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Black Keys: Peaches! è una jam session blues diventata un album

Black Keys: Peaches! è una jam session blues diventata un album

Blues ruvido, registrazioni live e jam spontanee. Dan Auerbach e Patrick Carney firmano un album tra nostalgia ed energia da club

A quasi vent’anni dal minimalismo sporco di Magic Potion e dopo una carriera passata a oscillare tra garage blues, revivalismo e produzioni sempre più levigate, i The Black Keys tornano con Peaches!, un disco nato quasi per caso ma che porta addosso il peso di una domanda enorme: chi sono davvero oggi Dan Auerbach e Patrick Carney?

Registrato all’inizio del 2025 dopo una jam session improvvisata, mentre Auerbach attraversava il difficile periodo della malattia del padre, Peaches! prova a recuperare l’istinto primordiale dei primi Black Keys: amplificatori accesi, registrazione live nella stessa stanza, pochissime sovraincisioni e take catturate quasi sempre al primo colpo. È un bell’album che guarda apertamente ai padri spirituali del duo, Junior Kimbrough, R.L. Burnside, Dr. Feelgood, George Thorogood, che in qualche occasione resta sospeso tra omaggio sincero e esercizio di stile.

Ottima l’apertura con Where There’s Smoke, There’s Fire di Willie Griffin: il groove è magnetico, ipnotico, quasi narcotico. Il suono è impeccabile anche se in alcuni passaggi il morso emotivo fatica un po’ a emergere.

Il disco non è privo di scosse autentiche. You Got To Lose, reinterpretazione del debutto di George Thorogood, è uno dei momenti più incandescenti dell’album. Auerbach canta il ritornello con una convinzione quasi rabbiosa, mentre Carney spezza il ritmo con accelerazioni improvvise che trasformano il pezzo in qualcosa di inquieto, vivo, finalmente urgente. Qui i Black Keys smettono di sembrare una band intenta a replicare il proprio mito e tornano ad apparire affamati.

Quando il duo rallenta e smette di rincorrere il mito di sé stesso, Peaches! trova finalmente un’anima. La conclusiva Nobody But You Baby, lunga, stanca e dolente, è il cuore nascosto del disco. Carney costruisce un ritmo lentissimo e quasi funebre, mentre Auerbach canta come se avesse qualcosa di personale da confessare. È un finale magnificamente esausto, in cui il blues torna a essere ferita invece che linguaggio.

Più che un ritorno alle origini, Peaches! è un disco di musicisti cinquantenni che cercano ancora di capire cosa significhi suonare sporchi, liberi e necessari dopo anni di successo, cadute e rinascite. Quando funziona, il risultato è travolgente.

Non sarà il loro capolavoro, ma è uno dei dischi più significativi dei Black Keys degli ultimi anni: imperfetto, nostalgico, a tratti frustrante, ma ancora capace di ricordare perché questo duo, nel bene e nel male, continui a occupare un posto speciale nel rock americano contemporaneo.

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