Nel K-pop, un’industria che ha costruito buona parte della propria riconoscibilità intorno a identità molto precise, la distinzione tra boy group e girl group continua a essere una delle convenzioni più radicate. Non significa che i gruppi misti non siano mai esistiti, ma che la loro presenza rimane abbastanza insolita da diventare, ancora oggi, un elemento distintivo. È anche da qui che comincia la storia degli ALLDAY PROJECT, cinque artisti che arrivano da esperienze, sensibilità e linguaggi creativi differenti e che, invece di nascondere queste distanze per costruire un’immagine uniforme, sembrano volerle utilizzare come parte della propria identità.
Annie, Tarzzan, Bailey, Woochan e Youngseo sono arrivati sulla scena musicale coreana nel giugno del 2025, sotto l’etichetta THEBLACKLABEL, portando con sé un’attenzione che precedeva persino il debutto ufficiale. Non soltanto per la particolarità della formazione, composta da tre donne e due uomini, ma anche per il percorso di alcuni dei suoi membri, già conosciuti in ambienti differenti dell’intrattenimento, della danza e della moda, e per il coinvolgimento di Teddy Park, produttore che ha contribuito a definire una parte importante del linguaggio musicale del K-pop contemporaneo attraverso un lavoro nel quale hip-hop, pop internazionale, estetica visiva e cultura della performance hanno progressivamente finito per sovrapporsi.
Bailey porta all’interno del gruppo un’esperienza già consolidata nella danza e nella coreografia internazionale, con collaborazioni che l’avevano resa un nome riconoscibile nell’industria musicale ben prima del suo debutto come idol; Woochan si è fatto conoscere giovanissimo nella scena rap coreana, anche grazie alla partecipazione a Show Me the Money 6, mentre Tarzzan arriva da un percorso che intreccia danza contemporanea e moda. Annie, cresciuta in una delle famiglie imprenditoriali più influenti della Corea del Sud, ha scelto invece di inseguire la propria ambizione musicale, affiancando agli studi alla Columbia University un lungo percorso di formazione artistica sotto THEBLACKLABEL; Youngseo aveva già conquistato l’attenzione del pubblico attraverso R U Next?, il programma che l’aveva portata a essere selezionata per la formazione originale delle ILLIT, prima di lasciare il progetto ancora prima del debutto. Cinque storie che difficilmente avrebbero potuto essere più diverse e che oggi si incontrano in un progetto nel quale il passato di ciascuno non viene cancellato in nome di un’identità collettiva, ma diventa parte di un linguaggio condiviso, costruito proprio attraverso quelle differenze che il K-pop ha spesso cercato di organizzare all’interno di categorie ben riconoscibili.
È una distinzione importante, perché un gruppo può certamente essere composto da individui molto diversi e presentarsi comunque al pubblico attraverso un’immagine perfettamente uniforme; nel loro caso, invece, l’incontro tra linguaggi differenti viene utilizzato come parte integrante della proposta musicale, lasciando convivere competenze, sensibilità e attitudini che non necessariamente avrebbero trovato lo stesso spazio all’interno di una formazione più tradizionale.
Il debutto del 23 giugno 2025, con Famous e Wicked, ha immediatamente attirato l’attenzione del pubblico e dell’industria, trasformando gli ALLDAY PROJECT in uno dei nomi più discussi della nuova generazione K-pop. Famous, in particolare, ha conquistato rapidamente visibilità sulle piattaforme digitali e nelle classifiche coreane, raggiungendo anche la posizione numero 43 della Billboard Global 200, un risultato che ha contribuito a consolidare la percezione di un gruppo destinato a muoversi fin dall’inizio oltre i confini del mercato domestico.
Ma il successo immediato porta con sé una contraddizione che riguarda quasi tutti gli artisti e che diventa particolarmente evidente in un settore dove ogni fase della carriera viene osservata, discussa e interpretata da un pubblico globale: più rapidamente viene riconosciuta un’identità, più difficile può diventare modificarla. Il primo brano che conquista milioni di ascoltatori finisce spesso per trasformarsi in un modello da riprodurre, mentre ciò che inizialmente rappresentava una scelta originale rischia di diventare un insieme di aspettative dalle quali è complicato prendere le distanze senza deludere una parte del pubblico.
