Il reparto biancheria del grande magazzino è acceso a giorno anche quando fuori piove. Dietro il banco c’è una ragazza di sedici anni, più alta di tutte le altre commesse, che piega sottovesti e le incarta nella velina, un foglio per volta, senza mai affrettare le mani. Si chiama Christa Päffgen. Fuori, molte finestre di Berlino sono ancora chiuse con il cartone.
Durante una sfilata la vede Herbert Tobias, fotografo tedesco. Christa è immobile, con un volto che sembra già conoscere la propria fotografia. Tobias decide che quel nome non le appartiene e gliene consegna un altro, preso da Nikos Papatakis, il regista di cui è innamorato.
Due sillabe: Nico.
Da lì in poi le città non si fermano più. Parigi, dove posa per le riviste e le sarte le girano intorno con gli spilli in bocca. Roma, dove le tocca una piccola parte nella Dolce vita. New York, dove in fondo a una scala di ferro qualcuno ha rivestito una stanza intera di stagnola: pareti, tubi, perfino il telefono. La luce rimbalza dappertutto, i frammenti di specchio la rimandano indietro e tutto si ricopre di colore argentato. Su un divano rosso siede un uomo pallido che colleziona facce.
Andy Warhol la porta alla Factory. Scriverà che parlava come «un computer IBM con l’accento della Garbo». Gli interessa il viso, naturalmente: i visi lo interessano quando sembrano già riprodotti.
Nella stanza argentata provano i Velvet Underground. Warhol vuole Nico davanti a loro. Lou Reed non la vuole affatto: il gruppo è suo, e quella ragazza arrivata dalla moda ha l’aria di un regalo che nessuno ha chiesto.
Nico sale sul palco e resta quasi immobile. Canta All Tomorrow’s Parties con una voce bassa, distante, senza alcuna intenzione di farsi perdonare.
Sulla copertina del disco, però, lei non c’è. C’è la banana di Warhol. Anche il titolo stabilisce le distanze: The Velvet Underground & Nico.
Poi arriva Chelsea Girl, il primo album a suo nome. Il produttore Tom Wilson aggiunge archi e flauto senza consultarla. Nico aveva chiesto chitarre, batteria, semplicità. Racconterà che la prima volta in cui lo ascolta piange.
Soprattutto per il flauto.
Il nome è il suo. Le canzoni ancora no.
Allora prende un harmonium. Una cassa di legno con i mantici, di quelle delle chiese rimaste aperte in mezzo alla campagna. Per suonarlo bisogna spingere i pedali. Si riempie d’aria e respira.
Nico comincia a comporre le proprie canzoni e nel 1968 registra The Marble Index con John Cale. Niente ritornelli, niente melodie gentili, nessuna parte assegnata da altri. Il disco poggia su una voce e su una cassa di legno.
Cambia anche il corpo. Taglia i capelli, li tinge con l’henné, si veste di nero. Nico smette di somigliare alla propria immagine.
La libertà, però, non rimette in ordine una vita. Il figlio Ari cresce soprattutto con Édith Boulogne, la madre di Alain Delon, che non lo riconoscerà mai. Nico attraversa anni di eroina, concerti in locali semivuoti, dischi difficili e rapporti consumati male. Non diventa una figura esemplare e non prova a esserlo.
Ibiza, luglio 1988. Le tre del pomeriggio, le persiane chiuse in tutta l’isola, l’asfalto che ondeggia. Nico esce in bicicletta con un cappello nero in testa. Non tornerà più.
Nella stanza resta l’harmonium, con i tasti ingialliti dalle dita. Quella d’argento, Nico l’aveva lasciata molto tempo prima.

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La Rubrica – Stili Umani