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La Corea oltre il K-pop: dieci anni di cultura in Italia e la nuova sfida del soft power

La Corea oltre il K-pop: dieci anni di cultura in Italia e la nuova sfida del soft power

Nel decennale dell’Istituto Culturale Coreano in Italia, la direttrice Nury Kim racconta a Panorama come è cambiato il rapporto degli italiani con la Corea del Sud, dal successo della Hallyu alle nuove collaborazioni culturali tra Roma e Seoul.

Novanta posti esauriti in appena due minuti. Non per assistere al concerto di un gruppo K-pop, incontrare il protagonista di un K-drama o partecipare a un evento dedicato alle ultime tendenze della bellezza coreana, ma per imparare a preparare i jeon, le tradizionali frittelle coreane, e avvicinarsi alla minhwa, una forma di pittura popolare che custodisce secoli di storia e tradizione. È successo lo scorso 26 settembre a Roma, durante i laboratori organizzati dall’Istituto Culturale Coreano in occasione del Chuseok, una delle festività più importanti del calendario coreano, ed è forse uno degli esempi più eloquenti per comprendere quanto sia cambiato, nell’arco di appena un decennio, il rapporto degli italiani con la Corea del Sud.

Perché se dieci anni fa, quando l’Istituto apriva ufficialmente le proprie porte nella Capitale, la Korean Wave era ancora percepita principalmente come un fenomeno legato all’intrattenimento e alle generazioni più giovani, oggi quella stessa curiosità attraversa età, territori e linguaggi culturali differenti, coinvolgendo persone che magari non hanno mai ascoltato una canzone dei BTS, ma che desiderano imparare il coreano, conoscere la letteratura contemporanea del Paese, approfondire le sue tradizioni artistiche o comprenderne la storia attraverso il patrimonio culturale.

Il 26 ottobre 2026 l’Istituto Culturale Coreano in Italia ha compiuto dieci anni, un anniversario che arriva in un momento particolarmente significativo per le relazioni tra Roma e Seoul, mentre la Corea del Sud ha ormai consolidato il proprio ruolo nell’industria culturale globale e la collaborazione tra i due Paesi comincia a svilupparsi attraverso progetti che coinvolgono musei, università, accademie, artisti e professionisti della creatività, superando progressivamente quella dimensione promozionale che per molto tempo ha caratterizzato il racconto internazionale della Hallyu.

La questione, del resto, non riguarda più soltanto la capacità della Corea di catturare l’attenzione del mondo, un risultato che appare ampiamente raggiunto, quanto piuttosto la possibilità di trasformare quella popolarità in una relazione culturale autentica, capace di produrre conoscenza reciproca, nuove opportunità professionali e forme di collaborazione destinate a sopravvivere ai cicli dell’industria dell’intrattenimento.

È proprio questa trasformazione il punto di partenza della conversazione con Nury Kim, direttrice dell’Istituto Culturale Coreano in Italia, che in questa intervista esclusiva a Panorama ripercorre i cambiamenti dell’ultimo decennio e racconta le ambizioni di una diplomazia culturale che guarda già al 2036, quando il vero risultato non sarà più misurato soltanto dalla quantità di persone interessate alla Corea, ma dalla capacità dei due Paesi di costruire qualcosa di nuovo insieme.

Quando la Korean Wave diventa qualcosa di più di un fenomeno culturale

Per comprendere quanto sia cambiata la presenza della Corea nell’immaginario italiano, occorre innanzitutto distinguere due fenomeni che spesso vengono considerati equivalenti, ma che raccontano livelli profondamente diversi di coinvolgimento: da una parte il consumo di prodotti culturali, cresciuto grazie alla diffusione internazionale della musica, del cinema e delle serie televisive, dall’altra la nascita di una curiosità più profonda nei confronti del Paese che quei contenuti li ha generati, delle sue tradizioni e delle trasformazioni che hanno contribuito a definirne l’identità contemporanea.

È proprio questo il primo grande cambiamento osservato da Nury Kim nel corso degli ultimi dieci anni, un periodo durante il quale la Corea è riuscita non soltanto ad ampliare il proprio pubblico, ma anche a modificare la natura del rapporto che quel pubblico intrattiene con la sua cultura.

