Francesco Guccini è morto a 86 anni nella sua casa di Pavana. Con lui la moglie, la figlia e i familiari. Con Guccini scompare uno degli ultimi grandi autori di una stagione nella quale una canzone poteva permettersi di essere lunga, irregolare, piena di parole, personaggi e digressioni. Poteva persino rinunciare a un ritornello facile, purché avesse qualcosa da raccontare.
Definire Guccini soltanto un cantautore è sempre stato riduttivo. Le sue canzoni avevano il passo del racconto, a volte della confessione, altre volte del monologo pronunciato davanti a un bicchiere.
Non possedeva una voce levigata e non cercò mai di averla. In Guccini la musica non copriva il testo. Gli lasciava spazio.
La sua poesia nasceva soprattutto dalle cose concrete. Una stazione, un’automobile ferma in un parcheggio, un’osteria, una strada di provincia, una stanza nella quale il tempo sembra essersi depositato. Bastava un dettaglio perché il paesaggio diventasse memoria e la memoria si trasformasse in una domanda sul presente.
È questa una delle ragioni per cui le sue canzoni sono invecchiate meno di molte altre. Anche quando partivano da un episodio preciso, non rimanevano prigioniere della cronaca. Parlavano della giovinezza quando è già sul punto di finire, delle amicizie perdute, dell’amore osservato senza illusioni, della distanza tra ciò che si voleva diventare e ciò che si è diventati.
Guccini conosceva bene il rischio della retorica e spesso la disinnescava con l’ironia, soprattutto quella rivolta verso sé stesso. Non si presentava come un poeta ispirato. Preferiva la figura dell’artigiano delle parole, del narratore di provincia, dell’uomo che dubita anche delle proprie certezze.
I riferimenti colti, la storia, la letteratura e il lessico ricercato non diventavano esibizione. La cultura, nei suoi testi, non era una decorazione: era un modo di guardare il mondo.
Guccini apparteneva alla generazione degli autori per i quali la canzone poteva confrontarsi con la letteratura senza imitarla. Non scriveva poesie alle quali veniva aggiunta una melodia: scriveva versi destinati a essere cantati, facendo coincidere ritmo, significato e voce.
La sua eredità si trova nell’idea che una canzone popolare possa essere complessa senza diventare oscura, colta senza essere distante, sentimentale senza risultare sdolcinata.
