Per la prima volta dalla metà del Novecento, i Testimoni di Geova hanno modificato in modo sostanziale la loro posizione dottrinale sulle trasfusioni di sangue. L’annuncio è arrivato il 19 settembre 2026 attraverso il “2026 Governing Body Update #6”, il sesto aggiornamento video dell’anno diffuso dal Corpo Direttivo (l’organismo con sede nello Stato di New York che guida la confessione a livello mondiale) e pubblicato in più lingue sul sito ufficiale del movimento. Da oggi ogni fedele potrà decidere secondo coscienza individuale se accettare o donare i quattro principali componenti del sangue: globuli rossi, globuli bianchi, plasma e piastrine. Non cambia invece nulla riguardo al sangue intero prelevato da un’altra persona, la cui trasfusione resta proibita in base a un’interpretazione letterale della Bibbia. Per capire la portata della novità occorre partire dalla pratica medica. Una trasfusione consiste nel trasferire nel circolo sanguigno di un paziente sangue donato da un’altra persona (trasfusione allogenica) oppure prelevato in precedenza dallo stesso paziente e poi restituito (trasfusione autologa, permessa dai Testimoni di Geova già da marzo 2026). Il sangue raccolto da un donatore, però, viene quasi sempre lavorato in laboratorio: attraverso la centrifugazione viene separato nei suoi componenti principali, perché la medicina moderna preferisce somministrare solo ciò che serve al singolo paziente, riducendo sprechi e rischi. Le trasfusioni di sangue intero, cioè non separato, sono oggi rare e limitate quasi soltanto a contesti di emergenza estrema, come traumi massivi o ambito militare. I quattro componenti hanno funzioni molto diverse tra loro. I globuli rossi (eritrociti) trasportano ossigeno e vengono trasfusi in caso di anemie gravi, emorragie o interventi chirurgici importanti: è la componente più utilizzata in assoluto. Il plasma, la parte liquida del sangue, contiene proteine e fattori della coagulazione ed è impiegato per chi soffre di disturbi emorragici, ustioni estese o insufficienza epatica grave. Le piastrine sono essenziali per la coagulazione e vengono somministrate soprattutto a pazienti oncologici ed ematologici, ad esempio durante la chemioterapia, quando il midollo osseo produce troppo poche piastrine per prevenire emorragie spontanee. I globuli bianchi (leucociti), infine, sono i meno trasfusi: intervengono nella risposta immunitaria e il loro impiego, in forma di granulociti, resta circoscritto a infezioni particolarmente gravi e resistenti alle terapie.
Perché i Testimoni di Geova rifiutavano il sangue: la storia della regola
La contrarietà alle trasfusioni non nasce con la scoperta della medicina trasfusionale moderna, ma affonda le radici negli anni della Seconda guerra mondiale, quando la rivista ufficiale del movimento, La Torre di Guardia, elaborò un’interpretazione letterale di alcuni passi biblici che invitano i credenti ad “astenersi dal sangue”: estendendola dal divieto alimentare dell’Antico Testamento fino a comprendere qualunque uso medico del sangue umano. Da allora, per oltre otto decenni, il rifiuto delle trasfusioni è diventato uno dei tratti distintivi e più discussi della confessione, tanto da rendere i Testimoni di Geova pressoché unici tra le religioni nel sostenere questa posizione in modo così rigido. Le conseguenze pratiche sono state rilevanti e, in alcuni casi, drammatiche. Per decenni la regola ha inciso su scelte sanitarie delicate, contenziosi legali e vicende familiari, soprattutto quando i medici ritenevano una trasfusione necessaria per salvare la vita di un paziente, talvolta un minore, e i genitori si opponevano per motivi religiosi, dando origine a controversie giudiziarie in diversi Paesi. Organizzazioni di ex fedeli, come l’Associated Jehovah’s Witnesses for Reform on Blood (AJWRB), che da anni chiede l’abolizione del divieto, hanno stimato circa 33mila decessi tra il 1961 e il 2016 riconducibili al rifiuto di trasfusioni salvavita. Il movimento conta oggi oltre 9 milioni di fedeli attivi in più di 200 Paesi, con circa 1,3 milioni di membri negli Stati Uniti, il che dà la misura di quante persone nel mondo siano interessate, direttamente o indirettamente, da questa regola.
Cosa cambia davvero ora, tra sangue intero e singoli componenti
La svolta di settembre 2026 non è arrivata all’improvviso, ma è il secondo passo di un percorso avviato pochi mesi prima. Già a marzo 2026, infatti, il Corpo Direttivo aveva autorizzato l’autotrasfusione, permettendo ai pazienti di far prelevare e conservare in anticipo il proprio sangue per poi riutilizzarlo, ad esempio in vista di un intervento chirurgico programmato con rischio di importante perdita ematica. In quell’occasione un membro del Corpo Direttivo, Gerrit Lösch, aveva spiegato in un video ufficiale che “ogni cristiano deve decidere personalmente come il proprio sangue verrà utilizzato in ogni cura medica e chirurgica”. L’aggiornamento di settembre estende questo principio di libertà di coscienza anche al sangue proveniente da altre persone, ma solo per i suoi componenti separati: globuli rossi, globuli bianchi, plasma e piastrine. Resta fermo, invece, il divieto sul sangue intero ricevuto da un donatore esterno: una distinzione che, dal punto di vista clinico, ha un peso relativo, dal momento che, come detto, la stragrande maggioranza delle trasfusioni praticate oggi negli ospedali riguarda comunque i singoli componenti e non il sangue non frazionato.
Anche sul fronte della donazione la novità ha un risvolto concreto: un fedele potrà ora scegliere di donare il proprio sangue sapendo che, in laboratorio, verrà quasi certamente sottoposto a procedure di separazione di routine. Resta però da chiarire, come hanno osservato alcuni osservatori, se sia necessaria una garanzia esplicita da parte del centro trasfusionale sulla destinazione del sangue donato. Nella comunicazione ufficiale, il Corpo Direttivo ha comunque tenuto a ribadire che “la vita e il sangue restano sacri” e che il principio di fondo non è cambiato: cambiano, semmai, i confini entro cui ciascun fedele può oggi esercitare la propria coscienza in ambito medico. Tra gli ex membri del movimento, che da tempo denunciano le conseguenze del vecchio divieto, la reazione è stata ambivalente: c’è chi ha definito il cambiamento “significativo” ma “non sufficiente”, sottolineando che in situazioni di emergenza con grave perdita di sangue, o nei trattamenti oncologici pediatrici che richiedono trasfusioni multiple, la libertà di scelta resta comunque condizionata dal permanere del divieto sul sangue intero.
