li rese più umani.

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