Il blocco dello Stretto di Hormuz ha interrotto bruscamente circa un quinto del commercio mondiale di petrolio e gas. L’effetto sui prezzi dell’energia è quello più diretto e visibile, ma la crisi nel Golfo Persico sta producendo conseguenze in ambiti apparentemente molto lontani dall’energia.
I fili invisibili che avvolgono il pianeta ora vengono alla luce e si scoprono connessioni tutt’altro che intuitive. Tutti hanno nell’armadio un costume da bagno o una maglia di pile. Ebbene, questi indumenti, prodotti spesso in Asia, sono fatti di poliestere, un derivato del petrolio. Insieme ad altre fibre sintetiche come nylon e acrilico, il poliestere è alla base di quasi due terzi della produzione mondiale di vestiti.
L’effetto domino sui costi del tessile e del cotone
Capita però che gli impianti petrolchimici del Golfo Persico siano la principale fonte di materie prime per le fabbriche tessili del subcontinente indiano e del Bangladesh. Con le forniture interrotte, ora il costo delle fibre sintetiche è aumento di molto e dunque i produttori tessili asiatici si stanno orientando verso fibre naturali, cotone in testa. Così, il blocco dello Stretto di Hormuz ha causato indirettamente un aumento dei prezzi del cotone, saliti di circa il 20% rispetto ai livelli prebellici di fine febbraio 2026. La domanda di cotone indiano da parte della Cina è quintuplicata in un attimo.
Tuttavia, lo stesso choc energetico che spinge verso l’alto i prezzi delle fibre naturali genera anche rischio di inflazione e recessione, che potrebbero ridurre la spesa delle famiglie per l’abbigliamento. Siamo di fronte cioè a un equilibrio instabile tra domanda da parte dei produttori tessili e domanda dei consumatori, che può crollare improvvisamente.
Ma non è solo una questione di tessuti. C’è anche qualcosa di ancora meno ovvio tra ciò che subisce le conseguenze dalla guerra in Iran. Per esempio, l’acido solforico, originato come sottoprodotto nella raffinazione del rame. La Cina domina la raffinazione globale del rame e le sue fonderie vendono l’acido come complemento, una voce di ricavo che ultimamente è diventata molto rilevante. Questo perché le commissioni di lavorazione del minerale in Asia sono scese in territorio negativo a causa della forte concorrenza.
La crisi del rame e del nichel tra Cina e Cile
Quando il blocco di Hormuz ha creato una carenza di zolfo derivato dalla lavorazione del petrolio, il governo cinese ha limitato le esportazioni di acido solforico per proteggere il mercato interno, in particolare il settore dei fertilizzanti. Così, le esportazioni cinesi di acido solforico verso il Cile, per esempio, sono crollate a zero nel marzo 2026, mentre un anno prima erano state pari a 151.268 tonnellate.
Il Paese è il primo produttore mondiale di rame, ma per il suo processo di raffinazione dipende per il 37% dall’acido importato dalla Cina. Le più recenti stime dicono che la metà dell’intera generazione di rame cilena sia ora a rischio e un calo così robusto si ripercuoterebbe sul prezzo mondiale del metallo, facendolo impennare. Lo stesso problema, oltre che sul rame, si ha sul nichel, un metallo importantissimo nell’industria. Le raffinerie di nichel in Indonesia, il più grande produttore globale, utilizzano acido solforico nel loro processo industriale e la maggior parte delle importazioni indonesiane di zolfo proviene normalmente da fornitori del Golfo. Per questo motivo diverse raffinerie hanno già tagliato l’output di almeno il 10%.
Il Medio Oriente ospita poi impianti di fusione dell’alluminio con una capacità annua di circa 7 milioni di tonnellate, pari a circa il 9% dell’offerta globale. Si tratta di un componente critico per le auto, gli imballaggi, l’edilizia e i pannelli solari, dove i telai creati con quel materiale rappresentano oltre il 10% del costo del modulo. Impianti ad Abu Dhabi e in Bahrain sono stati danneggiati dagli attacchi iraniani e la chiusura dello Stretto ne ha interrotto sia le spedizioni verso i clienti di quello finito, sia le forniture di allumina verso gli impianti ancora operativi. I prezzi di questo materiale hanno appena raggiunto i massimi degli ultimi quattro anni.
Agricoltura e sanità: la minaccia ai fertilizzanti e all’elio
Ma non è tutto. Il Golfo Persico è anche un fornitore rilevante di ammoniaca, urea, zolfo e fosfati per buona parte dei mercati mondiali. Questi elementi sono utilizzati nella fabbricazione dei fertilizzanti chimici per l’agricoltura, ma il conflitto ne ha bloccato ingenti quantità, provocando un rialzo delle quotazioni. Il prezzo dell’urea nella regione mediorientale è aumentato di oltre il 50% dall’inizio dei bombardamenti.
L’urea è il fertilizzante più diffuso al mondo e serve principalmente a fornire azoto alle piante, accelerandone la crescita e aumentando le rese dei campi. Il mais è tra le colture più esigenti di azoto e una riduzione delle sue rese si propaga ai mercati dei mangimi per animali e quindi alla carne. La catena fertilizzanti-agricoltura produce effetti anche in Argentina. I camionisti che servono il porto di Quequén, da cui transita il 20% delle esportazioni nazionali di soia, hanno bloccato gli accessi al terminal chiedendo un aumento delle tariffe del 25%, motivato dal rincaro del carburante legato alla guerra. L’Argentina è il terzo esportatore mondiale di soia e il primo fornitore globale di olio e farina di soia, materie prime dei mangimi proteici per animali. Anche in questo caso, una interruzione prolungata ha effetti sui prezzi internazionali dei mangimi. Dunque, i fili invisibili vengono alla luce e il prezzo della carne potrebbe presto iniziare a salire.
Tra gli impatti della crisi meno sospettabili vi sono quelli sull’informatica e sulla sanità. Nel mondo, circa il 35% dell’elio arriva dal Qatar. Si tratta di un sottoprodotto della liquefazione del metano. È il refrigerante essenziale nelle macchine per la risonanza magnetica e un componente critico dei semiconduttori. Se il Qatar non lo procurasse per altri due mesi, le scorte mondiali si esaurirebbero, con conseguenze dirette per chi fa i chip e per gli ospedali dotati di risonanza magnetica.
Non è finita qui. Il bitume è un sottoprodotto della raffinazione del petrolio e il suo prezzo ha seguito il greggio, aumentando in pochi giorni del 47%, con un rincaro fino a 200 euro a tonnellata. Il problema è che i contratti per la manutenzione stradale sono stipulati a prezzi fissi mesi prima dell’esecuzione dei lavori. Le imprese si trovano quindi, oggi, a dover eseguire lavori a prezzi di mercato aumentati del 30-50% rispetto ai quelli di gara. Tutti questi mercati non hanno tra loro un legame diretto. Quello che li unisce è la dipendenza da materie prime o sottoprodotti che transitano per lo Stretto di Hormuz. La crisi attuale ci mostra la straordinaria complessità del mondo moderno e, al contempo, la sua estrema fragilità.