«Guardando agli ultimi dieci anni, il cambiamento più significativo è stato l’ampliamento del pubblico che fruisce della cultura coreana, accompagnato da una maggiore profondità nella percezione e nella comprensione della Corea. In passato, l’interesse era suscitato soprattutto dalla cultura popolare, come il K-pop, il cinema e le serie televisive. Negli ultimi anni, invece, tale interesse e la relativa popolarità si sono estesi a numerosi altri ambiti, tra cui la lingua coreana, l’hanbok, le arti tradizionali, la letteratura e la gastronomia».

Il passaggio non è soltanto culturale, ma anche generazionale. Se la prima diffusione della Hallyu in Italia era stata favorita soprattutto da comunità di appassionati molto giovani, capaci di utilizzare le piattaforme digitali per scoprire e condividere contenuti che trovavano ancora poco spazio nei media tradizionali, oggi l’interesse per la Corea ha cominciato a coinvolgere anche fasce di pubblico che inizialmente sembravano lontanissime da quell’universo.

«È interessante notare come, anche dal punto di vista anagrafico, l’interesse inizialmente sviluppatosi tra gli adolescenti e i ventenni attraverso le piattaforme digitali si sia progressivamente esteso alle fasce d’età comprese tra i 30 e i 70 anni. Un altro aspetto caratteristico è la nascita di una sensibilità condivisa tra generazioni diverse, grazie alla quale i genitori si avvicinano alla cultura coreana e ne fruiscono insieme ai propri figli».

Una trasformazione che ha conseguenze concrete anche sul modo in cui la Corea viene vissuta e immaginata: seguire un artista o una serie televisiva può diventare il punto di partenza per decidere di studiare una lingua, partecipare a un laboratorio, leggere un romanzo o organizzare un viaggio alla scoperta di un Paese che, fino a pochi anni prima, si conosceva quasi esclusivamente attraverso uno schermo.

«L’interesse non si limita più al semplice consumo di contenuti culturali, ma si è trasformato in una curiosità intellettuale e in uno stile di vita, che si traducono, ad esempio, nello studio della lingua coreana e nei viaggi in Corea. Anche il numero di visitatori italiani che si recano effettivamente in Corea continua ad aumentare ogni anno».

È in questa evoluzione che la direttrice individua anche una delle priorità future dell’Istituto, perché il successo della cultura contemporanea coreana, per quanto straordinario, non può essere compreso pienamente senza conoscere il patrimonio storico e artistico che ne costituisce una parte fondamentale.

«Desideriamo organizzare un numero sempre maggiore di eventi culturali dedicati alle arti tradizionali coreane. La creatività e l’originalità della cultura contemporanea coreana affondano le proprie radici nel ricco patrimonio della tradizione. In futuro, intendiamo quindi impegnarci ulteriormente affinché il pubblico italiano possa comprendere e sperimentare più a fondo anche la filosofia distintiva della Corea e la profondità della sua cultura tradizionale».

Ma quando una tendenza culturale smette di essere semplicemente popolare e comincia a esercitare un’influenza reale sulla società che la accoglie? E soprattutto, come si misura il successo di un’istituzione il cui obiettivo non dovrebbe limitarsi alla promozione di eventi, ma comprendere anche la costruzione di relazioni culturali durature?

È una distinzione fondamentale per comprendere il concetto di soft power, spesso utilizzato per descrivere l’espansione globale della Corea del Sud, ma altrettanto spesso ridotto a una questione di risultati commerciali, classifiche e popolarità.

«Ritengo che una tendenza culturale si trasformi in soft power quando riesce a suscitare una partecipazione emotiva e a entrare in modo naturale nella vita quotidiana delle persone», spiega Kim, individuando proprio nella capacità di creare un rapporto personale con la cultura uno degli elementi che permettono di distinguere un fenomeno passeggero da un’influenza destinata a consolidarsi.

«Sulla base delle opportunità di scambio create dall’Anno dello scambio culturale Italia e Corea 2024-2025, l’Istituto Culturale Coreano in Italia svolge un ruolo di ponte: da un lato, presenta la cultura coreana al pubblico italiano; dall’altro, promuove ulteriormente gli scambi culturali tra le istituzioni e gli artisti dei due Paesi. Abbiamo realizzato programmi di scambio e collaborazione in numerosi ambiti, tra cui K-pop, cinema, spettacolo dal vivo, mostre, gastronomia coreana, taekwondo e letteratura».

