Home » Tempo Libero » Musica » Creepy Nuts: il Giappone che non chiede permesso, conquista l’hip hop globale e arriva al Coachella

Creepy Nuts: il Giappone che non chiede permesso, conquista l’hip hop globale e arriva al Coachella

Creepy Nuts: il Giappone che non chiede permesso, conquista l’hip hop globale e arriva al Coachella

I Creepy Nuts arrivano al Coachella: chi sono e perché il duo giapponese sta ridefinendo l’hip hop globale tra tecnica, anime e industria culturale

Non succede spesso, ma quando succede si capisce subito. Non è una questione di numeri, non è nemmeno una questione di viralità — che pure c’è, ed è evidente — ma di percezione: cambia qualcosa nel modo in cui un artista viene guardato, raccontato, collocato. I Creepy Nuts sono arrivati esattamente lì, in quel punto in cui non ha più senso presentarli come “una scoperta”, né inserirli dentro la categoria rassicurante dell’eccezione asiatica.

Il loro nome circola, si impone, si ripete, ma soprattutto non ha bisogno di essere tradotto. E questo, oggi, è il vero salto. Perché dietro c’è una costruzione che non nasce per il mercato globale, e proprio per questo riesce a entrarci senza attrito. Da una parte R-Shitei, cresciuto nella grammatica più dura del battle rap, dove il riconoscimento passa solo attraverso la parola e la resistenza. Dall’altra DJ Matsunaga, uno che con i piatti non accompagna, ma guida, e che ha già dimostrato — vincendo il DMC — cosa significa stare al vertice in un linguaggio che non perdona approssimazioni.

Il punto, però, non è la biografia. È quello che succede quando questa base, così strutturata, incontra il presente. Non lo rincorre, non lo imita, lo intercetta. Il passaggio è stato evidente con Bling-Bang-Bang-Born, opening di Mashle: Magic and Muscles. Non tanto per i numeri — che sono stati immediatamente fuori scala — ma per la velocità con cui il brano ha attraversato ambienti diversi senza perdere identità: community anime, piattaforme streaming, social. Non un’esplosione casuale, ma una traiettoria quasi inevitabile.

E non era la prima volta. Con Daten, legato a Call of the Night, avevano già dimostrato di sapersi muovere dentro un immaginario preciso, costruendo un dialogo continuo tra musica e narrazione visiva. Qui sta il punto che spesso sfugge: non è l’anime a “trainare” la musica, né il contrario. È un sistema che funziona perché è pensato come tale, e che il Giappone gestisce con una coerenza che altrove, semplicemente, non esiste.

Ridurre i Creepy Nuts a un fenomeno virale è la scorciatoia più facile e la meno utile. La loro forza sta altrove, in una tensione che raramente tiene: da una parte una fedeltà quasi rigida ai codici dell’hip hop — la tecnica, la credibilità, il rispetto delle regole non scritte — dall’altra una lucidità estrema nel capire dove sta andando il pubblico, e come raggiungerlo senza snaturarsi. Non semplificano, non spiegano, non traducono. E proprio per questo vengono capiti.

È qui che si misura il cambiamento: non sono loro ad avvicinarsi al mainstream, è il mainstream che si è spostato abbastanza da poterli accogliere. Quello che sta succedendo ai Creepy Nuts va letto per quello che è: non un caso isolato, ma un indicatore. Segna un momento in cui il Giappone — e più in generale l’Asia — smette di essere percepito come una fonte di contenuti “laterali” e diventa un produttore centrale di linguaggi globali.

Non è più una questione di esportazione. È una questione di presenza. E Panorama.it ha parlato in esclusiva con loro.

Creepy Nuts: il Giappone che non chiede permesso, conquista l’hip hop globale e arriva al Coachella
Creepy Nuts: il Giappone che non chiede permesso, conquista l’hip hop globale e arriva al Coachella
Creepy Nuts: il Giappone che non chiede permesso, conquista l’hip hop globale e arriva al Coachella
Creepy Nuts: il Giappone che non chiede permesso, conquista l’hip hop globale e arriva al Coachella

La vostra ascesa non ha seguito una traiettoria tradizionale da idol o pop. È stata forgiata nelle battle, guidata dalla tecnica, quasi old-school nella sua disciplina. Questo percorso è stato intenzionale o semplicemente inevitabile?

