Abbiamo imparato a fare il tifo per un professore di chimica diventato narcotrafficante, a riconoscere nella famiglia di un miliardario americano tutte le nostre peggiori dinamiche familiari, a innamorarci di una donna che guarda direttamente in camera mentre cerca disperatamente di convincerci che la sua vita vada benissimo, e a considerare la morte improvvisa di un personaggio televisivo un evento capace di rovinare un’intera settimana. Le serie tv hanno fatto qualcosa che il cinema, per sua stessa natura, ha sempre potuto fare soltanto in parte: sono entrate nella nostra quotidianità, hanno accompagnato i cambiamenti delle nostre vite e ci hanno insegnato a costruire relazioni emotive con personaggi immaginari che, episodio dopo episodio, abbiamo finito per conoscere quasi meglio delle persone reali.
A misurare l’importanza di questa rivoluzione è il New York Times, che ha chiesto a 516 professionisti dell’industria televisiva, tra attori, sceneggiatori, registi, produttori e altri addetti ai lavori, di individuare le migliori serie del XXI secolo, costruendo una classifica di cento titoli attraverso le preferenze espresse dai partecipanti e una serie di confronti tra le opere selezionate. Un esperimento che restituisce un’immagine della televisione contemporanea, ma che racconta anche il modo in cui l’industria dell’intrattenimento guarda a se stessa, riconosce i propri punti di riferimento e decide quali storie meritino di entrare nella memoria collettiva.
Il risultato è un viaggio attraverso la trasformazione del piccolo schermo, dal dominio delle grandi reti americane all’affermazione della televisione via cavo, fino all’esplosione dello streaming e alla nascita di un pubblico globale capace di seguire contemporaneamente produzioni realizzate in Paesi e lingue differenti. Ma è anche un’occasione per interrogarsi su una contraddizione: mentre il pubblico televisivo è diventato sempre più internazionale, il canone delle serie considerate fondamentali continua a essere costruito soprattutto attorno alla produzione anglofona, lasciando aperta la questione di quanto spazio venga realmente riconosciuto alle storie che hanno trasformato l’intrattenimento al di fuori degli Stati Uniti e del Regno Unito.
Breaking Bad al primo posto: la serie che ci ha insegnato a stare dalla parte del cattivo
Al vertice della classifica del New York Times c’è Breaking Bad, la serie creata da Vince Gilligan che ha trasformato Bryan Cranston, conosciuto dal grande pubblico anche per il ruolo del padre nella sitcom Malcolm in the Middle, in Walter White, un insegnante di chimica malato di cancro che comincia a produrre metanfetamina per garantire un futuro economico alla propria famiglia e finisce per diventare uno dei criminali più temuti del New Mexico.
Il punto di partenza sembrava quasi rassicurante nella sua semplicità: un uomo comune, una diagnosi terribile, la paura di lasciare la moglie e i figli senza denaro. Ma episodio dopo episodio, Gilligan ha portato gli spettatori a confrontarsi con una domanda molto meno rassicurante: quanto siamo disposti a giustificare il comportamento di qualcuno soltanto perché abbiamo imparato a conoscerlo, a comprenderne le motivazioni e a considerarlo il protagonista della nostra storia?
Walter White non è diventato un personaggio indimenticabile perché fosse un uomo buono costretto a compiere azioni cattive, ma perché la serie ha progressivamente smontato quella giustificazione, mostrando quanto l’orgoglio, l’ambizione e il desiderio di potere avessero assunto un ruolo centrale nelle sue decisioni. E lo ha fatto senza chiedere esplicitamente al pubblico di smettere di tifare per lui, lasciando che ciascuno fosse costretto a riconoscere da solo il momento in cui l’empatia si era trasformata in complicità.
È questa una delle eredità più importanti della serialità contemporanea: avere reso possibile seguire per decine di ore personaggi moralmente contraddittori, senza obbligare gli sceneggiatori a restituire loro una redenzione rassicurante o a separarli rigidamente tra buoni e cattivi.
Il successo di Breaking Bad racconta inoltre una trasformazione industriale fondamentale, perché la serie, nata sulla televisione via cavo americana, ha trovato attraverso la distribuzione in streaming una nuova dimensione internazionale, raggiungendo spettatori che hanno potuto recuperare intere stagioni e seguire l’evoluzione narrativa senza dipendere dalla programmazione televisiva tradizionale.
Al secondo posto della classifica compare The Wire, seguita da Mad Men, Succession e Fleabag, una cinquina che offre già un’immagine abbastanza precisa delle preferenze espresse dai professionisti interpellati: il racconto del potere, delle contraddizioni individuali e delle strutture sociali ha un ruolo centrale nella loro idea di grande televisione.
