Occhio, mano, cuore. Tre parole semplici, accompagnate dalla loro traduzione in coreano, custodite in un piccolo dizionario personale che un uomo italiano aveva creato per non dimenticare una lingua imparata dall’altra parte del mondo. Quell’uomo si chiamava Emilio Donatoni ed era stato uno dei protagonisti della missione umanitaria della Croce Rossa italiana durante la Guerra di Corea, un’esperienza che aveva segnato la sua vita al punto da accompagnarlo anche molto tempo dopo il ritorno in patria. Quando, nell’agosto del 2024, Panorama aveva incontrato sua figlia durante una commemorazione tra Seoul e Busan, era emerso il racconto di un legame che persino all’interno della famiglia era stato difficile comprendere fino in fondo. «Non capivo questo amore così forte che mio padre provava per la Corea», aveva raccontato, spiegando di averne scoperto il significato soltanto ricostruendo i ricordi e le esperienze paterne.
A distanza di oltre settant’anni dalla fine di quella missione, il nome di Donatoni è tornato al centro di un racconto che unisce Italia e Corea del Sud, questa volta attraverso le immagini. A Milano, il Consolato Generale della Repubblica di Corea ha organizzato una mostra fotografica dedicata alla missione umanitaria italiana durante la Guerra di Corea, raccogliendo 133 fotografie, comprese immagini inedite provenienti dagli archivi privati delle famiglie di sei suoi protagonisti.
Tra questi compare proprio Emilio Donatoni, insieme a Poloni, Cirillo, Puntieri, Ragazzoni e Riboldi. Sei storie personali che contribuiscono a ricostruire un capitolo ancora poco conosciuto della presenza italiana in Asia, ma che rappresenta una delle testimonianze più significative delle relazioni tra i due Paesi.
L’Italia nella Guerra di Corea, quando la solidarietà diventò una missione
La Guerra di Corea, combattuta tra il 1950 e il 1953, rappresentò uno dei momenti più drammatici della Guerra Fredda e lasciò una penisola devastata, una popolazione civile stremata e una divisione geopolitica destinata a sopravvivere fino ai giorni nostri. Nel 1951, mentre il conflitto continuava a provocare migliaia di vittime, l’Italia decise di intervenire attraverso una missione sanitaria, nonostante non facesse ancora parte delle Nazioni Unite.
La decisione portò all’invio di circa settanta persone appartenenti al 68° Ospedale della Croce Rossa italiana, tra ufficiali medici, infermieri e personale militare, con l’obiettivo di garantire assistenza sanitaria a una popolazione che viveva in condizioni estremamente difficili.
Come Panorama aveva già ricostruito in un approfondimento dedicato all’Ospedale 68, la struttura venne inizialmente allestita in una scuola elementare abbandonata nella zona di Yeongdeungpo, oggi parte integrante di Seoul. Il personale italiano dovette confrontarsi con l’inverno coreano, la scarsità di medicinali e le conseguenze di una guerra che aveva colpito duramente anche chi non aveva mai preso parte ai combattimenti.
L’ospedale iniziò la propria attività nel dicembre del 1951, diventando progressivamente un punto di riferimento per civili di tutte le età, con un’attenzione particolare ai bambini, alle persone malnutrite e ai pazienti che necessitavano di interventi chirurgici e cure specialistiche.
Quella presenza italiana assunse un significato che superava la sola dimensione sanitaria. In un Paese ancora impegnato nella propria ricostruzione dopo la Seconda guerra mondiale, uomini e donne della Croce Rossa si trovarono a prestare soccorso a migliaia di chilometri da casa, in uno scenario che avrebbe contribuito a ridefinire gli equilibri internazionali del secondo Novecento.
Le vite salvate e l’impegno oltre la fine della guerra
Tra gli episodi che meglio raccontano l’attività della missione italiana figura quello del 17 settembre 1952, quando un grave incidente ferroviario sulla linea Gyeongin provocò numerose vittime e feriti. Circa 160 civili furono trasportati rapidamente con i mezzi della Croce Rossa italiana e ricevettero assistenza sanitaria, in un intervento che mise alla prova la capacità operativa dell’ospedale e del suo personale.
Ma la storia dell’Ospedale 68 non fu caratterizzata soltanto dalle emergenze. Per tre anni, medici e infermieri continuarono a lavorare quotidianamente per rispondere ai bisogni di una popolazione che necessitava di cure, medicinali e assistenza continuativa, anche quando le grandi operazioni militari si stavano avvicinando alla conclusione.
Secondo i dati riportati dal Consolato Generale della Repubblica di Corea a Milano, tra il dicembre del 1951 e il dicembre del 1954 furono effettuate circa 230.000 prestazioni mediche. L’attività proseguì anche dopo la firma dell’armistizio del 27 luglio 1953, quando la fine dei combattimenti non coincise affatto con la fine dell’emergenza umanitaria.
Nel gennaio del 1955, al termine della missione, le strutture ospedaliere e le attrezzature mediche furono donate alla Corea, lasciando un’eredità concreta che sarebbe sopravvissuta alla presenza dei sanitari italiani.
Le fotografie delle famiglie e il valore di una memoria privata
Il cuore della mostra milanese, ospitata negli spazi di Samsung AI HOME in via Mike Bongiorno, è stato soprattutto il recupero di una memoria che per decenni era rimasta custodita all’interno delle famiglie.
