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Mario Biondi: «Io so cos’è il potere della voce»

Mario Biondi: «Io so cos’è il potere della voce»

La vita, i figli, il nuovo album, il doppiaggio: Mario Biondi si racconta

Per Mario Biondi tutto parte dalla voce. Non solo come strumento musicale, ma come forza capace di entrare nella vita delle persone, modificarne gli umori, accompagnarne i momenti più intensi. Non è un caso che le sue corde vocali siano oggi al centro di due esperienze diverse ma complementari: il nuovo disco Prova d’autore, e il doppiaggio nell’ultimo film di Gus Van Sant, Il filo del ricatto. «Ho prestato la mia voce a Fred Temple, speaker radiofonico che fa da mediatore con un uomo di Indianapolis che nel 1977 prende in ostaggio il figlio del presidente di una compagnia di prestiti». 
Il film racconta una storia realmente accaduta, quella di un deejay che prova a salvare una vita affidandosi unicamente alla forza della parola trasmessa via radio» racconta Biondi.

È un tema che lui conosce bene: nel corso degli anni la sua voce profonda è diventata uno dei timbri più riconoscibili della musica italiana, ma anche uno strumento capace di creare un rapporto diretto con chi ascolta. «Molte persone mi raccontano che una mia canzone o la mia voce hanno cambiato qualcosa nella loro vita. Sono stato colonna sonora di grandi amori, di nascite e di amplessi…».

Il suo sguardo sulla musica di oggi è tutt’altro che nostalgico. Biondi osserva il cambiamento dell’industria musicale con lucidità, senza indulgere nella lamentazione generazionale. «Storicamente la musica è nata in ambienti di grande cultura, studio e preparazione, poi piano piano è diventata commerciale, sempre più commerciale. In questo tempo la tecnologia e le piattaforme digitali hanno trasformato il modo di scrivere, produrre e distribuire le canzoni. Le case discografiche hanno constatato che questo nuovo linguaggio musicale semplificato funziona e lo cavalcano. È una pura questione di mercato: se qualcosa piace al pubblico è normale che venga spinto», spiega.

La musica per Biondi comincia molto prima del successo, nelle piazze e nei piccoli palchi degli anni Ottanta. Un apprendistato duro, ma formativo. «Cantavo nelle piazze siciliane da ragazzino», ricorda. «All’epoca non era tenera la situazione sotto il palco. A volte ti tiravano anche le monetine o ti trattavano come un jukebox umano: “questa non mi piace perché invece non canti…”». Esperienze che però insegnano presto a capire se quella è davvero la strada da percorrere. «Quando passi da quelle situazioni non ti stressa più niente».

Fondamentale nella sua formazione è stato il padre, cantante, figura che Biondi ricorda come una vera scuola di vita. «Con lui ho capito cosa significano il successo e il fallimento», racconta. «Abbiamo vissuto momenti in cui stavamo bene e altri in cui cercavamo le cento lire sotto il tappetino della macchina per mettere insieme i soldi per comprare il pane». Un ricordo che non racconta come trauma, ma come insegnamento. «Non credo sia una cosa negativa venire da momenti difficili. Anzi, ti insegna il valore delle cose. Una volta, un tizio, correndo verso il palco per chiedermi un brano, piegò il leggio che avevo davanti. Mi arrabbiai. Lui, sprezzante mi urlò in faccia “guarda che te ne compro dieci”. Lo mandai a quel paese e dicendogli di iniziare a correre…Quello era il leggio di mio padre e aveva un valore affettivo inestimabile. Questi sono i valori che cerco di trasmettere ai miei figli». Che sono dieci, avuti da quattro compagne. «Il più grande lavora in uno studio legale a Parma, la seconda, Zoe, sta facendo il tour mondiale con Eros Ramazzotti, come corista. La terza, venticinque anni, è in tour da cinque anni, sempre come corista, con il sommo maestro Renato Zero.  Il diciottenne si occupa di produzioni rap e trap. Tutti hanno studiato e studiano musica: piano, chitarra, voce. La musica fa bene indipendentemente dal fatto di avere una carriera». 

La sua, dura da vent’anni, è iniziata col successo di un brano inglese, This is what you are, e adesso dopo concerti in cinquanta Paesi, riparte da un disco di inediti in italiano (il singolo, Cielo stellato, diventerà un altro classico della sua discografia) in uscita il 10 aprile,  Con la partecipazione, tra gli altri di Dodi Battaglia dei Pooh, di Roy Paci e di Fabrizio Bosso. «Ho riannodato i fili della memoria e svuotato i cassetti andando a ripescare brani che in alcuni casi risalgono a ventisette anni fa» rivela.

Vent’anni di dischi, palcoscenici e incontri: «Schietti, sinceri e diretti come Renato (Zero; ndr) non c’è nessuno. Una volta mentre stavamo scherzando, mi disse: “A’ Nì, non devi fare troppi duetti perché con quella voce tu sei come l’asso di bastoni… E chi canta con te rischia grosso…”»

Al centro di tutta la sua traiettoria musicale c’è da sempre il rapporto tra l’artista e il palco. Per Biondi non esiste una distanza tra la persona privata e quella pubblica. «Io non voglio essere un attore», dice con semplicità. «Cerco di portare sul palco la realtà dei fatti, il personaggio reale. Voglio essere me stesso, con i miei pregi e i miei difetti. Quando succede, con il pubblico si crea una confidenza diversa. Perché non stai interpretando un ruolo: stai semplicemente condividendo quello che sei».

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