The Wire, Mad Men e Succession: quando la televisione ha cominciato a raccontare il potere meglio del cinema
Prima che lo streaming trasformasse le serie in un fenomeno globale, The Wire aveva già dimostrato che la televisione poteva costruire un racconto sociale di una complessità difficilmente raggiungibile attraverso un film di due ore. David Simon, giornalista prima ancora che sceneggiatore, aveva scelto Baltimora per raccontare il traffico di droga, la polizia, le istituzioni, la scuola e l’informazione, mostrando come il destino dei singoli personaggi fosse condizionato da sistemi molto più grandi di loro.
Il poliziotto non era necessariamente l’eroe, il criminale non coincideva sempre con il male assoluto e le istituzioni non rappresentavano una soluzione automatica ai problemi della società, perché ogni personaggio finiva per confrontarsi con regole, interessi e compromessi che rendevano il cambiamento molto più difficile di quanto si potesse immaginare.
Il terzo posto di Mad Men racconta un’altra faccia della stessa trasformazione, perché Matthew Weiner ha utilizzato il mondo della pubblicità americana degli anni Sessanta per costruire un ritratto del desiderio, dell’identità e delle contraddizioni del sogno americano. Don Draper non vende soltanto prodotti, ma costruisce immagini nelle quali gli altri possano riconoscersi, mentre la sua stessa esistenza è fondata su un’identità artificiale che non riesce mai a liberarlo dalle proprie insicurezze.
Con Succession, al quarto posto, il potere assume invece il volto di una famiglia miliardaria nella quale l’affetto è inseparabile dalla competizione e il desiderio di essere amati coincide spesso con quello di ottenere un riconoscimento economico e professionale.
La famiglia Roy ha mostrato quanto una serie possa raccontare la ricchezza senza trasformarla necessariamente in un oggetto di ammirazione, utilizzando il linguaggio della commedia nera per rappresentare un mondo nel quale quasi ogni relazione umana viene sottoposta alle regole della convenienza, della manipolazione e della sopravvivenza.
Tre serie profondamente diverse che condividono la stessa intuizione narrativa: il potere non è soltanto qualcosa che una persona possiede, ma una struttura che condiziona le relazioni, determina le scelte individuali e finisce per trasformare anche chi crede di poterlo controllare.
Fleabag e Game of Thrones: due modi opposti di trasformare il pubblico in protagonista
Al quinto posto compare Fleabag, la serie creata e interpretata da Phoebe Waller-Bridge, che ha utilizzato la rottura della quarta parete per instaurare una relazione diretta tra la protagonista e lo spettatore, trasformandolo nel destinatario privilegiato delle sue confessioni, delle sue battute e delle sue bugie.
La forza di Fleabag non risiede soltanto nella capacità di raccontare una donna imperfetta, sessualmente libera e spesso incapace di gestire i propri rapporti affettivi, ma nella scelta di utilizzare la comicità per costruire una forma di intimità che diventa progressivamente sempre più difficile da sostenere, perché lo spettatore scopre di essere stato coinvolto anche nei meccanismi attraverso i quali la protagonista cerca di sottrarsi al dolore.
È una televisione che non ha bisogno di grandi battaglie, effetti speciali o universi narrativi complessi per modificare il rapporto tra personaggio e pubblico, perché le bastano uno sguardo rivolto alla macchina da presa, una battuta pronunciata nel momento sbagliato e la sensazione che quella donna stia parlando proprio con noi.
Al sesto posto, Game of Thrones rappresenta invece il modello opposto: un universo narrativo immenso, una quantità impressionante di personaggi, famiglie e alleanze, e la capacità di trasformare una storia fantasy in un fenomeno culturale internazionale, nel quale ogni episodio poteva diventare un evento da commentare collettivamente.
La serie HBO ha cambiato anche il rapporto tra produzione televisiva e spettacolarità cinematografica, dimostrando che un racconto seriale poteva sostenere battaglie, scenografie e sequenze visive paragonabili a quelle delle grandi produzioni hollywoodiane, mentre la distribuzione internazionale contribuiva a creare un pubblico che seguiva contemporaneamente gli stessi avvenimenti narrativi.
Eppure, il suo posizionamento nella classifica porta con sé anche una considerazione interessante: Game of Thrones ha conosciuto una conclusione profondamente discussa, dimostrando quanto la relazione emotiva costruita tra una serie e il suo pubblico possa diventare difficile da gestire quando le aspettative raggiungono dimensioni globali.
