Nel panorama del K-pop contemporaneo, CHUNG HA occupa una posizione particolare: non è semplicemente una solista di successo, ma una performer che ha costruito la propria identità artistica attraverso controllo, tecnica e una consapevolezza rara del proprio corpo scenico.
Nata nel 1996, cresciuta tra Corea del Sud e Stati Uniti, emersa nel 2016 attraverso il progetto Produce 101 e il gruppo I.O.I, ha trasformato quella visibilità iniziale in una carriera solista solida e coerente. Dal debutto con “Why Don’t You Know” fino a brani come “Roller Coaster”, “Gotta Go” e “Snapping”, ha dimostrato una capacità costante di attraversare generi diversi — house, Latin pop, R&B, dance elettronica — senza mai perdere una firma riconoscibile: linee melodiche eleganti, costruzioni ritmiche sofisticate e una presenza scenica calibrata, mai eccessiva, ma sempre magnetica.
CHUNG HA non è un’artista che rincorre le tendenze: le filtra. Il suo stile visivo alterna minimalismo high fashion e sensualità controllata; la sua danza è tecnica ma narrativa, precisa ma emotiva. È una performer che pensa per immagini, ma costruisce per struttura.
In questo senso, Save Me rappresenta un momento chiave. Non è soltanto un nuovo progetto discografico, ma una riflessione sulla traiettoria compiuta finora. Dopo anni di espansione sonora e di affermazione individuale, questo lavoro segna una fase di riorientamento: uno sguardo retrospettivo che diventa preparazione per un nuovo percorso. Non solo musica, ma dichiarazione d’intenti. Non solo canzoni, ma direzione.
È un passaggio che racconta maturità, vulnerabilità e controllo creativo. E proprio in questo equilibrio tra introspezione e visione futura che Panorama ha parlato con lei.
Per i lettori che potrebbero scoprirti per la prima volta, come presenteresti oggi CHUNG HA — non come idol o ex membro di un gruppo, ma come artista in questo preciso momento della tua vita?
«Beh, tutti attraversano alti e bassi nella vita. Vorrei essere ricordata semplicemente come un’artista che, nonostante tutti quei processi e cambiamenti, continua ad amare profondamente la musica. Spero anche che le persone mi vedano come qualcuno che non ha paura di mettersi alla prova con nuovi generi. Onestamente, in questi giorni sono molto curiosa di capire come il pubblico mi scopra per la prima volta. In passato, molte persone mi riconoscevano prima di tutto per la danza, ma recentemente c’è chi ha iniziato ad apprezzarmi per la mia voce. A seconda della canzone attraverso cui mi incontrano, l’impressione può essere diversa, ma la “me” di adesso è semplicemente una persona che ama la musica in sé.»
Save Me dà la sensazione di essere un punto di svolta più che una pubblicazione convenzionale. Quando hai capito che questo progetto doveva guardare al tuo percorso prima di andare avanti?
«Direi che quel momento è proprio adesso. Mentre stavo pianificando l’album, ho riascoltato le mie vecchie canzoni, ho ripercorso le playlist che ascolto di solito e ho riletto appunti personali che avevo scritto. Se dovessi scegliere i grandi punti di svolta della mia vita, direi dieci anni fa, quando ho iniziato con le I.O.I, e ora, mentre mi avvicino al decimo anniversario come solista. Fare la stessa cosa per dieci anni… significa essere diventata una persona che può finalmente dire: “Almeno una cosa l’ho fatta davvero bene”. Volevo davvero farmi i complimenti per aver resistito bene in tutto quel tempo. Sentivo che riflettere profondamente su chi sono oggi fosse essenziale per poter andare avanti con successo.»
Negli anni hai ampliato il tuo mondo musicale attraverso molti generi. C’è stato un momento in cui hai deciso consapevolmente di smettere di adattarti alle aspettative e iniziare a ridefinire il tuo spazio artistico?
