Per prepararla a Without Blood, Angelina Jolie ha chiuso Salma Hayek in una stanza completamente bianca, senza oggetti, senza battute e senza indicazioni precise, chiedendole di immaginare e vivere la parte della vita di Nina trascorsa in manicomio. Hayek è rimasta lì per quasi due ore, improvvisando qualcosa che non sarebbe necessariamente finito nel film ma che da quel momento avrebbe definito il personaggio, e quando è uscita da quella stanza non aveva soltanto trovato la donna che avrebbe dovuto interpretare, perché quel lavoro aveva cominciato a riportare alla superficie anche parti della propria vita che pensava di avere lasciato molto più indietro.
È probabilmente questo il punto da cui partire per capire cosa abbia significato Without Blood per Salma Hayek, perché mentre racconta Nina, il trauma che continua a riportarla allo stesso momento della sua esistenza, la rabbia, la vendetta e la possibilità del perdono, l’attrice finisce inevitabilmente per raccontare anche se stessa, dalle ferite dell’infanzia che durante le riprese sono tornate improvvisamente a galla al dolore mai completamente risolto per i femminicidi di Ciudad Juárez. Al centro di tutto c’è Angelina Jolie, non soltanto la regista che le ha chiesto di spingersi in territori che a volte Hayek stessa considerava quasi impossibili, ma l’amica capace di restarle accanto quando il confine tra il lavoro sul personaggio e qualcosa di molto più personale ha cominciato a diventare sottile.
Panorama: Prima di arrivare a Nina, vorrei partire proprio da Angelina Jolie. Vi eravate già incontrate, ma quando è nata davvero la vostra amicizia?
Credo di aver incontrato Angie qualche volta di sfuggita in passato, forse a una festa, ma avevamo soprattutto un’amica in comune, una donna che non ha nulla a che fare con questa industria, un’attivista, un’autrice e una femminista, che continuava a dire separatamente a entrambe che avremmo dovuto conoscerci e diventare amiche. Nessuna delle due voleva forzare quella cosa, poi abbiamo lavorato insieme in Eternals, ci siamo incontrate al Comic-Con e questa nostra amica è venuta anche a trovarci sul set, ed è stato lì che il rapporto ha davvero cominciato a crescere. Lavorando insieme ci siamo rese conto di avere un modo di comunicare diverso da quello che avevamo con gli altri, capivamo molto rapidamente come risolvere le cose e soprattutto ci comprendevamo in maniera molto organica, e da allora è diventata un’amicizia vera, una relazione in cui non stai cercando una transazione o pensando a quello che l’altra persona potrebbe fare per te, perché tra noi ci sono una grande protezione e un enorme rispetto reciproco.
Con Without Blood, però, Angelina le ha chiesto di avvicinarsi a Nina in un modo molto particolare.
Per mesi avevamo parlato regolarmente e non necessariamente del film, ma oggi mi rendo conto che quelle conversazioni mi stavano preparando a Nina senza che io stessa ne fossi consapevole. Poi un giorno sono andata a farle una sorpresa sul set e Angelina mi ha chiesto di improvvisare la vita di Nina nel manicomio, così mi sono ritrovata in questa stanza completamente bianca, senza oggetti, senza battute, senza qualcosa a cui aggrapparmi e senza neppure un obiettivo preciso, e ho continuato a improvvisare per circa due ore. Quasi tutti quelli che erano presenti sul set hanno pianto, ma per me la cosa davvero importante è stata raggiungere un livello di concentrazione enorme e riuscire a entrare nella follia di questa donna, perché durante quelle due ore ho costruito un’intera parte della sua vita che magari lo spettatore non vedrà mai ma che da quel momento esisteva completamente dentro di me, e questo mi ha dato una sicurezza incredibile per affrontare tutto il resto del film.
Ha detto che, a un certo punto, Nina sembrava quasi possederla. Perché questo personaggio è entrato così profondamente dentro di lei?