Fleabag e Game of Thrones rappresentano così due modi completamente differenti di concepire la televisione contemporanea, ma entrambe mostrano quanto lo spettatore abbia smesso di essere soltanto qualcuno che osserva una storia per diventare parte della relazione emotiva che quella storia costruisce.
Veep, 30 Rock e The Office: la commedia che ha cambiato il nostro modo di ridere
La presenza di Veep al settimo posto, 30 Rock all’ottavo e Curb Your Enthusiasm al nono racconta un’altra trasformazione fondamentale della televisione contemporanea: la commedia ha progressivamente abbandonato l’obbligo di proporre personaggi simpatici, situazioni riconoscibili e una rassicurante morale finale, scoprendo che il pubblico era disposto a seguire protagonisti egoisti, nevrotici, ambiziosi e incapaci di imparare dai propri errori.
In Veep, Julia Louis-Dreyfus interpreta una vicepresidente degli Stati Uniti costantemente impegnata a difendere la propria posizione e a inseguire un potere che sembra non essere mai sufficiente, mentre la serie trasforma la comunicazione politica, gli equilibri istituzionali e i rapporti personali in una successione di situazioni grottesche, costruite attorno a personaggi che raramente dimostrano di possedere le qualità che dovrebbero giustificare il loro ruolo.
30 Rock, creata da Tina Fey, utilizza invece il dietro le quinte della produzione televisiva per raccontare un’industria nella quale creatività, interessi economici ed ego personali devono continuamente trovare un compromesso, mentre Curb Your Enthusiasm trasforma Larry David in una versione romanzata di se stesso, un uomo capace di trasformare qualsiasi convenzione sociale in un problema apparentemente irrisolvibile.
Completa la prima decina Atlanta, la serie di Donald Glover che ha utilizzato il mondo dell’hip hop e della cultura afroamericana per costruire un racconto nel quale comicità, surrealismo, critica sociale e sperimentazione narrativa convivono, spesso all’interno dello stesso episodio.
Subito fuori dalla top ten si trovano invece The Office nella versione americana, all’undicesimo posto, e Arrested Development, al dodicesimo, due produzioni che hanno contribuito a ridefinire il linguaggio della commedia televisiva attraverso personaggi imbarazzanti, dialoghi costruiti sull’assurdo e situazioni che sembrano progressivamente sfuggire al controllo di chi le ha provocate.
The Office, in particolare, ha sviluppato una forma di comicità che continua a circolare attraverso brevi video, immagini e riferimenti condivisi sui social network, dimostrando che una serie può continuare a vivere nell’immaginario del pubblico anche al di fuori dei propri episodi, attraverso personaggi e situazioni che diventano parte del linguaggio quotidiano.
È un fenomeno che racconta una delle grandi differenze tra la televisione tradizionale e quella contemporanea: una serie non si esaurisce più necessariamente con la conclusione della sua messa in onda, perché può essere riscoperta attraverso lo streaming, raggiungere nuove generazioni di spettatori e trasformarsi in un riferimento culturale capace di sopravvivere alla propria epoca.
Da Girls a The Crown: le altre serie che completano la top 20
La seconda metà della selezione comprende titoli che hanno affrontato temi differenti, dalla rappresentazione dell’identità femminile alla vita familiare, dalla Guerra fredda alle responsabilità individuali e collettive.
Girls, al tredicesimo posto, ha raccontato attraverso la voce di Lena Dunham una generazione di giovani donne alle prese con il lavoro, le relazioni sentimentali e la difficoltà di diventare adulte, mentre Friday Night Lights, quattordicesima, ha utilizzato il football americano per raccontare la vita di una comunità e il peso delle aspettative familiari e sociali.
Al quindicesimo posto compare Six Feet Under, la serie HBO ambientata attorno a un’impresa di pompe funebri, che ha utilizzato la morte come punto di partenza per esplorare le relazioni familiari, la sessualità, il lutto e la ricerca di un significato nell’esistenza.
La versione britannica di The Office, sedicesima, conferma l’importanza del modello originale creato da Ricky Gervais e Stephen Merchant, mentre The Americans, diciassettesima, racconta attraverso il matrimonio di due agenti sovietici sotto copertura il rapporto tra identità, famiglia, appartenenza e lealtà.