I risultati, almeno dal punto di vista della partecipazione, raccontano una domanda culturale che continua a crescere e che non sembra più dipendere esclusivamente dalla popolarità dei prodotti dell’intrattenimento.

«Gli eventi organizzati dal nostro Istituto riscuotono sempre un grande successo, indipendentemente dal genere artistico, tanto da registrare spesso il tutto esaurito già poco dopo l’apertura delle prenotazioni. Per fare un esempio, i laboratori di preparazione dei jeon e di pittura tradizionale minhwa, organizzati presso l’Istituto Culturale Coreano il 26 settembre in occasione della festività di Chuseok, hanno registrato l’esaurimento di tutti i 90 posti disponibili in circa due minuti dall’apertura delle prenotazioni. Anche lo spettacolo Harmony of Light, andato in scena lo scorso aprile al Teatro Olimpico di Roma, ha riscosso un grande successo, con tutti i 1.440 posti esauriti».

Non si tratta, peraltro, di iniziative isolate. Dai corsi di taekwondo al jogakbo, l’artigianato tradizionale coreano, dalle percussioni pungmul al gayageum, uno strumento musicale tradizionale a corde, fino alla danza e alla cucina, l’Istituto registra regolarmente prenotazioni esaurite in anticipo, mentre continua a crescere anche il pubblico dei suoi canali social.

Per Kim, questi risultati rappresentano soprattutto la dimostrazione di un interesse che ha ormai superato la dimensione occasionale: «Non si tratta di un interesse momentaneo per singoli eventi, ma di un’attenzione costante che si sta consolidando e ampliando fino a coinvolgere la cultura coreana nel suo complesso».

Il confine tra diplomazia culturale e libertà creativa

Il successo internazionale della Corea del Sud pone tuttavia un’altra questione, meno evidente ma altrettanto importante, che riguarda il rapporto tra sostegno pubblico e indipendenza artistica, soprattutto considerando che molti dei fenomeni culturali che hanno contribuito a trasformare l’immagine internazionale del Paese sono nati dall’iniziativa di artisti, autori e aziende private, capaci di intercettare sensibilità e linguaggi nuovi ben prima che diventassero riconoscibili all’interno delle strategie istituzionali.

Quando una cultura diventa uno degli strumenti più efficaci attraverso cui una nazione viene conosciuta nel mondo, il rischio è infatti quello di trasformare ogni espressione creativa in un mezzo di promozione nazionale, finendo per indebolire proprio quella spontaneità e quella capacità di sperimentazione che ne hanno reso possibile il successo.

È un equilibrio delicato, sul quale Kim esprime una posizione precisa.

«La diversità culturale e l’innovazione possono fiorire soltanto in un contesto di libertà creativa. Uno dei principi fondamentali che guidano le politiche culturali della Corea è: “Sostenere senza interferire”».

La questione, dunque, non riguarda soltanto quanto le istituzioni debbano investire nella promozione della propria cultura, ma anche il modo in cui possono contribuire a creare occasioni d’incontro senza imporre una narrazione univoca, soprattutto quando l’obiettivo è favorire una relazione tra due Paesi che possiedono tradizioni, linguaggi e sensibilità differenti.

«Ritengo inoltre che, nella diplomazia culturale, sia fondamentale privilegiare la comunicazione e la collaborazione reciproche, anziché una trasmissione unidirezionale dei contenuti culturali», sottolinea la direttrice, indicando come esempio il progetto sviluppato insieme all’Accademia di Belle Arti di Roma.

Nell’ottobre del 2025, l’Istituto aveva invitato dalla Corea una stilista specializzata in hanbok per presentare agli studenti del corso di moda dell’Accademia la storia e le caratteristiche dell’abbigliamento tradizionale coreano. Da quell’incontro sono nate creazioni originali, successivamente presentate nel giugno 2026 durante una sfilata organizzata congiuntamente dalle due istituzioni.

«Gli abiti, nati dall’incontro tra la lunga storia dell’hanbok tradizionale coreano e l’immaginazione delle giovani generazioni italiane, erano straordinariamente affascinanti e creativi», racconta Kim, ricordando come il progetto abbia permesso agli studenti italiani di reinterpretare una tradizione straniera attraverso il proprio linguaggio creativo.

