Home » Tempo Libero » Musica » Harry Styles, il nuovo re del pop che unisce le generazioni

Harry Styles, il nuovo re del pop che unisce le generazioni

Harry Styles, il nuovo re del pop che unisce le generazioni

Musica pop, estetica glamour e memoria del rock anni Settanta. Così è diventato una delle rare star globali capaci di parlare a pubblici di età diverse.

Harry Styles non è soltanto una popstar di successo: è piuttosto un segno dei tempi che attraversa generazioni, mode e confini estetici. La traiettoria della sua carriera racconta qualcosa di più grande del percorso individuale di un cantante lanciato da un talent show (X Factor UK); racconta quanto sia cambiato il concetto stesso di celebrità musicale nel ventunesimo secolo. Capire perché piaccia tanto, e a pubblici così diversi, significa osservare l’intreccio contemporaneo tra immagine, musica, identità e narrazione mediatica.

I fatti che certificano la sua inarrestabile ascesa al trono del pop sono le trenta date annunciate al Madison Square Garden di New York tra agosto e settembre, precedute dalle dodici divise tra la Johan Cruijff Arena di Amsterdam e lo stadio Wembley di Londra; l’attesa spasmodica per il nuovo album in uscita il 6 marzo, intitolato Kiss All the Time. Disco, Occasionally, e le interminabili code che si sono create a New York, Tokyo, Sydney, Parigi e Berlino per ascoltare in anteprima il nuovo singolo, Aperture. Tra i tanti in coda nella capitale francese anche Jovanotti con la figlia, fan di Harry: «Piace molto anche a me, anche se otto ore di fila per ascoltare in cuffia un pezzo che esce tra due giorni, forse non avrei pensato di farle» ha dichiarato papà Lorenzo. Nella narrazione del successo di Mister Styles c’è poi un ingrediente grottesco e surreale, ben oltre il senso del limite: quei ragazzi americani in fila non davanti a un negozio di dischi, ma a un centro trasfusionale per trasformare qualche millilitro di plasma in dollari per acquistare i biglietti dei concerti del loro idolo (prezzi da cento a mille dollari).

La popolarità del golden boy di Redditch, nel Worcestershire (Inghilterra), si fonda su una combinazione rara: autenticità percepita e costruzione estetica studiata nei minimi dettagli. La sua musica non prende mai le distanze dal pop, ma lo eleva, lo porta ad un altro livello, con riferimenti al glam rock, alle sonorità della West Coast e dello “yacht rock” californiano dei Settanta e alla disco music. Le sue sono canzoni da ascoltare in cuffia quanto su una pista da ballo, tanto da un ventenne quanto da un quaranta/cinquantenne cresciuto a 33 giri e chitarre elettriche.


La copertina del nuovo album in cui compare la mirror ball, la sfera che luccica, simbolo delle discoteche e in particolare del leggendario Studio 54 di New York, non è solo un omaggio estetico, ma una dichiarazione di stile: Harry Styles è un artista che riflette il pubblico, moltiplicandone le identità come frammenti di luce che diventano musica. Piace ai giovani perché parla il loro linguaggio senza paternalismi: libertà di espressione, autoaccettazione. Ma piace anche agli adulti perché rimette in circolo la memoria di un’epoca musicale in cui le canzoni avevano strutture riconoscibili, melodie potenti, arrangiamenti suonati da grandi musicisti. È, in sostanza, una figura che collega due mondi. La sua musica può essere il commento sonoro di un party scolastico, come di un viaggio in auto di quattro amici quarantenni, e la sua estetica può apparire audace a un genitore e naturale a un figlio, ma non genera conflitti intergenerazionali. In un presente in cui la proposta musicale è dispersa in mille rivoli e popolata da personaggi che sono eroi per una fetta di audience e totalmente sconosciuti per un’altra, il pubblico cerca figure che tengano insieme suono, stile, performance e mito. E Styles risponde a questa esigenza. 

Anche in concerto: quello di Harry è uno show musicalmente solido, che non concede nulla al rigore algido delle coreografie imponenti ma senz’anima, con un clima caldo e accogliente da celebrazione collettiva. Lo hanno provato sulla loro pelle gli oltre centomila che hanno stipato la RCF Arena di Reggio Emilia nel 2023 durante la trionfale data di chiusura dell’ultimo tour mondiale (nel 2026 non ci saranno concerti in Italia)

Estremamente rivelatrice è poi la dimensione economica: Styles è uno dei rari artisti di questo tempo in grado di ottenere numeri rilevanti in ogni ambito dell’industria musicale: streaming, classifiche, tour, merchandising, vendite digitali e fisiche. L’aspetto più eclatante è il suo contributo alla riscoperta del caro vecchio vinile. In un’epoca dominata dalla musica liquida, il ritorno del supporto fisico indica un desiderio di possesso, ritualità, tattilità. Comprare un vinile non è un atto impulsivo, frettoloso: è una scelta identitaria che significa voler possedere un pezzo di musica nella propria libreria. E il fatto che un artista pop sia associato a questo trend significa avere un legame con i fan che non ha nulla a che vedere con la fruizione veloce e digitale. Anche nell’immagine Styles riesce a non essere divisivo: gli outfit, il trucco, i gioielli e le mise gender fluid parlano esplicitamente alla Generazione Z  ma rassicurano anche chi, più adulto, intravede un ritorno allo spirito ribelle ma elegante di icone come David Bowie o Mick Jagger.

Nel solco di Robbie Williams, Styles nasce all’interno di una boyband. I One Direction, come i Take That negli anni Novanta, erano un prodotto perfetto nella grande filiera degli idoli giovanili: facce pulite, ritornelli facili, balletti studiati al millimetro. Il tutto in una dimensione collettiva che attenua il rischio individuale. Che, in entrambi i casi, arriva più tardi. Robbie Williams, lasciando il gruppo, ha imbastito con maestria la figura di entertainer ironico e provocatorio; Harry Styles ha privilegiato una strada meno diretta, più sofisticata e sfumata, fatta anche di suggestioni vintage e un dialogo costante con l’immaginario rock degli anni Settanta. Entrambi, però, hanno intuito la forza di un passaggio liberatorio: l’uscita dal gruppo non significa scappare, ma darsi la chance di cambiare pelle, di indossare un “abito nuovo” Perché, quando si ha talento, il pubblico non va abbandonato, va soltanto accompagnato verso una versione più adulta dell’idolo che ha già follemente amato. Missione compiuta… 

© Riproduzione Riservata