Nel K-pop, dove il rapporto tra costruzione artistica, progettualità industriale e coinvolgimento dei fandom è particolarmente intenso, questa dinamica assume un peso ancora maggiore, perché ogni cambiamento viene osservato e interpretato come un possibile segnale della direzione futura di un gruppo. Un nuovo suono, un’estetica differente, un cambiamento nella distribuzione delle parti vocali o nella costruzione delle performance possono essere letti come elementi di una trasformazione più ampia, talvolta prima ancora che gli artisti abbiano avuto la possibilità di spiegare le proprie intenzioni.
Per gli ALLDAY PROJECT, inoltre, l’attenzione si è concentrata fin dall’inizio anche sulla loro natura di formazione mista, rendendo quasi inevitabile il confronto con un sistema organizzato prevalentemente intorno a gruppi maschili e femminili. Una caratteristica che avrebbe potuto diventare il centro esclusivo della loro identità, ma che i cinque sembrano considerare soprattutto una delle componenti di un equilibrio più articolato, nel quale contano le differenze di gusto, le esperienze artistiche e la capacità di trasformare prospettive individuali in una proposta collettiva.
Dopo One More Time, pubblicato nel novembre 2025, e il primo EP omonimo arrivato l’8 dicembre dello stesso anno, con Look at Me come title track, il percorso del gruppo è proseguito fino alla pubblicazione, il 28 settembre 2026, di Crash, il secondo EP, cinque tracce che rappresentano un passaggio significativo proprio perché non sembrano interessate a consolidare un’unica definizione sonora, ma piuttosto a esplorare le possibilità che si aprono quando una formazione decide di non limitarsi a ripetere ciò che ha già funzionato.
Nelle dichiarazioni rilasciate a Panorama, gli ALLDAY PROJECT raccontano questa fase senza ricorrere necessariamente alla retorica della rivoluzione, un termine che accompagna spesso i nuovi protagonisti dell’industria musicale e che finisce talvolta per attribuire loro intenzioni molto più radicali di quelle che effettivamente rivendicano. Il desiderio che emerge dalle parole dei cinque membri è per certi versi più complesso: conservare la libertà di cambiare, lasciare spazio a ciò che ancora non conoscono di se stessi e trovare un modo di stare insieme senza rinunciare alle caratteristiche che li rendono differenti.
Cinque personalità e un’identità che nasce dalle differenze
La convivenza di sensibilità artistiche differenti è uno degli aspetti che più incuriosiscono quando si osserva la costruzione degli ALLDAY PROJECT, perché la diversità della formazione non si esaurisce nella presenza di uomini e donne nello stesso gruppo, ma riguarda il modo in cui i singoli membri affrontano la musica, il lavoro e la performance. La questione, dopo oltre un anno di attività, non è più soltanto capire quanto sia insolita una formazione di questo tipo, ma quali vantaggi concreti possa offrire a cinque artisti che condividono un percorso professionale particolarmente intenso.
L’aspetto interessante non riguarda soltanto la possibilità di mettere insieme esperienze differenti, ma ciò che accade quando queste iniziano a influenzarsi reciprocamente, generando idee che difficilmente sarebbero nate attraverso un processo creativo più omogeneo. In un’industria nella quale la coerenza viene spesso considerata un valore essenziale, la differenza può introdurre elementi di imprevedibilità, costringendo gli artisti a confrontarsi con prospettive che non coincidono necessariamente con le proprie.
È una dimensione che Annie riconosce come uno dei principali vantaggi dell’esperienza condivisa, spiegando come le differenze costituiscano una risorsa tanto nella creazione musicale quanto nel lavoro sul palco. «Sicuramente la diversità di opinioni, prospettive e gusti tra i membri. Proveniamo tutti da contesti differenti e ognuno ha preferenze proprie, quindi impariamo continuamente gli uni dagli altri e portiamo sul tavolo idee diverse. Penso che questo sia un enorme vantaggio, sia per la nostra musica sia per le nostre performance. E naturalmente ci divertiamo tantissimo insieme! Lo staff che lavora con noi dice sempre che, quando siamo tutti insieme, sembriamo cinque compagni di classe dell’asilo e, sinceramente, non potrei essere più d’accordo».
