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La vera storia dell’uomo che conquistò l’Everest: chi era Tenzing Norgay, il protagonista del nuovo film con Tom Hiddleston

La vera storia dell’uomo che conquistò l’Everest: chi era Tenzing Norgay, il protagonista del nuovo film con Tom Hiddleston

Tom Hiddleston, Willem Dafoe, Genden Phuntsok e la regista Jennifer Peedom raccontano Tenzing, il film sulla prima conquista dell’Everest, dal 16 ottobre su Apple TV.

Tom Hiddleston ricorda perfettamente il momento in cui ha incontrato Genden Phuntsok, l’attore chiamato a interpretare Tenzing Norgay, perché si trovavano all’aeroporto di Lukla, in Nepal, proprio sotto l’insegna che porta i nomi dei due uomini che nel 1953 raggiunsero per primi la vetta dell’Everest, e quella coincidenza, per chi si preparava a raccontare una delle imprese più celebri della storia dell’alpinismo, aveva qualcosa di straordinariamente simbolico. Si sono stretti la mano, si sono abbracciati e hanno bevuto una tazza di tè, prima di cominciare un viaggio di quasi una settimana attraverso i villaggi e i sentieri dell’Himalaya, ripercorrendo le tracce di una spedizione che aveva cambiato per sempre la storia della montagna e, soprattutto, il modo in cui il mondo avrebbe ricordato i due uomini arrivati insieme sul tetto del pianeta.

È da questo incontro, molto prima delle riprese e lontano da qualsiasi studio cinematografico, che prende forma Tenzing, il nuovo film diretto da Jennifer Peedom, disponibile dal 16 ottobre su Apple TV, nel quale Hiddleston interpreta Edmund Hillary, mentre Phuntsok presta il volto a Tenzing Norgay e Willem Dafoe veste i panni del colonnello John Hunt, il comandante della spedizione britannica del 1953.

Il film sceglie di raccontare quella conquista attraverso la figura di Norgay, alpinista himalayano il cui nome è rimasto indissolubilmente legato a quello di Hillary, ma la cui storia personale, le origini e il rapporto spirituale con la montagna hanno ricevuto un’attenzione molto diversa da quella riservata all’impresa sportiva. Una prospettiva che permette alla regista, da sempre legata all’Himalaya e già autrice del documentario Sherpa, di interrogarsi anche sulle gerarchie sociali e culturali che accompagnavano le grandi spedizioni dell’epoca, sul ruolo degli alpinisti locali e sulla distanza tra chi considerava l’Everest una vetta da conquistare e chi, vivendo ai suoi piedi, riconosceva nella montagna qualcosa di sacro.

Durante un incontro con la stampa internazionale organizzato nell’ambito delle attività dei Golden Globes, Hiddleston, Dafoe, Phuntsok e Peedom raccontano un’esperienza cinematografica che li ha portati a lavorare in condizioni fisiche estreme, circondati da alpinisti che conoscono l’Everest molto meglio di quanto qualsiasi sceneggiatura potrebbe raccontare, ma anche a confrontarsi con una storia nella quale il successo individuale finisce per lasciare spazio a qualcosa di più importante: il riconoscimento del contributo degli altri.

Tom Hiddleston: «Abbiamo camminato per giorni sulle tracce di Hillary e Tenzing»

Tom, lei e Genden Phuntsok vi siete incontrati in Nepal, prima delle riprese, e avete affrontato insieme un viaggio attraverso l’Himalaya. Che cosa ricorda di quell’esperienza e in che modo ha contribuito a costruire il vostro rapporto?

