Il Milan resta padrone del proprio destino perché vincendo le prossime due partite contro Genoa e Cagliari va dritto in Champions League, senza guardare i risultati delle altre. A vincerle, però, perché la notte di San Siro in cui i rossoneri sono crollati al cospetto dell’Atalanta ha confermato che della squadra che due mesi fa era arrivata a sognare di contendere lo scudetto all’Inter non c’è più nulla. La reazione di nervi nel finale, contro un’Atalanta che ha staccato la spina in anticipo e ha rischiato di pagare pegno non deve trarre in inganno.
I tifosi che hanno contestato Giorgio Furlani dentro e fuori lo stadio e invitato Gerry Cardinale a vendere il club vanno capiti: sono infuriati e hanno ragione perché il Titanic milanista è andato a sbattere contro l’iceberg mentre a bordo l’orchestra continua a suonare e gli orchestrali sono impegnati a regolare i loro conti, incuranti del bene comune.
Questo è il Milan oggi. Nulla. Mettere in fila i numeri del crollo fa quasi meno impressione del contro spettacolo offerto in campo: 4 punti nelle ultime 6 giornate, 7 da quel famoso 8 marzo della vittoria-bis nel derby con l’Inter che è stato lo spartiacque negativo della stagione se è vero che da allora sono state molto più le sconfitte (5) delle partite non perse (3). Servirebbe la voce del padrone, di Gerry Cardinale, e invece niente. Ammesso che abbia qualcosa da dire di diverso rispetto al suo plenipotenziario Furlani, quello che sta in cima alla lista dei responsabili per il popolo milanista.
Il Milan è ancora padrone del proprio destino, ma per vincere le partite bisogna tirare in porta e fare possibilmente gol: prima della capocciata di Pavlovic e del rigore di Nkunku, l’ultimo era stato Rabiot a Verona: dopo allora 317 minuti a secco più recuperi. La luce, però, si era spenta prima e quello del francese era stato l’unico squillo in nove ore di calcio giocato: 531 minuti senza calcolare i recuperi da Milan-Torino a Milan-Atalanta. Ora sono tre. Una miseria. Fischi per tutti, un diluvio. Non si salva nessuno.
Gli unici a sorridere sempre e comunque, rigorosamente a favore di camera, sono stati gli occasionali con cui San Siro viene sempre più riempito. Tutto intorno le macerie di una stagione che rischia di condizionare pesantemente anche il futuro perché la proprietà del Milan ha già mostrato con i fatti come reagisce a una mancata qualificazione alla Champions League: vende tutto quello che si può vendere, taglia, recupera ricavi con le plusvalenze. Guarda ai conti e non al campo. Legittimo, ma frustrante.
Cosa possa fare Max Allegri (colpevole anche lui per la sua quota parte) per invertire la progressione dei suoi verso il baratro è difficile da dire. La squadra non reagisce ad alcuno stimolo mentre le altre, magari sbuffando o a spallate, sono vive. Il morale è azzerato, i giornali sono pieni di ipotesi con o senza di lui in panchina, con o senza Tare a fare il mercato (D’Amico in uscita dall’Atalanta è un segno concreto), magari con o senza Furlani che è odiato da tutti ma è il sintomo, non la causa della malattia.
A voler vedere qualcosa di buono, ma proprio sforzandosi, la prima delle due finali da vincere sarà a Marassi e non a San Siro, luogo sacro in cui anche mostrare una maglietta di Paolo Maldini (la Storia) è diventato un gesto reazionario da reprimere. Meglio fuori che dentro, anche se a Reggio Emilia il Milan è stato solo poco meglio di quello con l’Atalanta. Ma almeno lontano da casa ci saranno meno fischi, meno contestazioni, meno sorrisi di plastica mentre in campo undici maglie rossonere si giocano tutto quello che è rimasto. Poco, ma essenziale.