L’immagine dei cinque compagni d’asilo, raccontata con una spontaneità che contrasta con la precisione normalmente associata alla costruzione dell’immagine pubblica nel K-pop, offre uno scorcio interessante sulle dinamiche del gruppo. Non c’è soltanto il lavoro necessario a far convivere esperienze differenti, ma anche una forma di complicità che permette a quelle stesse differenze di diventare qualcosa di condiviso, senza richiedere necessariamente che ciascuno rinunci alla propria individualità.
Woochan, pur riconoscendo i vantaggi della composizione mista, preferisce spostare l’attenzione sui contributi che ogni membro porta all’interno del progetto e sul modo in cui queste individualità riescono a produrre un’energia riconoscibile quando si incontrano. «Ci sono sicuramente dei vantaggi nell’essere un gruppo misto, ma penso che ciò che ci renda davvero speciali siano i punti di forza individuali che ciascun membro porta nel gruppo. Che si tratti del palco o della nostra musica, la nostra forza più grande è l’energia e l’intesa uniche che riusciamo a creare quando siamo insieme».
Le due risposte suggeriscono che la particolarità degli ALLDAY PROJECT non risieda necessariamente nell’aver trovato una soluzione alternativa a un modello preesistente, ma nell’aver costruito uno spazio nel quale le differenze possano continuare a essere riconoscibili senza impedire la nascita di un’identità comune. È un equilibrio che si riflette anche nella loro proposta musicale, perché l’alternanza tra rap, parti vocali, performance coreografiche e attitudini sceniche differenti permette al gruppo di muoversi attraverso registri che non richiedono a tutti e cinque di occupare sempre lo stesso spazio espressivo.
In questo senso, la natura mista del progetto diventa meno interessante come categoria e molto più significativa come possibilità artistica, soprattutto nel momento in cui il gruppo decide di confrontarsi con le aspettative generate dal proprio debutto e con un pubblico che ha già iniziato a riconoscere determinati elementi come parte integrante della sua identità.
Crash, cinque tracce per non rimanere prigionieri di Famous
Il secondo EP degli ALLDAY PROJECT arriva in un momento nel quale il gruppo non ha più bisogno di presentarsi, ma deve iniziare a dimostrare quanto possa essere ampia la propria identità. Famous ha funzionato come una dichiarazione d’ingresso, mentre Crash sembra concentrarsi sulle conseguenze di quella prima affermazione, quasi che il successo iniziale avesse aperto una serie di possibilità che ora i cinque membri vogliono esplorare senza sentirsi obbligati a scegliere immediatamente una direzione definitiva.
Il titolo stesso del disco introduce un’immagine particolarmente adatta a descrivere questo momento. Una collisione non è necessariamente un evento distruttivo: può essere l’incontro tra elementi differenti, una forza che modifica traiettorie già stabilite e produce risultati che non sarebbero stati possibili in assenza di quel contatto. È una metafora che si presta a raccontare tanto la composizione degli ALLDAY PROJECT quanto il loro rapporto con i linguaggi musicali che attraversano il progetto, dal momento che il gruppo continua a muoversi tra influenze diverse senza cercare di ricondurle a un’unica formula.
Ad aprire l’EP è Talk, pubblicata in anticipo rispetto all’album e accompagnata da un videoclip che ha contribuito a introdurre il nuovo capitolo del gruppo. Il brano si muove nell’area dell’hip-hop industriale, con bassi scuri, interventi rap incisivi, cori stratificati e una produzione che utilizza la tensione ritmica per costruire un’atmosfera fortemente caratterizzata. Anche il tema scelto appare coerente con il percorso degli ALLDAY PROJECT, perché la canzone affronta le molte interpretazioni e opinioni che si sono concentrate intorno al gruppo, trasformando la consapevolezza di essere continuamente osservati in una componente della propria narrazione musicale.
È un’apertura significativa, soprattutto per una formazione che ha attirato attenzione ancora prima del debutto ufficiale e che ha visto la propria identità discussa attraverso elementi molto differenti, dalla composizione del gruppo ai percorsi individuali dei membri, fino al rapporto con THEBLACKLABEL. Talk sembra partire proprio da questo confronto con lo sguardo esterno, scegliendo di non ignorarlo ma di utilizzarlo come materia creativa.