«Prendo questa decisione continuamente! Tuttavia, essendo una cantante pop, ci sono aspetti che è difficile decidere soltanto in base alla mia volontà. Ci sono le opinioni dell’azienda e i pensieri dello staff con cui lavoro. Ma c’è una cosa: a volte una canzone considerata “popolare” funziona bene anche se personalmente non mi piace. Però, più di questo, credo di essere più felice quando scelgo musica che soddisfa me per prima e incontro persone che risuonano sinceramente con quella musica. Preferisco comunicare in modo profondo con chi è curioso della mia storia e vuole connettersi con la mia voce e le mie emozioni. Per me questo ha più significato adesso. Certo, continuo comunque a vacillare ogni giorno. (Ride)»
Questo progetto porta con sé un forte senso di introspezione. Quali parti del tuo passato — creativo o personale — hai sentito fosse necessario affrontare mentre lavoravi a Save Me?
«Oh, sono davvero troppe! Ho dovuto guardare indietro e ripensare a tutta la mia vita. Non posso raccontare tutto nei dettagli, ma sono stati momenti molto difficili da attraversare. Tuttavia, spero che chi ha corso con tutte le sue forze e ha vissuto intensamente come me possa ascoltare questa canzone e trovare conforto pensando al proprio passato. È come un incoraggiamento inviato dalla “me” del passato alla “me” del futuro prima di andare avanti. In realtà ho scritto “Save Me” con un cuore disperato, sperando che qualcuno mi tendesse la mano nel momento più difficile. Forse per questo può essere complicato per chi ascolta comprendere fino in fondo la profondità di quelle emozioni. Ma è una canzone che racchiude davvero tanta riflessione e sincerità.»
L’espressione “Save Me” è emotivamente molto forte. Nel tuo caso, riguarda più l’autoconservazione, la guarigione o la riconquista della tua storia?
«Si collega a ciò che ho appena detto, ma è più vicino a una “salvezza di sé” e a un “conforto” che racchiude tutto questo. Si tratta di ricordare e guarire la “me” che ha sofferto in passato e, allo stesso tempo, della volontà di diventare la proprietaria della mia storia e andare avanti. È un messaggio per chi ha lottato in passato come me, per dire: “Hai resistito bene”, e continuare a condividere il messaggio di salvarci a vicenda.»
Spesso sei stata descritta come un’artista sospesa tra il sistema idol e un’identità musicale più autonoma. Senti che Save Me segni una separazione più netta da quel sistema?
«Sì, sembra un punto di separazione molto chiaro. Anche mentre preparavo questo album, ho riflettuto a lungo se adottare un approccio più accessibile al pubblico o raccontare una storia personale. Se in passato il rapporto era 50 e 50, ora il mio modo di pensare è cambiato. Credo che mi darebbe maggiore soddisfazione se gli ascoltatori scegliessero la musica che io ho scelto sinceramente. In questo senso, penso che “Save Me” sia decisamente un vero punto di svolta.»
Al di là della musica, questo progetto sembra tracciare un percorso artistico più ampio. Quanto era importante per te comunicare la tua direzione futura, non solo il tuo suono?
«In realtà è difficile mostrare tutta la mia direzione con una sola canzone. Sono umana, i miei pensieri cambiano continuamente e anche le situazioni cambiano. Più che presentare una grande direzione futura, credo sia fondamentale trasmettere onestamente la “fase” che sto vivendo ora.»
Guardando alla tua carriera solista finora, qual è stata la transizione più difficile da affrontare come artista cresciuta sotto lo sguardo pubblico?
«Non c’è stato un momento specifico particolarmente difficile. Penso di aver attraversato molte turbolenze interiori finché non mi sono convinta davvero che fosse un punto di svolta autentico. Ho percepito i miei limiti in mezzo a tutto ciò che accadeva, e quel processo ha in realtà raffinato la mia direzione. Ogni volta che esce un album c’è la scelta dell’azienda, quella dello staff e poi la mia scelta personale. Credo che la parte più difficile sia trovare la convinzione per proteggere ciò che voglio senza vacillare tra tutte queste opzioni.»