R-SHITEI: Per quanto mi riguarda, ho semplicemente amato davvero l’hip-hop e il rap — è stato proprio quell’impulso iniziale a farmi iniziare. Non lo facevo pensando che la nostra musica potesse arrivare a un pubblico in tutto il mondo. Volevo semplicemente fare rap. Se poi fosse diventato un lavoro, tanto meglio. A essere onesto, forse all’epoca non ci pensavo nemmeno così tanto. Però, una volta iniziato, avevo sicuramente quel lato competitivo. Volevo essere migliore di chiunque altro, dare tutto e lasciare il segno. È probabilmente per questo che ho iniziato anche a partecipare alle rap battle. Poi ho incontrato DJ Matsunaga, abbiamo iniziato a fare canzoni insieme e a esibirci dal vivo. Abbiamo semplicemente continuato così, passo dopo passo. E prima ancora di rendermene conto, siamo arrivati in posti che non avrei mai davvero immaginato di raggiungere.

DJ MATSUNAGA: Per me è stato molto simile alla motivazione di R per il rap. Dopo aver iniziato a fare il DJ, ho semplicemente continuato a spingermi sempre più in là, cercando di migliorare sempre di più. Mi sono concentrato solo su quello, e i risultati commerciali sono arrivati dopo. Come diceva R, all’epoca la scena hip-hop non era abbastanza grande perché si potesse davvero vivere solo facendo rap o DJ. Il mercato era ancora troppo piccolo, e farne una carriera sembrava qualcosa di molto lontano. Quindi, sinceramente, non avrei mai immaginato che le cose sarebbero andate così. Se il me stesso di allora potesse vedere dove siamo oggi, credo che ne sarebbe piuttosto sorpreso.

L’hip-hop giapponese è sempre stato forte a livello domestico ma contenuto a livello internazionale. Cosa è cambiato, strutturalmente, per permettervi di superare quel limite?

DJ MATSUNAGA: Mi ha fatto davvero capire quanto possa essere potente l’anime. “Bling-Bang-Bang-Born” è stato completamente il punto di svolta per noi, quindi ho percepito chiaramente quanto grande sia stata quell’influenza.

R-SHITEI: Guardandola ora, sento davvero che l’anime è una cultura tipicamente giapponese che si distingue anche su scala globale. Ho amici che viaggiano in tutto il mondo e mi hanno raccontato che questo li ha fatti rendere conto di quanto sia enorme l’anime — giovani in tantissimi Paesi lo guardano e lo amano. Penso che sia davvero qualcosa per cui essere grati: insieme a questi aspetti della cultura giapponese di cui il Giappone può essere orgoglioso, anche la nostra musica è stata accolta in modo importante. La nostra musica ha un carattere molto specifico, e forse la combinazione con l’anime ha reso tutto ancora più fruibile. Mi ha fatto davvero capire quanto sia potente l’anime.

“Bling-Bang-Bang-Born” non è solo diventata virale — è rimasta. Quasi un miliardo di stream non è una tendenza, è un sistema. A cosa pensate si stia connettendo il pubblico globale, oltre la lingua?

R-SHITEI: Ho sempre pensato che il suono di Matsunaga fosse molto distintivo, anche a livello globale, ma esibirmi dal vivo me lo ha fatto capire ancora di più. Il pubblico internazionale balla davvero, reagisce, e vedere persone di lingue e culture completamente diverse muoversi naturalmente sulla musica mi fa pensare: “wow, è incredibile”. Guardare tutto questo mi ricorda quanto sia pazzesco il suono di Matsunaga.

DJ MATSUNAGA: Per me significa davvero tanto. Quando creo musica, mi sembra semplicemente di trasformare in qualcosa di reale i suoni che mi entusiasmano davvero, quelli che mi piacciono. Quindi quando andiamo fuori dal Giappone e vedo che la nostra identità, quella che abbiamo sempre avuto, arriva anche lì, mi sembra di trovarmi in una situazione che non avevo mai immaginato. È qualcosa che mi rende davvero felice. Un’altra cosa che ho capito è che spesso si pensa che il giapponese sia uno svantaggio, perché la lingua non si traduce facilmente all’estero. Ma nel nostro caso è stato il contrario. Il suono e la texture della lingua giapponese sono diventati parte della nostra identità, e sento davvero che arrivano a persone in tutto il mondo. In un certo senso, penso che se non fosse stato giapponese, la nostra musica non avrebbe raggiunto le persone nello stesso modo. Se fosse stata in inglese, probabilmente non avrebbe funzionato così. Anche perché incorporiamo tantissimi suoni diversi e stili di rap differenti. Ultimamente mi ritrovo a pensare sempre più spesso che è una fortuna fare rap in giapponese.