La title track Crash introduce invece un movimento più diretto e collettivo, costruito attraverso una melodia insistente che lascia spazio, nel ritornello, a un ritmo dance sostenuto da una marcata componente percussiva. Il brano recupera l’energia che ha contribuito a rendere riconoscibile il gruppo fin dagli esordi, ma la sviluppa attraverso una produzione che utilizza il contrasto tra le sezioni musicali come elemento centrale. Anche qui ritorna l’idea dell’impatto, non soltanto nel titolo, ma nel modo in cui le diverse componenti vengono organizzate per produrre un effetto di continua accelerazione e cambiamento.
Con Do It Like This, l’album torna a un linguaggio hip-hop più essenziale e dominato dai bassi, nel quale l’alternanza tra i membri contribuisce a dare movimento al brano. La produzione lascia emergere le differenti timbriche e attitudini, un aspetto che assume particolare significato in un gruppo nel quale la riconoscibilità individuale costituisce una parte importante dell’identità collettiva. Il pezzo sembra così valorizzare proprio quella molteplicità di presenze che rende gli ALLDAY PROJECT difficili da associare a una sola modalità espressiva.
La quarta traccia, No Limit, introduce influenze del funk brasiliano attraverso una componente percussiva particolarmente riconoscibile, ritmi serrati, interventi vocali giocati sull’alternanza e un’energia che sposta ulteriormente l’orizzonte sonoro del disco. È un esempio di quanto il K-pop contemporaneo sia diventato uno spazio di circolazione internazionale dei linguaggi musicali, nel quale riferimenti provenienti da scene differenti vengono rielaborati all’interno di produzioni pensate per pubblici che non si riconoscono più necessariamente in confini geografici precisi.
La conclusione arriva con Up All Night, che introduce una dimensione sensibilmente diversa rispetto alle tracce precedenti. Il gruppo si confronta qui con sonorità acustiche più morbide e con un’atmosfera legata al desiderio di condividere e conservare il presente, anche quando la quotidianità è attraversata dall’incertezza. Dopo un percorso dominato soprattutto da produzioni ritmicamente intense, questa chiusura lascia emergere un’altra possibilità per gli ALLDAY PROJECT, meno legata alla forza immediata della performance e più interessata a una dimensione emotiva e melodica.
Cinque tracce, dunque, che attraversano linguaggi differenti e che trovano una propria coerenza proprio nella volontà di non ridurre il gruppo a un’unica definizione. Anche i crediti musicali raccontano una produzione articolata, nella quale il lavoro di Teddy e Vince incontra quello di autori e produttori internazionali, mentre diversi membri partecipano direttamente alla scrittura dei brani, confermando un coinvolgimento creativo che va oltre la sola interpretazione.
È in questo contesto che diventa particolarmente interessante comprendere quale rapporto gli ALLDAY PROJECT abbiano sviluppato con il successo di Famous, perché un debutto capace di conquistare immediatamente il pubblico può rappresentare tanto una straordinaria opportunità quanto il rischio di essere riconosciuti attraverso un’immagine dalla quale, in seguito, potrebbe diventare difficile allontanarsi.
Tarzzan sembra considerare proprio la libertà di attraversare generi differenti una delle caratteristiche fondamentali del gruppo, al punto da immaginare un futuro nel quale questa varietà possa riflettersi direttamente nella composizione del pubblico. «ALLDAY PROJECT non è un gruppo che si limita a un solo genere musicale. È per questo che mi entusiasma davvero l’idea di tenere, un giorno, un nostro concerto, in cui fan con gusti musicali differenti possano ritrovarsi tutti insieme e godersi la nostra musica».
La prospettiva è interessante perché sposta il concetto di identità dal genere musicale alla relazione che un artista riesce a costruire con gli ascoltatori. Non si tratta necessariamente di trovare un suono capace di soddisfare sempre le stesse aspettative, ma di sviluppare un percorso abbastanza riconoscibile da permettere al pubblico di seguirlo anche quando cambia direzione.
Bailey affronta la stessa questione partendo da una riflessione più ampia sul significato dell’autenticità, un concetto frequentemente utilizzato nell’industria musicale ma non sempre semplice da tradurre in scelte creative concrete. Per lei, il punto non è soltanto evitare di ripetere una formula già sperimentata, ma conservare la possibilità di continuare a scoprire aspetti della propria identità che ancora non hanno trovato una forma artistica precisa.
