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Ed O’Brien a Milano: quando la musica non ha bisogno di effetti speciali

Ed O’Brien a Milano: quando la musica non ha bisogno di effetti speciali
Foto Gianni Poglio

Il chitarrista dei Radiohead in una dimensione intima e potente: la musica vera non ha bisogno di scenografie monumentali

Ieri sera, al Teatro Lirico di Milano, Ed O’Brien ha ricordato una verità semplice: la grandezza di un concerto non si misura in metri quadrati. La scena sobria e la dimensione raccolta del teatro hanno lasciato spazio alle canzoni, agli strumenti e a una band capace di ascoltarsi davvero. Quando ogni nota ha peso, la musica riempie la sala da sé.

Milano era la seconda tappa del tour, due giorni dopo l’esordio ad Amsterdam. Anche lì il repertorio aveva mostrato la sua natura aperta: “Incantations” si espandeva dalla versione iniziale a quella con la band al completo; “Brasil” portava il concerto verso un finale più fisico e ritmico. Al Lirico quella libertà ha dato forma a una serata in cui i brani sembravano evolvere sotto gli occhi del pubblico.

La scaletta si è aperta con “Thin Places”, una soglia strumentale, seguita da “Incantations”. Poi “Teachers”, con la sua tensione che cresce gradualmente, e “Single File”, rimasta fuori dall’album ma fra i momenti più forti del concerto. Nel mezzo, “Solfeggio”, “Sweet Spot” e “Sail On” hanno dato alla serata il respiro di un percorso, più che quello di una semplice esecuzione in sequenza.

Con la title track “Blue Morpho” è emerso il paesaggio sonoro del disco: i richiami degli uccelli registrati in Galles, le voci e gli strati di chitarra che si intrecciano. “Cloak of the Night” ha riportato il concerto a una dimensione più intima; poi “Incantations” è tornata con la band al completo, aprendosi in un crescendo di percussioni e chitarre.

Anche “Deep Days” ha avuto un momento di vicinanza: O’Brien si è rivolto alla platea, l’ha sentita troppo lontana e si è seduto sul bordo del palco. Con “Brasil” il ritmo ha cambiato passo. Infine “Obrigado” ha chiuso il concerto con una lunga deriva, di circa quindici minuti: dalla bossa nova a sonorità lounge e psichedeliche, fino all’assolo di Dave Okumu. Un finale ampio e libero, nel quale ogni musicista ha avuto spazio per far evolvere il brano.

La band è stata eccezionale: ESKA Mtungwazi alla voce, Dave Okumu alla chitarra, James Williams alla batteria, Crispin “Spry” Robinson alle percussioni, Robin Mullarkey al basso e Nick Ramm alle tastiere. Musicisti raffinati e generosi, capaci di sostenere un tema, rilanciarlo e poi lasciare che respirasse. O’Brien tiene insieme il gruppo senza occupare tutto il centro; Okumu accende il suono, ESKA gli dà profondità e carattere.

È stata una serata in difesa della musica suonata sul serio: scrittura, ascolto, mestiere e libertà. Il Lirico, con la sua dimensione intima, è stato il luogo giusto. Quando gli strumenti sono nelle mani giuste e ogni musicista sa stare dentro il suono degli altri, non serve ingrandire lo spettacolo. La musica è già grande.

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