R-SHITEI: Quando eravamo in tour in Asia, ci sono stati posti in cui il pubblico cantava praticamente ogni verso — a volte anche più che in Giappone. E io pensavo: “ma li hanno davvero imparati tutti”. Il verso è in giapponese, eppure cantavano intere frasi in modo piuttosto chiaro. Vederlo mi ha fatto capire che il giapponese deve avere un suono interessante di per sé, e forse c’è anche qualcosa che spinge le persone a voler pronunciare quelle parole.

Per anni il K-pop ha costruito una macchina di esportazione. Il Giappone si è sempre basato sulla scala interna. Sentite di far parte di un cambiamento nel modo in cui la musica giapponese si posiziona globalmente?

DJ MATSUNAGA: Guardando quello che fanno gli altri artisti e seguendo le loro attività giorno per giorno, sento davvero che la musica giapponese si sta diffondendo sempre di più nel mondo. Quando saliamo su un palco all’estero e lo vediamo con i nostri occhi, ci sono momenti in cui ci rendiamo conto di quanto sia arrivata lontano — che le persone ascoltano, che sta davvero iniziando a risuonare. È qualcosa per cui sono molto grato. Allo stesso tempo, non riguarda solo noi. È anche il risultato di altri artisti che hanno costruito tutto questo negli anni, ed è la prova che questo slancio esiste davvero adesso. Per questo sembra che siamo in un momento molto buono. Oggi possiamo ascoltare musica da qualsiasi parte del mondo, ovunque siamo, quindi la distanza fisica e i confini contano molto meno. Sento davvero che la musica riesce ad arrivare oltre questi limiti molto più facilmente.

R-SHITEI: Sì. E penso che sia interessante che la musica giapponese che arriva all’estero non sia necessariamente quella con molto inglese. Mi ha colpito molto vedere che anche canzoni completamente giapponesi — nella lingua e nell’identità — vengano accolte così tanto. Questo mi ha fatto capire ancora una volta che non dobbiamo necessariamente adattarci o cambiare per connetterci.

Il vostro suono si muove tra ortodossia hip-hop, energia pop e slancio elettronico. È una strategia o semplicemente il riflesso di come consumate musica?

R-SHITEI: Nel mio caso non è solo la musica a influenzarmi. Manga, film, comicità — tutto ciò a cui sono esposto nella vita quotidiana ha un impatto diretto su di me. Quello che esce nella mia musica è semplicemente tutto questo filtrato attraverso di me, quindi è naturale che diventi qualcosa di molto misto ed eclettico.

DJ MATSUNAGA: Sono davvero felice che la musica che faccio sia hip-hop. Quello che mi piace di più è assorbire ogni tipo di musica — generi, Paesi, epoche diverse — e poi restituirla attraverso il mio filtro e la mia interpretazione. Tra dieci o vent’anni l’hip-hop sarà di nuovo diverso, e ciò che è nuovo o vecchio continuerà a cambiare. Pensare alle nuove forme che potrebbe assumere mi entusiasma molto. Spero davvero che continui a evolversi.

R-SHITEI: È raro trovare un genere che cambi forma quanto l’hip-hop. Se metti in fila epoche diverse, può sembrare quasi musica completamente diversa. Ha una gamma enorme e continua a evolversi. Il numero di cose che una volta erano impensabili e che oggi sono accettate è incredibile. È questo che lo rende così interessante.

DJ MATSUNAGA: È anche per questo che non mi stanco mai. A volte penso che se avessi scelto un altro genere, mi sarei già annoiato.

R-SHITEI: La definizione di ciò che è “giusto” continua a cambiare, e cose che prima non appartenevano a quel mondo possono improvvisamente essere accettate. L’hip-hop ha un’apertura enorme, ed è proprio per questo che artisti poco convenzionali come noi possono esistere al suo interno. Anche se qualcuno dice che quello che facciamo non suona molto “hip-hop”, o che non è hip-hop, possiamo comunque esistere dentro questa cultura. Ed è una cosa che trovo molto interessante.