«Penso che, più di ogni altra cosa, stiamo cercando di mettere al centro l’autenticità. In un’industria che continua a evolversi, è facile finire per essere definiti dalle aspettative o da formule già esistenti, ma noi abbiamo sempre voluto rimanere fedeli a ciò che siamo, sia individualmente sia come gruppo. Se riuscissimo a ispirare altre persone ad affrontare la propria identità con la stessa libertà e sincerità, credo che questo significherebbe più di qualsiasi misura del successo. Vogliamo semplicemente mantenere un rispetto autentico per la musica, per il processo creativo e per la responsabilità che deriva dal fare arte. Dal punto di vista creativo, penso che ci siano ancora moltissimi aspetti di noi stessi che non abbiamo scoperto, figuriamoci mostrato al pubblico. Spero che non arriveremo mai al punto di sentirci completamente definiti, perché quella libertà di continuare a evolverci è parte di ciò che siamo».
È probabilmente una delle riflessioni più significative dell’intervista, soprattutto perché introduce una contraddizione soltanto apparente: per costruire un’identità artistica forte non è necessario arrivare a definirne ogni caratteristica, e forse proprio il desiderio di non considerarsi mai completamente compiuti può diventare uno degli elementi che permettono a un gruppo di conservarla nel tempo.
Youngseo descrive il lavoro su Crash attraverso un equilibrio leggermente differente, nel quale la volontà di evolvere convive con il desiderio di non perdere gli elementi che il pubblico ha già imparato ad associare agli ALLDAY PROJECT. «Volevamo racchiudere tutto ciò che viene in mente alle persone quando pensano agli ALLDAY PROJECT: giovinezza, hip-hop ed energia da festa. Allo stesso tempo, volevamo portare tutto a un livello superiore, rimanendo fedeli a ciò che siamo e conservando le qualità che le persone hanno imparato ad amare e ad aspettarsi da noi».
Le tre prospettive finiscono così per raccontare aspetti complementari dello stesso percorso: Tarzzan guarda alla varietà musicale come a una possibilità di incontro tra pubblici differenti, Bailey insiste sulla libertà di continuare a cambiare senza essere imprigionati dalle aspettative e Youngseo ricorda quanto sia importante conservare un legame riconoscibile con ciò che ha dato origine al progetto. È anche attraverso questa convivenza di visioni che Crash assume un significato più interessante di quello di un semplice secondo EP, diventando il tentativo di capire come si possa crescere senza trasformare il successo iniziale in un limite.
Il futuro del K-pop e la libertà di non dover cambiare tutto
Negli ultimi dieci anni il K-pop ha progressivamente ampliato il proprio spazio all’interno dell’industria musicale internazionale, trasformandosi da fenomeno associato principalmente al mercato coreano a uno dei linguaggi più riconoscibili della cultura pop globale. Questo processo ha comportato anche una trasformazione dei confini tra generi e discipline artistiche, perché musica, moda, danza, cinema e comunicazione digitale hanno iniziato a dialogare in maniera sempre più stretta, creando progetti che non possono essere spiegati soltanto attraverso le categorie musicali tradizionali.
Gli ALLDAY PROJECT sembrano inserirsi in questa evoluzione con particolare naturalezza, proprio perché i cinque membri portano nel gruppo esperienze differenti e perché la loro proposta artistica nasce già all’interno di un contesto nel quale le influenze internazionali non costituiscono un elemento accessorio, ma una parte integrante del processo creativo.
C’è però una differenza sostanziale tra avere successo all’interno di un sistema e riuscire effettivamente a modificarlo, ed è una distinzione che diventa particolarmente interessante quando si prova a immaginare quale significato gli artisti attribuiranno al proprio percorso tra cinque o dieci anni. Per gli ALLDAY PROJECT, infatti, lasciare un segno non sembra coincidere necessariamente con il desiderio di rivoluzionare le regole del K-pop, ma può significare anche introdurre nuove possibilità espressive, ispirare altri artisti o semplicemente conservare la libertà di rappresentare se stessi.
Annie affronta questa prospettiva riconoscendo innanzitutto il ruolo che il sistema esistente ha avuto nella crescita globale della musica coreana, senza attribuire al gruppo una missione di trasformazione radicale che non sente necessariamente propria.