Un esperimento che trova un precedente anche nell’iniziativa realizzata nel giugno 2025, quando sulle pareti esterne del Colosseo furono proiettate opere audiovisive dedicate alla cultura, all’arte e alla natura italiana e coreana, realizzate attraverso la collaborazione tra artisti dei due Paesi.

«È stato particolarmente significativo vedere migliaia di turisti provenienti da tutto il mondo fermarsi ad ammirare le opere realizzate grazie alla collaborazione tra artisti coreani e italiani. Ritengo che iniziative di questo tipo abbiano aperto nuove prospettive per gli scambi culturali».

È proprio qui che la diplomazia culturale comincia ad assumere una dimensione diversa dalla semplice esportazione di contenuti: non più soltanto presentare un prodotto culturale a un pubblico straniero, ma permettere a persone che provengono da tradizioni differenti di incontrarsi, contaminare i rispettivi linguaggi e dare vita a opere che, senza quella collaborazione, probabilmente non sarebbero mai esistite.

La letteratura e il patrimonio artistico: la Corea che va oltre l’intrattenimento

Se musica e audiovisivo hanno rappresentato il principale punto d’accesso alla cultura coreana per milioni di persone, la letteratura sta progressivamente conquistando uno spazio sempre più significativo nella sua percezione internazionale, offrendo ai lettori la possibilità di confrontarsi con una rappresentazione del Paese meno immediata, ma spesso molto più complessa.

Il Premio Nobel per la Letteratura assegnato a Han Kang nel 2024 ha certamente contribuito ad accelerare questo processo, portando l’attenzione su una produzione letteraria capace di attraversare questioni universali come la memoria, la violenza, il trauma, l’identità e il rapporto tra individuo e società, ma ha anche aperto nuove possibilità di dialogo tra la letteratura coreana e altri linguaggi artistici.

«Dopo l’assegnazione del Premio Nobel per la Letteratura alla scrittrice Han Kang nel 2024, l’interesse internazionale per la letteratura coreana ha raggiunto livelli senza precedenti», osserva Kim. «Con il consolidarsi della fama internazionale dell’autrice, si sono moltiplicati anche i progetti artistici attraverso i quali artisti stranieri, provenienti da diversi ambiti e non soltanto da quello letterario, reinterpretano le opere della letteratura coreana da molteplici prospettive».

Un esempio è quello di Daria Deflorian, attrice e regista teatrale italiana che nel 2025 ha proposto una reinterpretazione teatrale de La vegetariana, mentre quest’anno l’Istituto Culturale Coreano ha collaborato con la produzione INDEX alla realizzazione di Che dolore terribile è l’amore, spettacolo ispirato al romanzo Non dico addio, con una tournée iniziata a Bologna, al Teatro Arena del Sole, dal 22 al 25 ottobre, proseguita a Milano, al Teatro Studio Melato, dal 30 ottobre all’8 novembre, e destinata a concludersi a Roma, al Teatro Valle, dal 26 novembre al 6 dicembre.

La volontà di ampliare il pubblico della letteratura coreana riguarda però anche autori e generi che non godono necessariamente della stessa visibilità internazionale, a partire dai libri illustrati e dalla narrativa per ragazzi.

Il prossimo 19 novembre, ad esempio, l’Istituto ospiterà un incontro dedicato alla letteratura per l’infanzia e l’adolescenza con Kim Hyo-eun, autrice di libri illustrati selezionata nel 2021 tra i migliori titoli dell’anno dal New York Times, e Lee Kkoch-nim, vincitrice nel 2017 del primo premio del concorso di letteratura per ragazzi della casa editrice Munhakdongne con Ti attraverserò il mondo per raggiungerti.

«L’Istituto Culturale Coreano non si limita a presentare la letteratura in quanto tale, ma si impegna attivamente a far conoscere al pubblico locale una varietà di forme espressive, attraverso contaminazioni con il teatro e le arti performative e la promozione di generi diversi dalla letteratura propriamente detta, come i libri illustrati per bambini e ragazzi», spiega la direttrice.