R-Shitei, il tuo background nelle battle è basato sulla dominanza lirica. Come adatti quell’intensità a un pubblico che potrebbe non capire il giapponese?

R-SHITEI: Non sono ancora sicuro di quanto arrivi negli Stati Uniti, ma anche quando faccio gli MC in giapponese ci sono momenti in cui sembra davvero passare. Ci sono anche persone che sembrano capire parecchio giapponese, e a volte penso che sia anche grazie agli anime. Molti artisti con più esperienza all’estero fanno gli MC in inglese, ma io non riesco davvero, quindi lo dico chiaramente: “non lo parlo”. Invece provo cose diverse — imparare qualche parola locale e usarla, oppure chiedere al pubblico se posso parlare in giapponese e poi fare l’MC così. E quando vedo le reazioni alle canzoni, o quando qualcuno con una lingua completamente diversa canta una frase in giapponese, mi rende incredibilmente felice. Mi fa sentire che sta davvero arrivando. Quei momenti in cui capisci che ti stai connettendo attraverso la musica sono qualcosa per cui sono davvero grato.

DJ Matsunaga, sei un campione mondiale di turntablism — una disciplina che richiede ossessione tecnica. Nell’era dello streaming, la virtuosità conta ancora?

DJ MATSUNAGA: Oggi anche le piattaforme streaming possono generare automaticamente dei DJ mix. Ma proprio per questo le abilità analogiche che ho sviluppato in anni risaltano ancora di più come qualcosa di unico. Il rap e la cultura DJ sono ancora popolari, ma non si vede spesso una combinazione così stretta tra rapper e DJ, soprattutto a un livello alto. Se penso ad artisti globali con questo tipo di chimica e competenza come duo, mi chiedo quanti ce ne siano stati davvero dopo i Beastie Boys. Per questo sento ancora di più che le capacità costruite negli anni sono diventate una vera forza anche a livello internazionale. Sono una delle armi più forti che abbiamo. Ed è anche quello che rende tutto così gratificante, spingendomi a portare ancora più avanti questo lato di ciò che facciamo.

“Otonoke” e “Mirage” hanno dimostrato che non siete un fenomeno da una sola canzone. Quanto è consapevole la costruzione di un catalogo rispetto alla ricerca del singolo globale?

R-SHITEI: Probabilmente non stiamo cercando di fare una hit in primo luogo. Si tratta più di inserire idee che non abbiamo mai provato prima — cose che ci entusiasmano o che semplicemente ci divertono. Per esempio, Matsunaga può mandarmi un loop e io ci metto sopra una melodia o un flow che lui non si aspetta, giusto per sorprenderlo. Poi lui rielabora tutto e me lo rimanda, e a volte il beat è completamente cambiato, sorprendendo me a mia volta. In questo scambio continuo, la canzone finisce spesso in un posto che non avremmo mai immaginato all’inizio. E quando succede, di solito sentiamo di aver fatto un grande pezzo. Più che puntare a una hit, il primo obiettivo è sorprenderci a vicenda. Cerchiamo sempre di fare qualcosa che sorprenda l’altro. Per quanto riguarda i testi, scrivo in modo molto onesto rispetto al momento che sto vivendo. Chi ci segue da tempo può anche vedere come cambiano i miei pensieri negli anni — a volte è crescita, a volte il contrario.

DJ MATSUNAGA: La penso allo stesso modo. Quando facciamo musica, l’unica cosa su cui possiamo davvero contare è la sensazione che funzioni per noi. Che una canzone venga ascoltata da molte persone o duri nel tempo è qualcosa che non possiamo controllare. La verità è che ciò che sentiamo mentre la creiamo non coincide sempre con i risultati commerciali, quindi cercare di scrivere una canzone con quell’obiettivo è qualcosa che non so davvero fare. Per questo, la cosa più importante è sentire di aver fatto qualcosa di nuovo — un suono che non abbiamo mai sentito prima. Possiamo solo sperare che quella sensazione arrivi anche agli altri.

Coachella 2026 segnerà il vostro debutto su uno dei palchi più influenti al mondo. Cosa rappresenta per voi — esposizione, confronto o evoluzione?

R-SHITEI: Voglio dire, è Coachella. È entusiasmante, ma c’è anche quella sensazione di “come andrà?”. Quando abbiamo suonato in Asia o in altri festival, abbiamo trovato modi per comunicare con il pubblico, ma non so ancora quanto funzionerà con il pubblico americano. Sono curioso di vedere le reazioni. In questo momento è un mix di entusiasmo e incertezza. Ci penso ogni giorno.