«Personalmente, penso che il sistema esistente abbia avuto un ruolo enorme nel trasformare il K-pop nell’industria globale che è oggi, e nutro sinceramente un grandissimo rispetto per tutto questo. Non direi necessariamente che ci sia una cosa specifica che vogliamo cambiare. Piuttosto, spero che nel corso della nostra carriera riusciremo a lasciare un segno in modi differenti, che sia attraverso una particolare esibizione sul palco, la nostra musica, la moda o qualcosa di completamente diverso. Penso che, se tra cinque o dieci anni potremo guardarci indietro e sentire di essere rimasti fedeli a ciò che siamo, sia come gruppo sia come individui, continuando a esprimere le nostre identità a modo nostro, questo sarebbe già qualcosa di davvero significativo per me. Non credo che lasciare un segno debba necessariamente significare cambiare un intero sistema. A volte si tratta di portare qualcosa di nuovo e di ispirare anche gli altri a esprimersi a modo loro. Quanto a ciò che vogliamo ancora mostrare, penso sinceramente che ci siano moltissimi lati degli ALLDAY PROJECT che le persone non hanno ancora visto, soprattutto dal punto di vista musicale e delle performance. Mi piacerebbe che esplorassimo una gamma ancora più ampia di generi e sperimentassimo suoni e stili differenti. Siamo tutti curiosi per natura e amiamo provare cose nuove, quindi credo che abbiamo ancora tantissimo spazio per crescere creativamente. È anche questo che rende il futuro così entusiasmante per noi».
La sua risposta introduce una prospettiva meno immediata rispetto alla retorica che spesso accompagna i nuovi protagonisti della scena musicale. L’idea di lasciare un segno, infatti, non viene associata necessariamente alla necessità di mettere in discussione tutto ciò che è venuto prima, ma alla possibilità di costruire qualcosa di riconoscibile senza rinunciare alla propria individualità. È una differenza importante, soprattutto in un momento nel quale il concetto di innovazione viene frequentemente utilizzato come sinonimo di rottura, quasi che il valore di un artista dovesse essere misurato soprattutto attraverso la distanza rispetto ai modelli precedenti.
Tarzzan interpreta invece questa libertà attraverso il rapporto tra le differenti sensibilità che convivono nel gruppo, sottolineando come l’incontro tra musica, moda e arte possa produrre risultati difficili da prevedere e come l’eventuale necessità di sottrarsi a categorie troppo rigide rappresenti una possibilità coerente con l’identità stessa degli ALLDAY PROJECT.
«Penso che una delle cose che rendano speciali gli ALLDAY PROJECT sia il fatto che ciascuno di noi abbia gusti e prospettive creative così differenti quando si parla di moda, musica e arte, eppure, in qualche modo, tutto questo riesce a unirsi per creare qualcosa di nuovo. Credo che questa dinamica unica diventerà ancora più evidente con il passare del tempo. Ci sono ancora tantissime cose che vogliamo esplorare e mostrare a tutti, e mi accorgo di aspettare sempre con entusiasmo ciò che verrà dopo. Se mai dovesse esserci un sistema che cerca di rinchiuderci in una categoria, penso che uscirne e trovare la nostra strada sarebbe proprio da noi. Dopotutto, essere diversi non significa avere torto. :)».
È un’affermazione che racchiude buona parte della filosofia del gruppo, ma che assume un significato ancora più interessante se inserita nel contesto di un’industria che ha costruito il proprio successo attraverso una capacità straordinaria di organizzare, riconoscere e valorizzare identità artistiche molto precise. Essere diversi, nelle parole di Tarzzan, non significa necessariamente porsi in opposizione a quel sistema, ma rifiutare che l’appartenenza a una categoria possa determinare in maniera definitiva ciò che un artista è autorizzato a diventare.
Bailey torna invece sul rapporto tra successo, autenticità e trasformazione, spiegando come Crash rappresenti soprattutto il desiderio di utilizzare l’attenzione conquistata con il debutto per esplorare nuove possibilità, anziché considerarla una ragione per riprodurre continuamente gli stessi elementi.
«Penso che abbiamo affrontato questo album con una mentalità davvero aperta. Naturalmente siamo incredibilmente grati per l’affetto che abbiamo ricevuto con il debutto, ma anziché permettere a quel successo di definire ciò che sarebbe venuto dopo, volevamo trasformarlo nella libertà e nella sicurezza necessarie per esplorare qualcosa di nuovo. Stiamo ancora scoprendo la nostra identità come gruppo e penso che Crash rifletta proprio questo. Non vogliamo necessariamente che ogni nuova uscita confermi ciò che le persone già sanno di noi. Vogliamo lasciare spazio all’inaspettato, alla crescita e persino alla contraddizione. Credo che sia questo a rendere entusiasmante essere un artista».
