Il palco è spoglio, le luci bianche. Bob Dylan tiene il cappuccio della felpa tirato su e sta dietro la tastiera. All’Unipol Dome di Milano, l’occhio deve accontentarsi di questa figura e dei musicisti che la circondano. La felpa introduce un dettaglio ostinatamente quotidiano nella solennità dell’appuntamento: per incontrare Dylan occorre accettare anche il poco che concede alla vista.
Dylan fa quello che gli pare. Decide cosa suonare, rimette mano agli arrangiamenti, stabilisce la distanza da tenere con la sala. Le canzoni abitano ormai la memoria di chi le ascolta; il loro autore continua a considerarle modificabili. A ottantacinque anni si prende ancora questa libertà, compreso il rischio di scontentare chi vorrebbe riconoscere subito il proprio Dylan.
Anche il divieto dei telefoni cambia le condizioni dell’incontro. La tentazione di registrare viene disinnescata all’ingresso. Per una sera bisogna affidarsi alla propria attenzione, accettare che un dettaglio sfugga e che qualcosa rimanga soltanto in una forma imprecisa. La macchina del tempo comincia a funzionare qui. Un concerto torna a essere anche ciò che, il giorno dopo, faticheremo a raccontare.
Watching the River Flow apre la serata. Le chitarre si intrecciano in un suono che attraversa blues, country e cadenze di jazz, con una naturalezza che rende poco utili i confini fra i generi. La voce resta al centro, bassa, segnata dagli anni. La distanza dalle incisioni rende talvolta il riconoscimento meno immediato: per seguire una canzone occorre separare ciò che sta accadendo dalla versione che si porta nell’orecchio.
Un asse del concerto passa per Time Out of Mind. Love Sick, Tryin’ to Get to Heaven, Not Dark Yet e Million Miles riportano al disco del 1997, al suo mondo di distanze, desideri e soglie da attraversare. Fra quelle registrazioni e la voce di oggi sono trascorsi quasi trent’anni. È un intervallo che si sente.
In Tangled Up in Blue, rallentata e spoglia, la trasformazione tocca il modo stesso di raccontare. La vicenda affiora con un passo diverso da quello fissato nella memoria discografica. La canzone permette di cogliere quanto il senso dipenda anche dalla velocità, dal respiro, dall’età di una voce. Basta cambiare il passo perché una storia conosciuta diventi meno prevedibile.
Le incursioni nei repertori di Bo Diddley, con I Can Tell, e di Jerry Lee Lewis, con I Can’t Seem to Say Goodbye, danno al viaggio a ritroso una geografia precisa. High Water porta la dedica al bluesman Charley Patton, mentre Goodbye Jimmy Reed richiama un altro antenato del blues. Fra questi nomi Dylan colloca anche se stesso, dentro una tradizione che continua a offrire strumenti di lavoro. Le canzoni altrui entrano accanto alle sue come parti di una conversazione ancora aperta.
La libertà del cantante ha un prezzo per chi sta in platea. La vastità dell’arena rende difficile la vicinanza che una musica così raccolta sembra chiedere. Il palco spoglio lascia la distanza intatta e l’austerità non garantisce da sola intensità. È la tensione che attraversa lo spettacolo: Dylan stabilisce le proprie condizioni, mentre il pubblico conserva il diritto di sentirle troppo esigenti.
False Prophet rimette in gioco l’identità di chi parla e l’attendibilità delle sue promesse. I brani dell’album Rough and Rowdy Ways portano nel concerto una vitalità che comprende ancora desiderio e ironia. Il repertorio recente merita di essere ascoltato anche per questo, oltre la tentazione di trasformare ogni apparizione di Dylan in una cerimonia di congedo.
A chiudere arriva I Shall Be Released. Nel titolo c’è un futuro, nella canzone una liberazione attesa. Il concerto termina con parole che continuano a guardare davanti a sé: una scelta coerente con un artista che considera ancora aperto il proprio lavoro.
Resta la figura sotto le luci bianche, il cappuccio tirato su, la tastiera. Fuori, i telefoni tornano disponibili e l’esperienza comincia a diventare racconto. Il viaggio all’indietro ha restituito anche il carattere provvisorio di una canzone ascoltata dal vivo senza poterla registare o riprendere. Il ritorno a un’esperienza che si consuma mentre la si vive.
