È morto a 95 anni Sonny Rollins, il “Saxophone Colossus” che più di ogni altro ha incarnato l’idea stessa dell’improvvisazione come ricerca spirituale, disciplina assoluta e libertà creativa. La notizia della scomparsa è stata confermata negli Stati Uniti dal suo entourage: Rollins si è spento nella sua casa di Woodstock, nello Stato di New York, dove viveva da anni lontano dalle scene.
Con lui scompare non soltanto uno dei più grandi sassofonisti della storia, ma una delle ultime figure monumentali del jazz del dopoguerra, un musicista capace di attraversare sette decenni di musica americana restando sempre contemporaneo a sé stesso.
Nato ad Harlem il 7 settembre 1930, Theodore Walter Rollins era cresciuto dentro il cuore pulsante della cultura afroamericana. Aveva suonato con Charlie Parker, Thelonious Monk, Miles Davis, Max Roach e dialogato idealmente con John Coltrane, ma il suo linguaggio rimase sempre irriducibilmente personale: un suono enorme, ironico, mobile, pieno di swing e di pensiero, capace di trasformare ogni standard in una avventura narrativa.
Album come Saxophone Colossus, Tenor Madness, Way Out West e The Bridge non sono soltanto pietre miliari del jazz: sono capitoli fondamentali della musica del Novecento. Composizioni come “St. Thomas”, “Oleo”, “Doxy” e “Airegin” sono diventate standard assoluti, studiati e reinterpretati in tutto il mondo.
La sua leggenda si consolidò anche grazie a uno degli episodi più celebri della storia del jazz: il ritiro volontario tra il 1959 e il 1961, quando, insoddisfatto del proprio modo di suonare, sparì dalle scene per esercitarsi per ore sul ponte di Williamsburg, a New York. Da quell’isolamento nacque The Bridge, disco simbolo di una rinascita artistica e umana.
Rollins non fu mai soltanto un virtuoso. Fu un intellettuale del jazz, un musicista inquieto, spesso tormentato da un perfezionismo radicale. Anche nei momenti di massima celebrità continuò a mettere in discussione sé stesso, inseguendo un’idea quasi filosofica della musica. Il suo fraseggio poteva essere aggressivo e monumentale oppure lirico e rarefatto; sempre, però, conteneva una tensione morale rara nella musica contemporanea.
Negli ultimi anni si era ritirato a causa di problemi respiratori e della fibrosi polmonare che gli avevano impedito di tornare sul palco dopo il 2012. Eppure la sua presenza era rimasta centrale nell’immaginario del jazz mondiale: il custode vivente di una tradizione che da Louis Armstrong conduceva direttamente alla modernità.
Ora che il suo sax si è spento, il jazz perde uno degli ultimi testimoni della propria età dell’oro. Ma la voce di Sonny Rollins continuerà a risuonare in quel modo unico che hanno i grandi musicisti: non come memoria, ma come presenza.
Perché dentro ogni assolo di Rollins c’era qualcosa che andava oltre la tecnica e oltre perfino il jazz: c’era l’idea ostinata che la musica potesse ancora cercare la verità. E finché qualcuno, in qualunque parte del mondo, metterà sul piatto St. Thomas o The Bridge, quella ricerca non finirà davvero.