La stessa logica di collaborazione e conoscenza reciproca si ritrova anche in un ambito apparentemente molto distante dall’universo della Hallyu, quello delle grandi istituzioni museali, dove Italia e Corea stanno sviluppando nuove forme di cooperazione che potrebbero avere conseguenze significative sia sulla circolazione internazionale delle opere sia sulla formazione e sul lavoro dei professionisti del patrimonio culturale.

Nel giugno 2026, in occasione della visita in Italia del presidente sudcoreano Lee Jae-myung, il Museo Nazionale della Corea e le Gallerie degli Uffizi hanno sottoscritto un memorandum d’intesa destinato ad ampliare gli scambi tra due delle principali istituzioni museali dei rispettivi Paesi.

Un’intesa che non riguarda soltanto l’organizzazione di esposizioni temporanee, ma che apre prospettive di collaborazione anche nella gestione delle collezioni, nel restauro, nelle attività educative, nelle pubblicazioni e nella formazione del personale.

«Il memorandum è stato promosso con l’obiettivo di creare una base di collaborazione tra due istituzioni culturali rappresentative dei rispettivi Paesi, valorizzare a livello internazionale il patrimonio culturale della Corea e dell’Italia e rafforzare gli scambi reciproci», spiega Kim. «In virtù dell’accordo, le due istituzioni intendono ampliare gli scambi di personale sulla base delle rispettive competenze in tutti gli ambiti dei servizi museali. In particolare, la collaborazione si svilupperà in diversi settori, tra cui gli scambi espositivi, le attività di interpretazione e mediazione culturale e di educazione, la gestione delle collezioni, il restauro e le pubblicazioni».

L’accordo assume un valore particolare proprio perché mette in relazione due istituzioni che custodiscono patrimoni artistici e storici profondamente differenti, offrendo l’opportunità non soltanto di valorizzarli attraverso nuovi percorsi espositivi, ma anche di confrontare metodi di ricerca, conservazione e interpretazione delle opere.

«Ci auguriamo che questa collaborazione contribuisca a far conoscere in tutto il mondo il valore del patrimonio culturale coreano e della cultura rinascimentale italiana, offrendo al contempo ai cittadini dei due Paesi nuove opportunità per comprendere più a fondo le rispettive culture», prosegue la direttrice, sottolineando come l’intesa rappresenti il primo passo di una relazione istituzionale che potrebbe essere estesa anche ad altri musei.

«In futuro, l’Istituto Culturale Coreano intende svolgere un ruolo di collegamento affinché anche altri musei dei due Paesi possano avviare e sviluppare scambi in diversi ambiti, tra cui mostre, ricerca e attività educative, facendo leva sulle competenze scientifiche e sulle collezioni che hanno accumulato nel tempo».

L’hanji e una nuova idea di cooperazione culturale

A dimostrare quanto il dialogo tra Italia e Corea possa andare oltre la semplice promozione del patrimonio artistico esiste però un altro progetto, meno conosciuto dal grande pubblico e proprio per questo particolarmente interessante, che riguarda l’hanji, la carta tradizionale coreana utilizzata da secoli per la scrittura, l’arte e numerose applicazioni artigianali.

È un materiale che appartiene profondamente alla storia culturale della penisola e per il quale, secondo quanto spiegato dalla direttrice, è in preparazione il percorso di candidatura alla Lista del patrimonio culturale immateriale dell’umanità dell’UNESCO, ma che negli ultimi anni ha cominciato a trovare nuove possibilità di utilizzo anche attraverso la collaborazione con artisti e professionisti italiani.

«Da nove anni, l’Istituto Culturale Coreano ospita ogni anno una mostra dedicata ai lavori degli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Roma», racconta Kim. «Le opere esposte sono realizzate direttamente dagli studenti, che producono la carta tradizionale coreana hanji utilizzando le attrezzature per la produzione della carta donate dall’Ambasciata della Repubblica di Corea in Italia, per poi trasformarla in creazioni artistiche originali».

L’interesse per questo materiale non riguarda tuttavia soltanto la produzione artistica contemporanea, ma si estende anche alla conservazione dei beni culturali, un settore nel quale l’Italia possiede una tradizione e competenze riconosciute a livello internazionale.

Nel luglio 2025, l’Istituto ha organizzato un workshop dedicato alle tecniche tradizionali coreane di tintura naturale dell’hanji, coinvolgendo esperti di restauro dei Musei Vaticani e professionisti provenienti da diverse realtà italiane.