Al diciottesimo posto si trova I May Destroy You, creata e interpretata da Michaela Coel, che affronta il tema della violenza sessuale e del consenso attraverso un linguaggio narrativo capace di mettere in discussione anche le aspettative dello spettatore, mentre Chernobyl, diciannovesima, ricostruisce il disastro nucleare sovietico del 1986 e le conseguenze delle decisioni istituzionali che contribuirono ad aggravarne gli effetti.
Chiude la top 20 The Crown, la produzione dedicata al regno di Elisabetta II, che ha utilizzato la storia della monarchia britannica per raccontare il rapporto tra responsabilità pubbliche, affetti privati e trasformazioni della società contemporanea.
Venti serie che dimostrano quanto il concetto di grande televisione sia diventato ampio, comprendendo opere profondamente differenti per durata, linguaggio, struttura narrativa e rapporto con il pubblico, ma accomunate dalla capacità di lasciare un segno nella storia dell’intrattenimento.
Il grande assente è I Soprano. E non è una bocciatura
Per chi considera I Soprano una delle serie che hanno dato origine alla televisione contemporanea, l’assenza dalla classifica potrebbe sembrare difficile da comprendere, soprattutto considerando quanto la produzione HBO abbia contribuito a trasformare il rapporto tra cinema e serialità attraverso la figura di Tony Soprano, il boss mafioso interpretato da James Gandolfini.
La spiegazione, tuttavia, è molto più semplice: il New York Times ha preso in considerazione esclusivamente le serie il cui debutto è avvenuto a partire dal primo gennaio 2000, escludendo quindi I Soprano, iniziata nel 1999.
Non si tratta dunque di una valutazione negativa sulla qualità della serie, ma della conseguenza di un criterio cronologico che lascia fuori uno dei titoli fondamentali per comprendere la trasformazione della televisione americana.
È una precisazione importante anche perché dimostra quanto qualsiasi classifica dipenda inevitabilmente dai criteri utilizzati per costruirla, dalle opere considerate ammissibili e dal gruppo di persone chiamate a esprimere il proprio giudizio.
E Squid Game? La serie coreana che ha conquistato il mondo è soltanto al 72° posto
Se la prima parte della classifica racconta soprattutto il consolidamento della grande serialità americana e britannica, è nella seconda metà della selezione che emerge una delle questioni più interessanti per comprendere la trasformazione dell’intrattenimento globale.
Squid Game, la serie sudcoreana creata da Hwang Dong-hyuk che ha trasformato un racconto sulla disuguaglianza economica e sulla competizione sociale in un fenomeno internazionale, occupa soltanto il settantaduesimo posto, mentre Beef, la produzione americana creata dal coreano-americano Lee Sung Jin e interpretata da Steven Yeun e Ali Wong, si trova immediatamente sopra, al settantunesimo.
È un risultato che merita una riflessione, soprattutto perché il titolo della classifica originale del New York Times parla delle migliori serie del XXI secolo, non necessariamente di quelle che hanno avuto il maggiore impatto economico o culturale.
La distinzione è fondamentale: una serie può essere considerata straordinaria dal punto di vista artistico senza avere necessariamente trasformato un’industria, così come un fenomeno capace di modificare le abitudini di consumo di milioni di persone può essere valutato in maniera differente quando il criterio principale diventa la qualità narrativa.
Eppure, se l’obiettivo fosse quello di comprendere quali produzioni abbiano maggiormente modificato gli equilibri della televisione contemporanea, sarebbe difficile non riconoscere il ruolo che Squid Game ha avuto nell’affermazione internazionale della serialità non anglofona.
La produzione Netflix ha dimostrato che una storia profondamente legata alla cultura coreana poteva raggiungere un pubblico mondiale senza dover rinunciare alla propria lingua, ai propri riferimenti culturali e a una struttura narrativa costruita attorno a elementi riconoscibili per gli spettatori sudcoreani, ma non necessariamente familiari al resto del mondo.
Il successo della serie ha inoltre contribuito a rendere più visibile il potenziale commerciale delle produzioni coreane, in un momento in cui il rapporto tra piattaforme internazionali e industrie audiovisive locali assumeva un’importanza crescente.
Non significa che Squid Game debba necessariamente occupare una posizione superiore a quella assegnata dai votanti, ma che il suo caso permette di distinguere due questioni differenti: quali serie vengono considerate artisticamente più riuscite da un gruppo di professionisti e quali hanno maggiormente contribuito a trasformare il modo in cui il pubblico mondiale consuma, interpreta e condivide la televisione.
La distanza tra queste due prospettive diventa ancora più evidente quando si considera che, nella top 20, non compare alcuna produzione recitata prevalentemente in una lingua diversa dall’inglese.