Perché Nina torna continuamente allo stesso episodio della propria vita e credo che questo sia uno degli aspetti più profondi del trauma, il fatto che puoi continuare a vivere e attraversare gli anni, ma una parte di te rimane bloccata esattamente nel momento in cui tutto è successo. All’inizio lei è paralizzata, vive in una condizione di passività e impotenza assolute, poi quella paralisi si trasforma progressivamente in rabbia e la rabbia diventa desiderio di vendetta, e per me a un certo punto Nina ha cominciato a portare anche il dolore di moltissime altre donne che hanno vissuto situazioni simili. Il problema è che poi scopri che la vendetta non ti guarisce, puoi anche ottenere quello che pensavi di volere e accorgerti che niente di ciò che hai perso torna, e quando arrivi a quella resa completa, quando capisci che neppure la vendetta può salvarti, diventi forse abbastanza disperato e abbastanza umano da poter cominciare a esplorare qualcosa di ancora più difficile, che è il perdono e persino la possibilità dell’amore. Alla fine credo che Nina voglia soprattutto una risposta: vuole capire perché l’amore, le persone che amava e la vita che avrebbe potuto avere le siano stati portati via.
Il film le chiede però anche di cercare una forma di empatia verso la persona che Nina associa al proprio trauma. È stato difficile?
Per me era molto difficile perché ero arrabbiata con il personaggio di Demián, con quello che rappresentava e con tutto ciò che evocava, mentre Angelina continuava a spingermi a cercare una forma di compassione e a provare a vedere persino la bontà nel mio aggressore. È stato un lavoro complesso perché allo stesso tempo sentivo di dover difendere le donne che sono state vittime, il loro dolore, la loro rabbia e anche il loro diritto a non essere costrette a perdonare semplicemente perché qualcuno pensa che quella sia la conclusione più giusta o più rassicurante. Quello che ho capito è quanto sia fondamentale ascoltare, ma ascoltare davvero, non aspettare soltanto che l’altro abbia finito di parlare per poter riaffermare il proprio punto di vista; bisogna essere disposti persino a distruggere alcune delle proprie opinioni per fare spazio alla comprensione dell’altro, ed è lì, secondo me, che comincia realmente l’empatia.
Gran parte della tensione nasce dal confronto tra lei e Demián Bichir, spesso attraverso scene molto lunghe e verbalmente pesanti. Com’è stato lavorare insieme?
Ricordo in particolare una scena di circa otto pagine di dialogo molto intenso, che oltretutto dovevamo affrontare in una lingua che non era la prima lingua né per me né per Demián, e Angelina un giorno ci ha detto che eravamo in anticipo sulla tabella di marcia e che avremmo potuto girarla durante la pausa pranzo. Noi eravamo terrorizzati, oltre che affamati, mentre lei aveva una fiducia assoluta nel fatto che potessimo farcela, e alla fine abbiamo girato tutto in circa un’ora. È una cosa che racconta molto bene cosa significasse lavorare su quel set, perché c’era una libertà enorme, c’era spazio per esplorare e per rischiare senza sapere esattamente dove saremmo arrivati, ma soprattutto c’era un’assoluta mancanza di ego, e per un attore questa è una condizione molto rara e molto preziosa.
Lei ha studiato con Stella Adler e normalmente non utilizza i propri traumi personali per costruire un personaggio, ma con Nina è successo qualcosa che non si aspettava.
Sì, normalmente non lavoro partendo dalle mie esperienze personali e non cerco dentro la mia vita un trauma da utilizzare per ottenere una determinata emozione, ma mentre stavo esplorando Nina sono riemersi alcuni traumi della mia infanzia che avevo completamente dimenticato. Non era qualcosa che stessi cercando e in certi momenti mi travolgeva tra un ciak e l’altro, ma Angelina non cercava di interromperlo né di trasformarlo immediatamente in materiale da utilizzare per il film, a volte semplicemente mi prendeva e mi abbracciava mentre piangevo. In quel periodo ho avuto quasi la possibilità di parlare alla bambina che ero stata, di tornare su alcune ferite e di guardarle con uno sguardo diverso, e soprattutto ho potuto farlo insieme a un’amica saggia e a una persona della quale mi fidavo profondamente, e questo mi ha aiutata moltissimo anche al di là del lavoro che stavamo facendo.
