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Venezia: Danny Boyle apre la Mostra con Ink, la spregiudicata ascesa del Sun prodromo dell’oggi

Venezia: Danny Boyle apre la Mostra con Ink, la spregiudicata ascesa del Sun prodromo dell’oggi
Guy Pearce e Jack O’Connell nel film “Ink” (Credits: Anthony Dickenson)

Ambientato a fine anni ’60 ma fin troppo attuale, un viaggio incalzante nella trasformazione dell’informazione in intrattenimento, sorretto dalle buone prove di Jack O’Connell e Guy Pearce

«Deve stupire». «Il brutto fa sempre effetto». Affilato e scattante, è uno dei tanti scambi al fulmicotone all’interno della neonata redazione del Sun. Sul bilico viscoso tra successo ed etica si muove Ink, il film d’apertura della Mostra del cinema di Venezia 2026, accolto dagli applausi della stampa della Sala Darsena.

«È bellissimo essere qui», ha detto Danny Boyle, alla sua prima volta al festival lagunare. «È un film fatto con pochi soldi, quindi mi aspettavo che nessuno lo avrebbe visto, e invece mi ha chiamato Alberto (Barbera, il direttore della Mostra, ndr) ed eccomi».

Venezia: Danny Boyle apre la Mostra con Ink, la spregiudicata ascesa del Sun prodromo dell’oggi
Jack O’Connell nel film “Ink” (Credits: Anthony Dickenson)

Ink e l’ascesa spregiudicata del Sun

Regista del cult Trainspotting e dei primi due capitoli della trilogia aperta da 28 giorni dopo, premio Oscar per The Millionaire, Boyle amplia la pièce teatrale Ink del drammaturgo britannico James Graham, che sceneggia anche il film in concorso a Venezia 83. Ci immerge nella Londra del 1969 in Fleet Street, ovvero la strada del giornalismo che per secoli ha ospitato i maggiori quotidiani britannici: The Guardian, The Observer, The Telegraph, The Mirror… Lungo la via, abbassando l’orecchio all’asfalto, si sente il rumore di rotative in una sequenza di grande fascino.

È proprio The Mirror che Rupert Murdoch prese nel mirino: il tabloid da battere, con spregiudicatezza e freschezza, puntando all’intrattenimento. Il controverso editore australiano è interpretato da Guy Pearce, che ritrova quel piglio convincente da uomo di potere spavaldo già sfoggiato in The Brutalist.
Murdoch acquista il piccolo Sun per affidarlo al giornalista Larry Lamb, incarnato da Jack O’Connell, appena visto come vampiro cantore e affabulatore ne I peccatori. È l’inizio di una cavalcata senza scrupoli che ha portato The Sun a essere il più venduto tabloid scandalistico inglese.

Il ritratto di Rupert Murdoch

«Non volevamo rappresentare Murdoch come un mostro, oggi molti lo fanno», ha spiegato Boyle. «Lui allora era una ventata di novità in una società britannica molto rigida. Affrontava molti pregiudizi per le sue origini australiane. Non gli piaceva l’establishment britannico ed è una posizione che condivido. Ci sono cose di lui in cui è possibile rispecchiarsi».

Ink infatti non si schiera. Rispettando la regola giornalistica “Show, don’t tell”, mostra, senza spiegare. Lascia lo spettatore libero di orientarsi. Intanto osserviamo come foto di ragazze discinte, oroscopo, meteo e violenza diventino le priorità redazionali di un quotidiano che trasforma l’informazione in intrattenimento di dubbio gusto.

Venezia: Danny Boyle apre la Mostra con Ink, la spregiudicata ascesa del Sun prodromo dell’oggi
Immagine del film “Ink” (Credits: Anthony Dickenson)

Promosso Jack O’Connell

Ink mostra i prodromi del clickbait, degli influencer, di OnlyFans, di un giornalismo che si toglie la giacca e sembra uscito da una serata al bar se non dal night. Ottima la prova di Jack O’Connell, in picchiata libera verso l’assenza di limiti morali.

«Sapevo che Jack era la persona giusta», afferma Boyle. «Nel film precedente l’ho visto in questo personaggio un po’ folle che ha la capacità di portare in un luogo oscuro». Il regista britannico lo accosta addirittura ad Al Pacino ne Il Padrino. Non a caso il suo ufficio alla redazione del Sun è stato ricreato un po’ sulla falsariga dell’iconico crime movie.
Boyle aveva infatti già diretto O’Connell in 28 anni dopo, nei panni dello svitato e feroce Jimmy Crystal, personaggio poi approfondito in 28 anni dopo – Il tempio delle ossa.

Dal montaggio frenetico curato da Fin Oates e con una colonna sonora arrembante, Ink non è un ottimo film ma nel complesso è un buon film. Tra i crediti, al suono c’è Johnnie Burn, ovvero il premio Oscar de La zona d’interesse.

Ink corre sullo stesso ritmo del Sun, incalzante e soverchiante. E a volte ridondante.  Alla fine, inevitabilmente, resta addosso un po’ di inquietudine: era la fine degli anni ’60 ma sembra il riflesso dell’oggi.

Il giornalismo secondo George Clooney

Nella serata d’inaugurazione che svela Ink, Venezia 83 consegna il Leone d’oro alla carriera a George Clooney. E anche il divo hollywoodiano ha avuto parole sulla condizione attuale del giornalismo e della libertà di informazione.

«Lo stato del giornalismo nel mondo è preoccupante. I ricchi hanno la proprietà del Washington Post e di alcune delle principali fonti di informazioni e questo è preoccupante», ha detto Clooney. «Ma c’è ancora speranza per un buon giornalismo. Io e mia moglie ne abbiamo ammirazione e siamo figli di giornalisti. È un mestiere che è sempre stato sfidato. Credo però che l’informazione troverà sempre un modo per essere libera».

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