«Non si tratta di un evento isolato, ma di un esempio significativo di scambio culturale sostenibile, volto a dimostrare come l’hanji, che da secoli custodisce la memoria della vita e della storia del popolo coreano, possa trovare nuove applicazioni nell’arte contemporanea e nel restauro dei beni culturali», sottolinea la direttrice.

Il significato dell’iniziativa risiede proprio nella reciprocità dello scambio, perché se da una parte le tecniche e i materiali tradizionali coreani possono contribuire alla conservazione del patrimonio italiano, dall’altra il confronto con gli specialisti del restauro permette alla Corea stessa di individuare applicazioni e potenzialità nuove per un sapere artigianale profondamente radicato nella propria storia.

«Il progetto è particolarmente significativo perché, da un lato, l’hanji contribuisce alla conservazione del patrimonio culturale italiano e allo sviluppo artistico; dall’altro, la Corea stessa scopre nuove potenzialità di questa carta tradizionale attraverso il confronto e la collaborazione con gli esperti locali».

È una prospettiva che potrebbe estendersi anche ad altri ambiti e che permette di immaginare una diplomazia culturale meno legata all’organizzazione di singoli eventi e più orientata alla costruzione di relazioni professionali e progettuali destinate a durare nel tempo.

Per Kim, questa forma di cooperazione rappresenta un possibile modello per il futuro, capace di rendere più profondi i rapporti tra Italia e Corea e di trasformare l’incontro tra tradizioni differenti in una risorsa condivisa.

«La cultura è il linguaggio più caloroso che abbiamo a disposizione per unire le persone e creare legami tra i loro cuori», osserva la direttrice, immaginando che anche altri ambiti culturali possano, come l’hanji, superare i confini geografici e temporali e dare vita a nuove forme di espressione artistica.

Il pungryu, la Corea che sa rallentare

Raccontare la cultura coreana nella sua complessità significa però anche confrontarsi con le immagini e gli stereotipi che il successo internazionale del Paese ha contribuito a consolidare, a partire da quella di una società ipertecnologica, competitiva e costantemente proiettata verso il futuro, dove innovazione, produttività e velocità sembrano rappresentare le caratteristiche dominanti della vita quotidiana.

È un’immagine che contiene certamente elementi di verità, ma che rischia di lasciare in secondo piano altre dimensioni dell’identità coreana, come il rapporto con la natura, il valore attribuito all’armonia e una tradizione culturale nella quale il piacere di vivere e la capacità di apprezzare il tempo possiedono radici molto antiche.

Proprio a questa dimensione è dedicata la mostra Il fascino di Seoul – Pungryu, allestita presso l’Istituto Culturale Coreano dal 17 settembre al 4 dicembre 2026, che propone una lettura della capitale sudcoreana attraverso un concetto apparentemente distante dall’immagine contemporanea della metropoli.

«La Corea è conosciuta per i suoi ritmi rapidi e la sua crescita incessante; eppure, anche in questo contesto dinamico, esiste da secoli una cultura che attribuisce grande valore al tempo libero, alla serenità e al piacere di vivere», spiega Kim.

Il pungryu può essere descritto come una particolare sensibilità nei confronti dell’esistenza, una disposizione a ricercare l’armonia e ad apprezzare i momenti della vita quotidiana, che nel percorso della mostra viene raccontata attraverso il rapporto tra passato e presente.

«Attraverso la mostra abbiamo voluto raccontare la cultura coreana del pungryu, ovvero l’arte di godere della vita e dei suoi momenti, dalle sue radici storiche fino alle sue manifestazioni contemporanee. Si tratta di una filosofia che presenta alcune affinità con la “dolce vita” italiana».

Un accostamento particolarmente interessante perché mette in relazione due culture che, pur avendo sviluppato percorsi storici molto differenti, possono ritrovarsi in una sensibilità comune nei confronti della quotidianità, del tempo e del piacere di vivere.

«Il nostro obiettivo è mostrare come sia possibile trovare il tempo per rallentare e godersi la quotidianità anche in una città dinamica come Seoul», prosegue la direttrice. «Ci auguriamo che, attraverso questa rappresentazione della varietà della cultura coreana, il pubblico italiano possa guardare alla Corea, che già conosce, da una prospettiva nuova e sviluppare la curiosità di visitare personalmente il Paese, per scoprire il fascino unico di Seoul e sperimentare direttamente la cultura del pungryu».