Dentro Nina ha portato però anche un dolore collettivo, quello delle donne di Ciudad Juárez.
Molti anni fa ho attraversato una depressione molto forte perché cercavo di sostenere una causa nella quale non riuscivo a vedere alcun progresso, quella dei terribili femminicidi delle donne di Juárez, e il senso di impotenza che provavo davanti a ciò che accadeva mi ha segnata profondamente. Quella rabbia, quella frustrazione e quella paralisi erano rimaste dentro di me senza essere mai completamente risolte e quando ho cominciato a lavorare a questo film ho portato tutte quelle donne dentro Nina, cercando ogni giorno sul set di utilizzare quel dolore come qualcosa da offrire al personaggio. In qualche modo questo lavoro mi ha permesso di prendere qualcosa che per anni era rimasto fermo dentro di me e di spostarlo verso uno spazio diverso, nel quale potessero entrare anche la comprensione e la compassione.
Angelina Jolie ha detto che lei le ha riportato il sorriso. Che cosa ha restituito Angelina a lei?
È stato bellissimo andare a lavorare ogni giorno con la sensazione che tutte le persone presenti volessero davvero fare qualcosa di significativo, perché può sembrare scontato ma non lo è affatto. Angelina aveva una fiducia assoluta in me e continuava a chiedermi cose che a volte mi sembravano impossibili, ma quando qualcuno crede così tanto nelle tue capacità finisce per permetterti di scoprire parti di te che forse non sapevi neppure di avere, e credo che questa sia stata una delle cose più importanti di quell’esperienza. Sul set c’erano una grandissima libertà e una continua possibilità di esplorare, ma soprattutto non c’era ego, e quando lavori in un ambiente del genere puoi davvero permetterti di andare molto più lontano.
Ora sta preparando anche un suo progetto da regista. C’è qualcosa del metodo di Angelina che porterà inevitabilmente con sé?
Non credo, perché siamo molto diverse e abbiamo due modi diversi di lavorare. All’inizio cercavo persino di darle qualche consiglio logistico sulla base della mia esperienza, per esempio le dicevo che forse non aveva bisogno di fare tutte quelle inquadrature o di complicarsi così tanto la vita, finché a un certo punto lei mi ha praticamente zittita dicendomi: «So quello che faccio», e naturalmente aveva ragione, perché la sua mente visiva è incredibile. Per quanto riguarda me, invece, ho passato gli ultimi due anni a scrivere e preparare il mio film e sto cercando di finanziarlo in maniera completamente indipendente proprio perché per me è fondamentale riuscire a preservare la libertà creativa e poter fare le mie scelte senza doverle continuamente adattare alle richieste di qualcun altro.
Dopo tanti anni dentro Hollywood, quanto è difficile continuare ad ascoltare il proprio istinto senza lasciare che sia l’industria a definire successo, fallimento e persino il proprio valore?
Bisogna imparare a fidarsi davvero del proprio istinto, e questo significa anche fare pace con l’idea che seguendo la propria visione si possa fallire, perché se sei disposto a farlo soltanto quando hai la certezza del risultato allora in realtà non stai seguendo fino in fondo ciò in cui credi. Quando accetti la possibilità di sbagliare, di non essere capita o di non ottenere ciò che speravi, acquisti paradossalmente molta più forza e molta più dignità, perché smetti di consegnare completamente agli altri il potere di stabilire quanto vali. E credo che sia altrettanto importante continuare a proteggere le relazioni umane reali, quelle che non sono costruite esclusivamente su scopi transazionali, soprattutto in un ambiente nel quale è molto facile che qualsiasi rapporto finisca per diventarlo; dobbiamo imparare a riconoscere ciò che abbiamo e soprattutto a trovare il nostro valore al di fuori del giudizio dell’industria, perché se lasciamo che siano sempre gli altri a decidere chi siamo finiamo per perdere una parte essenziale della nostra libertà.