DJ MATSUNAGA: A dire il vero, non mi sembra ancora del tutto reale. Però non vedo l’ora di fare il DJ lì. Penso che il pubblico del Coachella abbia più familiarità con la cultura DJ rispetto a quello giapponese. Nonostante questo, sono sicuro di poter mostrare un livello di tecnica che forse non hanno mai visto. In passato, quando suonavamo con artisti di scene diverse, avevo sempre questa mentalità: fare qualcosa durante il soundcheck che colpisse tutti — scratch assurdi, qualcosa che sorprendesse gli altri. Sento qualcosa di simile anche per Coachella. C’è una parte di me che vuole mostrare qualcosa che non hanno mai visto.

L’hip-hop nasce nel Bronx. Ora state riportando l’hip-hop giapponese in Nord America su larga scala. È una dinamica circolare?

R-SHITEI: Qualcosa che è nato negli Stati Uniti si è diffuso nel mondo, e il rap giapponese è stato plasmato da quell’influenza. Da lì, noi abbiamo assorbito influenze da tanti Paesi e culture diverse, trasformandole in qualcosa di nostro. Sento che esistiamo alla fine di questo flusso lungo e complesso, in cui tutto continua a espandersi ed evolversi. Per questo sono entusiasta di riportare qualcosa del genere negli Stati Uniti. Penso che anche noi siamo piuttosto unici — forse anche un po’ “distorti”, in senso positivo — e sono curioso di vedere fin dove possiamo arrivare con questa stranezza. In questo momento è tutto molto emotivo, in modo strano, e provo sentimenti contrastanti.

DJ MATSUNAGA: Penso solo di voler fare una performance onesta.

Abbiamo saputo che il vostro nuovo brano “Fright” uscirà il 10 aprile — potete raccontarci qualcosa?

R-SHITEI: A livello di testo, parla dell’ansia e della paura che provo entrando nell’ignoto — uscire nel mondo, anche all’estero, entrare in contesti che non ho mai vissuto. C’è anche entusiasmo, ovviamente, ma sono una persona che tende a sentire più forte la paura, quindi ho cercato di raccontare quel lato in modo onesto. Alla base, però, ci sono semplicemente le mie emozioni reali. A volte, quando ottieni qualcosa, il passo successivo diventa spaventoso — o meglio, cresce la paura di perdere ciò che hai ottenuto. È questa la sensazione che ho messo nei testi.

DJ MATSUNAGA: Ho iniziato creando un riff di pianoforte, usando il suono di un pianoforte giocattolo e distorcendolo molto per costruire la base. Poi ho unito elementi di quello che oggi viene chiamato “sexy drill” con una vibrazione club jazzata, e penso di aver creato qualcosa di abbastanza nuovo, qualcosa che non avevo mai sentito prima. Non so quanto arriverà agli ascoltatori, ma come autore mi sento molto sicuro del risultato.

Se doveste definire questa fase dei Creepy Nuts con una sola parola, quale sarebbe?

DJ MATSUNAGA: Quando ci sei dentro, è difficile capirlo. Credo che lo si capisca solo anni dopo, quando puoi guardare indietro e dire: “ah, ecco cos’era quel periodo”. È difficile definirlo in una parola. Sono passati più di dieci anni da quando abbiamo iniziato, ma sono grato di poterlo affrontare ancora con la stessa freschezza dei primi tempi. In Giappone abbiamo fatto tante esperienze e in un certo senso abbiamo chiuso un cerchio. Ma poi all’estero torni a vivere quei momenti da “piacere, è la prima volta” — e non succede spesso. Mi sento fortunato a poterlo vivere ancora.

R-SHITEI: Sì. Quando lavori tanto in Giappone, hai la sensazione di aver già vissuto tutto almeno una volta — festival, venue, generi, programmi TV. Poi però all’estero puoi ricominciare da zero, dire di nuovo “piacere”, come se fosse il primo anno o il primo giorno di lavoro. E forse è una cosa bellissima. È come iniziare un nuovo primo giro.

DJ MATSUNAGA: All’estero ci sentiamo ancora un po’ dei rookie. Quindi siamo nel pieno di tutto, ma con la sensazione di essere ancora dei nuovi arrivati.

© Riproduzione Riservata