Una prospettiva che invita a considerare la Corea non soltanto attraverso gli aspetti più visibili della sua modernizzazione, ma anche attraverso quelle tradizioni e sensibilità che continuano a convivere con il ritmo accelerato della società contemporanea.

Dalle grandi città ai territori: costruire relazioni che durino

Se il decimo anniversario dell’Istituto rappresenta l’occasione per ripercorrere i risultati ottenuti, costituisce anche un momento di riflessione su come rendere la presenza culturale coreana sempre più capillare nel territorio italiano, superando la concentrazione delle iniziative nelle grandi città e coinvolgendo comunità che non necessariamente appartengono al pubblico già interessato alla Hallyu.

La crescente popolarità della Corea ha infatti favorito la nascita di iniziative spontanee, organizzate anche da enti locali e realtà private, che dimostrano come gli scambi culturali possano svilupparsi indipendentemente dalla presenza diretta delle grandi istituzioni nazionali.

«Grazie all’affetto che il pubblico italiano dimostra nei confronti della cultura coreana, un interesse che cresce e si consolida di anno in anno, recentemente organizzazioni private ed enti locali dei due Paesi hanno iniziato a ideare e realizzare spontaneamente eventi di scambio culturale in diverse località. Assistere direttamente a queste iniziative è per noi motivo di profonda emozione e gratitudine», racconta Kim.

L’obiettivo dell’Istituto non è dunque soltanto aumentare il numero delle manifestazioni organizzate, ma contribuire alla costruzione di una rete stabile di collaborazioni che permetta alle istituzioni locali di sviluppare iniziative autonome e sostenibili nel tempo.

«Anche il nostro Istituto si impegna affinché il proprio sostegno non si limiti a eventi occasionali, ma contribuisca a creare le condizioni necessarie perché gli enti locali e le istituzioni culturali italiane possano sviluppare collaborazioni durature e sostenibili».

Un esempio concreto arriva dal settore gastronomico, dove nel giugno 2026 ALMA, la scuola internazionale di cucina italiana, l’Istituto per la Promozione della Cucina Coreana, conosciuto come KFPI, e l’Istituto Culturale Coreano hanno sottoscritto un memorandum d’intesa destinato a rafforzare la cooperazione tra le tre istituzioni.

L’accordo costituisce la base per attività formative dedicate alla cucina coreana presso ALMA, offrendo agli studenti la possibilità di confrontarsi con tradizioni, ingredienti e tecniche differenti e, potenzialmente, di sviluppare nuove forme di sperimentazione gastronomica.

«Ci auguriamo che gli studenti, ispirati dalla cucina coreana, possano dare vita a nuove creazioni gastronomiche originali e personali», spiega Kim, tornando ancora una volta su un concetto che attraversa l’intera conversazione: la cultura acquista un valore più profondo quando smette di essere soltanto qualcosa da osservare e diventa uno strumento attraverso cui creare.

«Credo che il vero valore della diplomazia culturale risieda nella capacità di superare i confini delle grandi città e dei gruppi specifici, entrando in modo naturale nella vita delle persone e coinvolgendo territori e generazioni differenti».

È una visione che attribuisce alle istituzioni locali un ruolo sempre più importante e che potrebbe contribuire a trasformare la presenza culturale coreana in Italia in una rete di relazioni molto più articolata, capace di svilupparsi nel tempo attraverso collaborazioni con scuole, università, musei e altre realtà culturali.

«Anche in futuro continueremo a rafforzare la rete di collaborazione con le istituzioni locali italiane, ampliando ulteriormente le opportunità affinché la cultura coreana possa essere conosciuta, approfondita e vissuta in ogni parte d’Italia».

Il 2036 e la sfida più importante: creare qualcosa insieme

Guardando al futuro, la questione centrale non sembra dunque essere quanto ancora possa crescere la popolarità internazionale della Corea, ma come questa straordinaria attenzione possa trasformarsi in relazioni culturali capaci di produrre risultati concreti, soprattutto in un contesto globale nel quale i contenuti viaggiano a una velocità senza precedenti e l’interesse del pubblico può cambiare altrettanto rapidamente.

