Susan Sarandon è luce a Venezia, con quel sorriso generoso e l’ironia gentile. Lei che Bernardo Bertolucci l’ha stimato e conosciuto bene raccoglie il suo testamento cinematografico. Ma non basta la diva di fuoco ad accendere The Echo Chamber di Andrea Pallaoro, che vegeta lentamente per circa due ore trascinandosi fino all’agognato finale, salutato nella prima proiezione per la stampa da un rumoroso sospiro di sollievo.
Dopo la buona prova di Nanni Moretti con Succederà questa notte, che ha debuttato ieri al Lido, il secondo film italiano in concorso incespica. Nonostante un cast notevole: accanto a Sarandon, Luca Marinelli e Alicia Vikander.
L’ultima sceneggiatura di Bertolucci
The Echo Chamber porta al cinema l’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci. Era la fine del 2017 quando il maestro contattò le sceneggiatrici Ilaria Bernardini e Ludovica Rampoldi per raccontar loro un’idea da cui voleva trarre un film. «Era la storia di un uomo e di una donna che abitano lo stesso appartamento ma non si incrociano mai e quasi non sanno uno dell’esistenza dell’altra», racconta Rampoldi al Lido. A novembre 2018, proprio nel giorno in cui arrivava la mail della traduzione in inglese del copione, piombava anche la notizia della morte di Bertolucci.
Questo copione orfano di regista, rimasto per anni fermo, ha poi trovato la sua voce in Andrea Pallaoro, regista habitué della Mostra del cinema di Venezia, dove ha portato tutti i suoi film precedenti (Medeas, Hannah, Monica). Ma il regista trentino formatosi negli States non trova la stratificazione di atmosfere e il senso delle inquadrature di Bertolucci. Le riprese riflessive e statiche non riecheggiano di poesia ma di implacabile noia.

L’ossessione del dolore
The Echo Chamber è girato interamente all’interno di un ampio e scenografico appartamento contemporaneo di legni e vetrate. In tutto ci sono solo tre personaggi: il produttore musicale Leo tormentato dal dolore, interpretato da Marinelli; la sua amata Anne, incarnata da Vikander, che è bello ritrovare a Venezia e sul grande schermo; la cantante iconica che riemerge dal suo silenzio regale che non poteva che essere Sarandon. A dir la verità, però, tutto e proprio tutto sembra ruotare stancamente attorno a Leo. O al suo dolore ossessionante. “La mia distruzione potrebbe essere esattamente ciò che voglio”, dice lui.
La storia, priva della profondità di visione di Bertolucci, rimane scarna e poco interessante. Sino al finale tra il prevedibile e l’artificioso.
«Ereditare l’ultima sceneggiatura di una voce leggendaria come Bertolucci ha comportato una grande responsabilità ma ho capito che il modo per onorare la sua essenza era lasciarla filtrare attraverso una mia sensibilità e allo stesso tempo proteggere la sensibilità di tutti i grandi artisti che hanno contribuito a realizzarla», ha detto Pallaoro al Lido. «Una delle ragioni principali per cui ho accettato di dirigerla è stata la consapevolezza del supporto di Ludovica e Ilaria. Ho percepito subito che ci fossero delle tematiche a me vicine: l’identità dell’individuo e di una coppia, le sfumature dell’amore, il bisogno di controllo e di prendersi cura dell’altro».

Sarandon e l’ostracismo degli studios
Susan Sarandon conosceva bene Bertolucci. «Quando ho visto Il conformista non sapevo che il cinema potesse fare anche questo: era diverso da quello che avevo visto fino ad allora, tutt’altra cosa rispetto ai film americani», ricorda l’attrice di Thelma & Louise e Il cliente. «Poi siamo diventati amici, in seguito alla mia relazione con Louis Malle, ma ho conosciuto una persona completamente diversa da quella che ha realizzato questi film. Ho rivisto Il conformista con mio figlio ed è un film così moderno. Le telecamere sono posizionate in modo poetico e meraviglioso. Similmente, sul set di The Echo Chamber, in questo appartamento, mi chiedevo dove fossero le luci perché il regista è riuscito a creare questa sensibilità molto europea di raccontare una storia attraverso le immagini».
Sarandon canta anche nel film in corsa per il Leone d’oro. Ma ha rivelato: «Io non canto quindi mi sono sentita molto vulnerabile». Le canzoni e le musiche originali sono di Clément Ducol, premio Oscar per la miglior canzone originale con il brano El Mal del film Emilia Pérez.
Non è un caso che Sarandon si ritrovi oggi in un film europeo, una coproduzione italo-belga. Nel novembre scorso, infatti, è stata scaricata dalla sua agenzia dopo la sua presa di posizione pubblica sulla guerra a Gaza e l’appello per un cessate il fuoco. A Venezia è tornata sul tema: «Nel frattempo credo che la narrazione sia cambiata completamente rispetto all’importanza storica della Palestina. I legami sionisti con l’America e la nostra politica ora sono noti, con la rivelazione dell’enorme quantità di denaro che gli Stati Uniti danno a Israele. C’è un cambiamento nella comprensione della situazione, ma ancora le posizioni sono molto ferme all’interno dell’industria cinematografica. Ci sono agenzie che dicono ai registi di non darmi ruoli. E questo vale anche per altri attori. Ma a livello internazionale mi sento accolta. Ho trovato la mia famiglia e le mie persone e sto molto bene».
The Echo Chamber arriverà nelle sale italiane dal 10 settembre.