Le 133 fotografie raccolte e digitalizzate comprendono infatti materiali provenienti dagli archivi privati dei discendenti di sei membri della missione, immagini che permettono di conservare e tramandare una parte di quella esperienza attraverso le testimonianze di chi vi partecipò direttamente.
Non si tratta soltanto di ricostruire la storia di un ospedale italiano in territorio coreano, ma di restituire una dimensione personale a vicende che, quando vengono raccontate esclusivamente attraverso le date e i numeri della guerra, rischiano di perdere la loro componente più significativa.
Accanto alle fotografie, sono state presentate videointerviste ai familiari dei protagonisti, con l’obiettivo di ricostruire il rapporto che molti dei sanitari italiani continuarono a mantenere con la Corea anche dopo la conclusione della missione.
Secondo le testimonianze raccolte dal Consolato, alcuni membri del contingente, pur essendo rimasti feriti durante il conflitto, rifiutarono di rientrare in Italia prima di aver portato a termine il proprio incarico. Altri continuarono a ricordare la Corea fino agli ultimi istanti della loro vita, conservando un attaccamento che andava ben oltre il significato professionale di quella esperienza.
È in questa prospettiva che il piccolo dizionario di Emilio Donatoni assume un valore particolare. Nel racconto affidato a Panorama dalla figlia nel 2024, quel quaderno di termini medici italiani tradotti in coreano rappresentava il tentativo di conservare una parte della propria vita che la distanza geografica e il trascorrere degli anni non erano riusciti a cancellare.
Un oggetto apparentemente comune, che diventa invece la testimonianza di un’identità segnata dall’incontro con un altro Paese, e di una memoria che può continuare a essere trasmessa anche quando i protagonisti non ci sono più.
Un legame tra Italia e Corea che precede la Korean Wave
La mostra assume un significato particolare anche nel contesto delle relazioni contemporanee tra Italia e Corea del Sud, elevate nel 2026 a Partenariato Strategico Speciale, un riconoscimento che consolida una collaborazione cresciuta nel corso degli anni attraverso rapporti diplomatici, scambi economici e iniziative culturali.
Oggi il dialogo tra i due Paesi passa attraverso settori molto diversi, dall’innovazione tecnologica alla moda, dal design al cinema, fino alla musica e all’intrattenimento. La Korean Wave ha reso la cultura sudcoreana una presenza sempre più familiare anche in Italia, contribuendo ad avvicinare pubblici e generazioni che fino a pochi anni fa avevano occasioni molto più limitate di conoscere la Corea.
Eppure, molto prima che Seoul entrasse nell’immaginario contemporaneo come una delle capitali culturali più dinamiche dell’Asia, esisteva già una relazione costruita attraverso la solidarietà e il lavoro di persone comuni, partite dall’Italia per assistere una popolazione coinvolta in un conflitto lontano.
La cerimonia inaugurale della mostra, organizzata il 26 ottobre, ha riunito i familiari dei membri della missione, i rappresentanti della Croce Rossa italiana dei Comitati di Lombardia e Milano, le autorità militari e diverse organizzazioni della comunità coreana in Italia. Gli inni nazionali dei due Paesi sono stati affidati al Coro della Scuola Coreana di Milano, in un passaggio simbolico tra il ricordo della generazione che visse direttamente quegli avvenimenti e quella che oggi ne raccoglie l’eredità.
La collaborazione tra il Consolato Generale della Repubblica di Corea e Samsung Electronics Italia ha inoltre consentito di valorizzare il lavoro di digitalizzazione delle fotografie, permettendo a immagini risalenti a oltre settant’anni fa di essere conservate e rese nuovamente accessibili.
Dalla memoria individuale alla storia condivisa
Esiste una differenza importante tra ricordare un evento storico e comprendere il modo in cui quell’evento abbia continuato a vivere nelle persone che lo hanno attraversato. La missione italiana durante la Guerra di Corea appartiene a entrambe queste dimensioni: da una parte l’impegno sanitario documentato attraverso numeri, date e testimonianze ufficiali, dall’altra i ricordi familiari, le fotografie conservate per decenni e i piccoli oggetti che continuano a raccontare storie anche quando chi li possedeva non può più farlo.
Il lavoro di recupero degli archivi privati offre oggi la possibilità di mettere in relazione queste due prospettive, mostrando come la storia di un Paese possa continuare a vivere anche nella memoria di famiglie che si trovano a migliaia di chilometri di distanza.
Nel caso di Emilio Donatoni, quel legame è sopravvissuto attraverso un dizionario personale e il racconto di una figlia che, soltanto con il passare del tempo, ha cominciato a comprenderne davvero il significato. Per altri membri della missione, probabilmente, ha assunto forme differenti, custodite nelle fotografie e nelle testimonianze che la mostra milanese ha contribuito a riportare alla luce.
Settant’anni dopo, il valore di quelle immagini non consiste soltanto nella possibilità di osservare un passato ormai lontano, ma nel riconoscere quanto le relazioni tra due Paesi possano essere costruite anche attraverso esperienze individuali, gesti di solidarietà e ricordi che continuano a essere tramandati.
Perché prima dei grandi accordi diplomatici, degli scambi commerciali e persino dell’incontro tra culture che caratterizza oggi il rapporto tra Italia e Corea del Sud, ci furono uomini e donne che partirono per curare persone che non conoscevano, in un Paese del quale molti di loro avrebbero conservato il ricordo per il resto della vita.