Il futuro delle serie tv è globale, ma chi decide quali storie devono essere ricordate?
Il New York Times ha consentito ai partecipanti di votare produzioni realizzate in qualsiasi lingua, senza limitare la selezione a un particolare Paese o a una specifica piattaforma, ma il risultato finale mostra quanto il riconoscimento culturale della serialità internazionale rimanga strettamente legato alle preferenze di chi partecipa alla costruzione del canone televisivo.
Tra le schede individuali pubblicate dal quotidiano americano, per esempio, compare quella dell’attore Daniel Dae Kim, che ha inserito tra le proprie preferenze Reply 1988, il drama sudcoreano di Shin Won-ho che racconta la vita di un gruppo di famiglie in un quartiere di Seoul, costruendo attraverso le relazioni quotidiane un ritratto della memoria, dell’amicizia e dei cambiamenti sociali.
Nelle preferenze di altri partecipanti compare anche Squid Game, a dimostrazione del fatto che la produzione coreana è presente nell’immaginario dei professionisti interpellati, pur senza riuscire a ottenere una rappresentanza significativa nelle posizioni più alte della classifica.
Il problema riguarda però un cambiamento culturale molto più ampio, perché la televisione contemporanea non può più essere raccontata esclusivamente attraverso l’evoluzione dell’industria americana, soprattutto quando piattaforme come Netflix hanno contribuito a rendere accessibili produzioni provenienti da Paesi che non occupavano una posizione centrale nel mercato internazionale.
I drama sudcoreani, le serie spagnole, le produzioni scandinave e quelle provenienti da altri mercati hanno ampliato le possibilità narrative del pubblico, modificando anche il rapporto tra lingua originale, doppiaggio, sottotitoli e abitudini di consumo.
La possibilità di seguire una storia ambientata a Seoul, Berlino o Madrid non rappresenta più un’esperienza riservata a una minoranza di appassionati, ma è diventata parte della normale offerta delle piattaforme, che possono distribuire contemporaneamente lo stesso contenuto in numerosi Paesi.
È proprio questa trasformazione a rendere interessante la classifica del New York Times, perché il predominio delle produzioni anglofone nelle posizioni più alte restituisce l’immagine di un’industria che continua a riconoscere soprattutto i propri riferimenti storici, mentre il pubblico internazionale ha già cominciato a costruire un rapporto differente con la televisione.
Le migliori serie tv del secolo raccontano anche il modo in cui siamo cambiati
Una classifica di questo genere non può stabilire definitivamente quali siano le cento serie più importanti della storia della televisione, perché ogni generazione costruisce il proprio rapporto con le opere attraverso esperienze personali, abitudini culturali e aspettative differenti, e una produzione che per qualcuno rappresenta una rivoluzione narrativa può diventare per qualcun altro semplicemente la storia che ha accompagnato un particolare momento della propria vita.
È però significativo che i titoli più presenti nelle posizioni alte della selezione appartengano a una stagione nella quale la televisione ha progressivamente smesso di considerarsi un intrattenimento subordinato al cinema, sviluppando linguaggi, ambizioni e possibilità espressive autonome.
Breaking Bad ha dimostrato che un protagonista può diventare progressivamente irriconoscibile senza perdere l’attenzione del pubblico, The Wire ha raccontato le istituzioni attraverso le contraddizioni delle persone che ne fanno parte, Mad Men ha trasformato il mondo della pubblicità in una riflessione sull’identità e sul desiderio, mentre Fleabag ha costruito un rapporto diretto con lo spettatore che sarebbe difficile immaginare attraverso una struttura narrativa tradizionale.
Ma se queste serie hanno contribuito a cambiare ciò che la televisione poteva raccontare, le produzioni internazionali hanno cominciato a modificare anche una questione altrettanto importante: chi può raccontare quelle storie, in quale lingua e a quale pubblico.
Il prossimo grande cambiamento della serialità potrebbe quindi non riguardare soltanto la ricerca di un nuovo Walter White o di un’altra famiglia Roy, ma la capacità dell’industria dell’intrattenimento di riconoscere che le storie destinate a lasciare un segno nella memoria collettiva possono nascere ovunque, senza dover necessariamente passare attraverso Hollywood per diventare parte della cultura globale.
Perché la televisione del XXI secolo non è soltanto quella che abbiamo guardato, ma quella che ci ha insegnato a guardare il mondo attraverso gli occhi di qualcun altro, anche quando quel mondo si trova dall’altra parte del pianeta e parla una lingua che, prima di premere play, non avevamo mai pensato di voler imparare.
