Jeff Buckley è stato un’apparizione lampo nella musica contemporanea: ha imposto la sua voce come un elemento alieno e magnetico, un’estensione dell’anima che sembrava non conoscere limiti tecnici né emotivi, e se n’è andato. A trent’anni, troppo presto, troppo in fretta, lasciando un vuoto incolmabile. Per tante ragioni. La prima è che Buckley non si limitava semplicemente a interpretare le canzoni: le abitava, le attraversava, le esponeva sulla soglia del baratro, al limite della vertigine. Per questo, a quasi trent’anni dalla morte, la sua traiettoria continua a esercitare un fascino mistico su musicisti e ascoltatori, come se in quelle incisioni fosse custodito un segreto ancora da decifrare. Il codice Buckley.
Prima che il mondo si accorgesse di lui, Jeff è stato un musicista di culto nel’East Village di New York. Il suo regno era una stanza, un locale irlandese dal nome enigmatico: Sin-é. È lì che ha inventato la propria leggenda, da solo, con la chitarra elettrica usata come uno strumento magico e una voce capace di silenziare anche il più loquace e disinteressato degli avventori. Il Sin-é non era un un club per musicisti, ma un bar di pochi metri quadrati, con le pareti intrise di fumo e le piastrelle del pavimento un po’ scrostate. Sul piccolo palco, un minuscolo anfratto tra il bancone e le sedie, Buckley cantava come se stesse confessando qualcosa a ciascun presente e al tempo stesso raccontando qualcosa di personale a ogni spettatore. Ogni esibizione era irripetibile: poteva passare da Nina Simone ai Led Zeppelin, da un sussurro folk a una fulminante scarica rock, senza mai perdere di vista il filo rosso che legava le canzoni dei suoi live. La registrazioni di quegli spettacoli leggendari sono ora disponibile in un’edizione deluxe (34 brani) in versione quattro vinili o due cd.
Figlio del geniale cantautore Tim Buckley, morto per un’overdose di eroina a 28 anni, Jeff convive fin da piccolo con il peso di un’assenza e di un’eredità artistica ingombrante. Sceglie di non di struggersi per il confronto, anzi, trasforma quella mancanza in una urgenza creativa continua, in un bisogno quasi fisico di trovare una voce che fosse soltanto sua. Ci riesce e nel 1994 incide il capolavoro, Grace, l’unico album registrato in vita, un’opera che è nel pantheon dei dischi più belli di sempre. Tra le viscere di quelle canzoni ci sono il rock elettrico e il folk visionario, le venature sexy del soul e una psichedelica spiritualità. Buckley non trattiene le emozioni, anzi le cerca con feroce determinazione per farle arrivare al pubblico. La sua voce spazia tra le tonalità, si rompe, diventa un sospiro e poi esplode, con un controllo tecnico impressionante e una libertà quasi jazzistica nel fraseggio. La sua interpretazione di Hallelujah, il classico di Leonard Cohen, è diventata nel tempo uno standard di bellezza a cui tendere.
Buckley la trasforma in una preghiera laica, sospesa tra passione e redenzione. Non è una semplice e banale cover, ma una riscrittura vera e propria che contribuisce a consacrare il brano nell’immaginario collettivo. Thom Yorke dei Radiohead e Matthew Bellamy dei Muse hanno sempre ammesso l’influenza esercitata da Buckley sulla loro musica, così come Brad Pitt non ha mai nascosto l’ammirazione sconfinata per il linguaggio musicale di Grace. Una devozione non casuale. La musica di Buckley possiede infatti una qualità cinematografica intrinseca: le sue canzoni raccontano come paesaggi il mondo dentro di noi, evocano il buio e la luce, immaginano storie d’amore che appassiscono in fretta. Non sorprende dunque che registi e attori le considerino una colonna sonora ideale per raccontare passioni e fragilità.
Il documentario It’s Never Over, Jeff Buckley diretto da Amy Berg e coprodotto da Brad Pitt (nelle sale italiane 16, 17 e 18 marzo) ne ripercorre la traiettoria con delicatezza e rigore, intrecciando materiali d’archivio, registrazioni intime, tra cui l’ultimo messaggio lasciato sulla segreteria telefonica della madre, e testimonianze di amici, musicisti ed ex fidanzate. Ne emerge il ritratto di un artista unico che non ha fatto in tempo a compiersi, ma che proprio nella sua incompiutezza continua a parlare al presente, come una promessa che non smette di risuonare.
La sera del 19 maggio 1997, mentre passeggia lungo il Wolf River Harbor, un canale del fiume Mississippi, decide all’improvviso di lanciarsi in acqua, completamente vestito, intonando Whole Lotta Love dei Led Zeppelin. Nuota per qualche metro, poi viene travolto dalla scia e dalle onde provocate da un rimorchiatore di passaggio. Scompare nel nulla e il suo corpo viene ritrovato cinque giorni dopo. L’autopsia esclude del tutto alcol e droghe. Nessun destino scritto, nessuna mitologia dell’autodistruzione: soltanto un attimo di incosciente leggerezza pagato con la vita, un incidente crudele che interrompe per sempre il cammino di un genio che stava ancora diventando sé stesso.