Nella sua risposta ritorna un concetto che attraversa l’intera conversazione: la possibilità che un’identità artistica continui a esistere anche quando cambia, e che la contraddizione non rappresenti necessariamente una debolezza, ma possa diventare una parte del processo attraverso cui un gruppo impara a conoscersi.
Woochan affronta la stessa questione da una prospettiva legata soprattutto alla relazione con il pubblico, sottolineando come il cambiamento richieda non soltanto nuove idee, ma anche la capacità di comunicarne il valore agli ascoltatori.
«Credo che il cambiamento cominci introducendo nuove prospettive e nuove idee. E perché la musica possa rappresentare davvero un’epoca, penso che gli artisti debbano entrare in sintonia con il proprio pubblico e convincerlo del valore di qualcosa di nuovo. Ci sono ancora moltissimi lati diversi di noi che vogliamo esplorare ed esprimere creativamente. Lavoriamo tutti costantemente per crescere, spingerci oltre e mostrare a tutti aspetti nuovi e ancora migliori degli ALLDAY PROJECT».
È un’osservazione particolarmente significativa se considerata attraverso la dimensione globale del K-pop contemporaneo, dove il pubblico non rappresenta più soltanto il destinatario finale di un prodotto musicale, ma partecipa attivamente alla sua circolazione, alla costruzione delle narrazioni che lo accompagnano e alla definizione delle aspettative rivolte agli artisti. In questo scenario, introdurre qualcosa di nuovo significa anche trovare il modo di costruire un dialogo con ascoltatori che possono provenire da contesti culturali molto differenti e che non necessariamente condividono gli stessi riferimenti.
Youngseo propone infine una riflessione più essenziale, ma non meno interessante, nella quale il cambiamento viene associato soprattutto alla possibilità di continuare a mostrare ciò che si ama e di trovare persone capaci di riconoscersi in quella scelta.
«Abbiamo sempre mostrato semplicemente le cose che amiamo e penso che continueremo a farlo, anche mentre i nostri gusti cambiano e crescono nel tempo. Se le persone che ascoltano la nostra musica riescono a capire ciò che amiamo e a riconoscersi in questo, penso che forse sia già un cambiamento significativo».
Le prospettive dei cinque membri non coincidono perfettamente, e forse è proprio questa la conclusione più coerente con ciò che gli ALLDAY PROJECT rappresentano. Annie guarda al futuro con il desiderio di lasciare un segno senza sentirsi obbligata a cambiare un intero sistema, Tarzzan rivendica la possibilità di uscire dalle categorie che potrebbero diventare troppo strette, Bailey considera l’autenticità inseparabile dalla libertà di evolvere, Woochan insiste sull’importanza di introdurre nuove idee e costruire un rapporto con il pubblico, mentre Youngseo trova già un significato importante nella possibilità di continuare a condividere ciò che ama.
In un’industria nella quale l’identità viene spesso presentata come qualcosa da costruire, consolidare e proteggere, gli ALLDAY PROJECT sembrano suggerire una possibilità differente: che ciò che rende riconoscibile un gruppo non debba necessariamente coincidere con una formula destinata a rimanere immutata, ma possa risiedere proprio nel modo in cui i suoi membri affrontano il cambiamento.
Crash, in questo senso, non rappresenta soltanto il secondo capitolo di una discografia ancora giovane, ma il tentativo di trasformare il successo iniziale in uno spazio di libertà creativa. Non tutto ciò che il gruppo potrà diventare è già visibile nelle cinque tracce dell’EP, e le dichiarazioni dei suoi membri lasciano intendere che questa incompiutezza non venga necessariamente percepita come un limite.
Forse è proprio qui che si trova l’aspetto più interessante degli ALLDAY PROJECT, oltre la particolarità della formazione e oltre la curiosità che ha accompagnato il loro debutto: nella possibilità di considerare le differenze non come qualcosa da superare, ma come una condizione attraverso cui continuare a crescere. Perché, come osserva Tarzzan, essere diversi non significa avere torto. E soprattutto non significa dover decidere, così presto, chi si sarà per sempre.
