Violoncellista, cantante e compositrice cubana, ma prima di tutto, un’artista che racconta la propria storia e la fusione delle proprie origini attraverso la musica, tanto da ricevere una menzioni d’onore per la sua capacità di trasformare la tradizione in un linguaggio musicale moderno e universale.
Ana Carla Maza nasce a Cuba, nel quartiere di Alamar, ma le sue origini scavano più a sud, in Cile, terra d’origine della nonna e del padre. Quel Cile che hanno dovuto abbandonare dopo il Colpo di Stato di Pinochet. Ma il Cile, o per lo meno la sua parte più bella, la nonna Lucrecia e il padre Carlos Maza (musicista) se lo sono portati con sé, trasferendolo ad Ana Carla. Suoni, emozioni e identità che Ana Carla ha messo nel suo nuovo album “Alamar” uscito il 17 aprile, e che sta portando in giro per tutta Italia dal vivo. Dopo diverse tappe in tutta la penisola (oltre che in tutta Europa), il tour ha avuto talmente successo da “dover” aggiungerne altre: il 25 giugno a Pisa, in Piazza dei Miracoli, il 26 a Quarrata (Pistoia), il 19 luglio a Sanremo, per poi arrivare a Palermo il 29 luglio e risalire a Riccione il 30 nel “Riccione Summer Jazz”.
Papà pianista e compositore, mamma cantante e chitarrista: inizi a cantare a tre anni, a sette a suonare il violoncello
“Il mio percorso si è sviluppato molto presto, in una famiglia dove la musica era un tutt’uno con la vita. Da bambina passavo molto tempo con mia nonna. Cantava sempre, in casa e fuori; iniziava a battere il ritmo con le mani. Io la seguivo, a volte con il violoncello, a volte semplicemente ascoltando. Credo di aver capito lì che la musica è qualcosa che si vive ogni giorno con naturalezza. La musica a Cuba è una forma di vita e Cuba è il cuore della mia identità: è un Paese dove la musica è ovunque, nelle strade, nelle case, nella voce delle persone. Ma la mia storia è nata anche dall’esilio di mio padre e di mia nonna, dopo il colpo di Stato di Pinochet.”
Nella tua musica si sente la nostalgia tipica delle sonorità cilene
“Ho sempre sentito questa nostalgia, questa malinconia; ecco perché riesco a scrivere con estrema sensibilità. Ho cercato e cerco di trasformare la storia dell’esilio in luce e bellezza.
Diverse culture, ma anche un perfetto amalgama di stili e suoni differenti
“Per me è molto importante l’identità del suono del violoncello. Suonare il violoncello, cantare il violoncello. Poi c’è la musica cubana, il ritmo, il movimento, la gioia, la libertà, Ho studiato violoncello classico a Parigi, una formazione molto esigente, che ha richiesto moltissima disciplina e che mi ha regalato tecnica e rigore, ma allo stesso tempo porto dentro di me l’energia e la spontaneità della cultura cubana, dove sono nata. La musica classica mi ha concesso la profondità per suonare il violoncello come qualcosa di sacro, Cuba mi ha trasmesso il ritmo. Con il tempo ho capito che non volevo scegliere tra questi due aspetti perché entrambi mi appartengono e io appartengo a entrambi. Ho unito questi due mondi. Unire il classico, il jazz, il latin, la composizione, la storia dell’esilio, la tristezza e la gioia. Sono anche un’artista internazionale e l’aver incontrato più culture, ha inciso sui miei codici creativi. Tutto questo universo per me è molto onesto, sincero e naturale. Questo è il mio linguaggio.”
Linguaggio che hai trasferito in “Alamar”: non solo il titolo del tuo ultimo album, ma anche il nome del quartiere che rappresenta la profondità delle tue origini
“Nell’Havana, nel quartiere di Alamar, esiste un edificio, l’Edificio de los Chilenos, che ha accolto centinaia di bambini cileni con le loro famiglie in esilio dopo il colpo di Stato. Anni dopo io sono nata proprio in quel quartiere. Questo crea un legame fortissimo tra storia, memoria e identità. Trasformo la memoria in luce, bellezza, mischiando l’allegria, la forza, la filosofia e il vivere di Cuba. Alamar è la storia dell’esilio cileno di mio papà e di mia nonna. Nella mia storia si sente il loro esilio che in qualche modo è il mio, il viaggio, la resilienza. In questo disco c’è Cuba, ma ci sono soprattutto, e per me è importante farle emergere, tutte le componenti della mia storia.”
Sei anche una compositrice. A che età hai iniziato a comporre?
“A sei anni. Per una compositrice la creatività genera un rapporto bellissimo con la vita. Oggi le donne produttrici sono ancora molto poche: se da un lato può essere inteso come una preoccupazione, io preferisco vederla come una motivazione. La creatività non ha genere, ma nel violoncello il repertorio classico è orfano della passione delle donne e questo crea ampi margini di crescita.
Quando compongo necessito di solitudine, si crea un rapporto molto intimo con me stessa. Solo io e la musica, in un fusione estremamente introspettiva. Totalmente al contrario del palco che invece è un divampare. È dinamica, è l’intimità che esplode, e il pubblico italiano è meraviglioso, vive la musica come una festa della vita.”
Sembri nata per il violoncello, anche fisicamente crei una perfetta armonia con questo strumento dalla timbrica seducente
“Il mio maestro mi ha insegnato a toccare il violoncello come se fosse il mio corpo, come se danzassi. Il violoncello è al centro del mio mondo: è la mia voce allegra, triste, dinamica. È uno strumento che può essere profondo e intimo, ma è anche libero, proprio come me. Il violoncello danza con il ritmo cubano, perché io amo danzare. Il violoncello sono io e lui è me: siamo una cosa sola. Ho sempre cercato l’indipendenza nel toccarlo come mi diceva il cuore. Penso si accordi, perfettamente con la voce umana, è la persona – perché lo considero tale – con cui ho passato più tempo in tutta la mia vita, studiando, scrivendo, viaggiando. È una complicità molto personale.
Per me portare la tristezza dell’esilio nelle mie canzoni è una benedizione. È un dolore che trasformo, grazie alla musica, in composizione e in felicità. Le mie canzoni parlano di gioia, e per me la gioia è una filosofia di vita.”
Gioia come filosofia di vita. Concetto sicuramente tramandato da mamma Mirza, cubana
“Lei me lo ripete sempre. La gioia è una decisione che si sceglie ogni giorno. Viviamo in un periodo davvero difficile, tra crisi e guerre: essere felici è una decisione assolutamente personale, la libertà di esserlo è una nostra facoltà, una delle poche scelte che nessuno può decidere di portarci via.”