Nel corso degli ultimi decenni la Corea del Sud ha dimostrato di saper costruire un sistema culturale capace di dialogare con pubblici estremamente diversi, influenzare l’immaginario internazionale e affermare una propria identità riconoscibile all’interno delle industrie creative globali. La sfida dei prossimi dieci anni, tuttavia, sarà necessariamente differente, perché consolidare un rapporto culturale significa creare condizioni che permettano alle persone, alle istituzioni e ai professionisti di continuare a collaborare anche quando l’attenzione mediatica si sposta altrove.

Per Nury Kim, l’ambizione dell’Istituto Culturale Coreano guarda proprio in questa direzione.

«Se negli ultimi decenni la cultura coreana ha attraversato soprattutto una fase di crescente interesse e popolarità, mi auguro che i prossimi dieci anni consentano di trasformare questo entusiasmo in relazioni reciproche più profonde, durature e reciprocamente vantaggiose».

Un obiettivo che si inserisce anche nel rafforzamento dei rapporti bilaterali tra Italia e Corea del Sud. La direttrice ricorda infatti che, durante il vertice tra i leader dei due Paesi del giugno 2026, è stato concordato l’obiettivo di aumentare gli scambi di persone, indicati attualmente in circa un milione all’anno, fino a raggiungere circa un milione e mezzo entro il 2034.

«Facendo leva su questa visione condivisa, anche l’Istituto Culturale Coreano intende impegnarsi al massimo per svolgere un ruolo di collegamento e promuovere scambi diretti, concreti e dinamici tra i cittadini dei due Paesi».

Ma il progetto più ambizioso riguarda soprattutto la possibilità di trasformare l’Istituto in qualcosa di diverso rispetto a un tradizionale centro di promozione culturale, immaginandolo come uno spazio nel quale artisti, ricercatori, professionisti e nuove generazioni possano incontrarsi per sviluppare progetti comuni.

«Aspiriamo inoltre a diventare una piattaforma di co-creazione culturale sostenibile, capace di mettere in relazione artisti, studiosi, professionisti e nuove generazioni di entrambi i Paesi, affinché possano sviluppare insieme nuovi valori culturali».

È una prospettiva che trova già alcuni esempi concreti nelle collaborazioni sviluppate negli ultimi anni, ma che potrebbe assumere una dimensione ancora più ampia attraverso il dialogo tra le competenze tecnologiche e innovative coreane e il patrimonio artistico, artigianale e scientifico italiano.

«Ci auguriamo che questi sforzi portino a risultati concreti e permettano, nel prossimo decennio, di realizzare progetti congiunti emblematici, nati dall’incontro tra il patrimonio culturale dei due Paesi e le loro competenze tecnologiche e innovative più avanzate», spiega Kim.

Tra le possibilità indicate dalla direttrice figurano, ad esempio, progetti integrati per la conservazione del patrimonio culturale, nei quali il sapere artigianale e le tecniche di restauro italiane possano incontrare l’artigianato tradizionale e le tecnologie digitali coreane, ma anche nuove piattaforme di collaborazione che consentano agli artisti dei due Paesi di realizzare opere comuni destinate ai palcoscenici internazionali.

«Auspico sinceramente che, entro il 2036, sulla base di scambi umani sempre più intensi, questo modello di cooperazione culturale tra Corea e Italia possa produrre risultati significativi e offrire al mondo esempi concreti del valore della collaborazione tra i nostri due Paesi».

È forse questa l’immagine più interessante con cui guardare al prossimo decennio delle relazioni culturali tra Italia e Corea del Sud: non più soltanto quella di un Paese che esporta con successo la propria cultura e di un altro che la scopre con crescente entusiasmo, ma quella di due realtà che imparano a riconoscere nelle rispettive differenze una possibilità di collaborazione.

Perché il successo di una cultura può essere misurato attraverso le classifiche, le visualizzazioni e i numeri dei visitatori, ma la profondità di una relazione tra due Paesi si riconosce soprattutto da ciò che rimane quando l’evento è finito, il pubblico è tornato a casa e l’attenzione mediatica si è spostata altrove.

Ed è proprio in quello spazio, dove la curiosità lascia il posto alla conoscenza e la conoscenza diventa collaborazione, che si giocherà probabilmente la parte più importante dei prossimi dieci anni.

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