Le tue performance sono sempre state centrali nella tua identità. Come si è evoluto il tuo rapporto con il corpo, il movimento e la presenza scenica insieme alla tua crescita interiore?
«È vero che in passato ho usato eccessivamente il mio corpo per reggere il ritmo degli impegni. Ora che sono nei miei trent’anni, attraverso tante esperienze ho capito che la cosa più importante è mantenere l’equilibrio. Qualcuno potrebbe dire che mi sono rilassata o che sembro meno professionale. Ma trovare il mio ritmo e centrarmi è diventato più importante di come mi vedono gli altri. In passato il palcoscenico occupava il 90% della mia vita, ora direi che è metà e metà, tra palco e fuori dal palco. Ho capito che la “me” fuori scena deve essere al sicuro e in salute per poter essere sicura di me sul palco. L’ho imparato solo dopo essere caduta molte volte. (Ride)»
Questo progetto suggerisce una pausa e una riflessione. Rallentare creativamente ti ha permesso di ascoltare parti di te che prima erano oscurate dal ritmo frenetico?
«Esattamente. In passato, quando cantavo, c’erano emozioni che non avevo ancora vissuto. Quindi, a dire il vero, a volte sembrava di recitare o di fingere di comprendere. Ma con il tempo e le esperienze, i testi hanno iniziato a toccarmi davvero il cuore. Forse allora cantavo solo sull’energia dell’universo, come per pura fortuna o destino. Ora, anni dopo, tutto sembra la mia vera storia. Rallentando e guardando indietro, penso di aver finalmente trovato la mia voce e quelle storie con cui prima non riuscivo davvero a connettermi.»
Molti artisti sentono la pressione di reinventarsi costantemente. Come bilanci evoluzione e onestà emotiva verso te stessa?
«Credo che sia un compito su cui dovrò continuare a riflettere. È vero che sono cambiata costantemente, ma guardando indietro penso di essere stata un’artista che non raccontava molto la propria storia. Dopo aver vissuto estremi musicali, ora devo trovare il mio centro. Voglio iniziare a riflettere seriamente su come mantenere quell’onestà proteggendo allo stesso tempo me stessa come artista.»
Mentre la percezione globale degli artisti coreani continua a evolversi, come vedi il tuo ruolo in un panorama musicale più maturo e consapevole a livello internazionale?
«Cerco semplicemente di essere coerente e di lavorare sodo in qualsiasi ambiente o situazione. Penso che i senior e i colleghi che si sono espansi a livello globale e hanno aperto nuove prospettive siano davvero straordinari. Io continuo a impegnarmi con il desiderio di aggiungere anche solo un piccolo punto al meraviglioso quadro che hanno creato.»
Pensando alla fase successiva dopo Save Me, cosa senti di diverso nel modo in cui ti avvicini alla musica, alle scelte o persino al silenzio?
«La differenza più grande è che ora deve essere prima di tutto musica con cui mi identifico. In passato cercavo di entrare in empatia con il pubblico, ora sembra arrivato il momento di persuadere il pubblico con i miei gusti e le mie storie. Per quanto riguarda il silenzio, sto ancora cercando l’equilibrio tra quanto sia necessario per proteggermi e quanta onestà sia indispensabile.»
Se questo progetto fosse una lettera alla te del passato, qual è il messaggio che avevi più bisogno di scrivere?
«Se ascoltate il bridge della canzone, lo capirete subito. Lo sappiamo tutti, no? Che questo periodo difficile prima o poi passerà. E che, quando sarà passato, ti farai i complimenti per aver resistito bene. Era questo il messaggio che volevo consegnare alla me del passato.»
Se dovessi definirti adesso — artisticamente e personalmente — con una sola parola, quale sarebbe?
«Non voglio definirmi con una sola parola. In realtà non mi piace l’idea di definirmi. (Ride) Piuttosto metterei davanti a me un grande punto interrogativo. Sono in un momento in cui tutto è ancora in valutazione e non so come si svilupperanno i miei trent’anni. Voglio lasciare aperto quel grande punto interrogativo a tutte le possibilità.»