«Credo che sia stata un’intuizione geniale di Jennifer, perché sono arrivato in Nepal e, nel giro di dodici o quindici ore, ero già su un elicottero insieme al dottor Nima Sherpa, uno specialista di medicina d’alta quota originario della valle del Khumbu, con il quale abbiamo raggiunto l’aeroporto di Lukla, quella striscia di cemento scavata nella montagna dalla quale cominciano praticamente tutti i viaggi verso il campo base dell’Everest. Sono atterrato verso le sette del mattino e sono stato accompagnato sotto l’insegna del Tenzing-Hillary Airport, dove mi aspettavano due persone: Phurba Tashi, uno sherpa che ha raggiunto la vetta dell’Everest ventuno volte e che è anche il protagonista del documentario Sherpa di Jennifer, e Genden, che avrebbe interpretato Tenzing Norgay. Ci siamo stretti la mano e ci siamo abbracciati proprio sotto quell’insegna, davanti alla grande statua che raffigura i due alpinisti, e mi è sembrato l’inizio più propizio che potessimo immaginare per un’esperienza del genere. Siamo andati a bere una tazza di tè e abbiamo parlato del privilegio, dell’onore e della responsabilità di raccontare la storia di due uomini straordinari che hanno cambiato la storia e reso possibile qualcosa che fino a quel momento sembrava impossibile.

Nei sei o sette giorni successivi abbiamo camminato insieme seguendo le tracce di Tenzing e Hillary, avvicinandoci il più possibile al campo base dell’Everest, facendo trekking per sei o sette ore al giorno e affrontando dislivelli di cinquecento o mille metri, attraversando foreste di pini, ponti metallici sospesi sopra fiumi impetuosi e sentieri percorsi da asini, escursionisti e persone che cercavano, ciascuna a modo proprio, di raggiungere l’Everest. Abbiamo parlato con grande sincerità e serietà del film, di quello che significava raccontare questa storia, delle montagne e della forza spirituale che dovevano aver avuto quei due uomini, ma abbiamo trovato anche il tempo per divertirci e conoscerci meglio, perché a Namche, in una caffetteria chiamata Yak Buck, mentre stavamo bevendo un caffè, dagli altoparlanti è partita Ain’t No Mountain High Enough di Marvin Gaye e Tammi Terrell. Genden non conosceva quella canzone, così ho deciso di insegnargliela e abbiamo cominciato a cantarla insieme, io nella parte di Marvin Gaye e lui in quella di Tammi Terrell. È stato l’inizio di una bellissima amicizia».

Genden, lei è cresciuto sull’altopiano tibetano e ha trascorso del tempo nei villaggi sherpa prima di cominciare le riprese. Quanto è stato importante vivere direttamente nelle comunità che appartenevano al mondo di Tenzing Norgay?

«Jennifer mi aveva detto che dovevo andare nei villaggi sherpa e sperimentare direttamente la vita delle persone che abitano lì, perché per un attore è importante raccogliere i dettagli della vita reale e il modo migliore per farlo è vivere davvero quelle esperienze. Sono arrivato prima di Tom e ho incontrato Phurba Tashi, che mi ha accompagnato da Lukla al villaggio di Khumjung e mi ha ospitato nella sua casa, dove ho potuto esercitarmi con la lingua sherpa insieme a lui e alle persone del villaggio. Durante le nostre camminate ripetevo continuamente le mie battute e Phurba correggeva la mia pronuncia, mentre quando ero da solo continuavo a esercitarmi parlando con chiunque incontrassi, persino con gli yak e con le pecore, tanto che un giorno sua figlia mi ha chiesto perché stessi parlando con degli animali che non potevano capire quello che dicevo e, quando le ho spiegato che stavo semplicemente provando le mie battute, si è offerta di aiutarmi. Sono stati giorni molto divertenti, ma soprattutto mi hanno permesso di avvicinarmi alla vita quotidiana delle persone che avrei dovuto rappresentare».

«Le montagne ci ricordano che la nostra vita è piccola e breve»

Tom, ha raccontato che questo viaggio è stato un’esperienza irripetibile. Che cosa le ha insegnato il tempo trascorso sulle montagne e come è cambiato il suo rapporto con la natura?

«Per me è stata l’esperienza di una vita, qualcosa che non avevo mai vissuto prima e che forse non vivrò mai più, perché avere l’onore e il privilegio di trovarsi su quelle montagne significa entrare in contatto con una forza e una maestosità della natura che sono eterne, e credo che sia una sensazione molto simile a quella che raccontano le persone che dedicano la propria vita all’oceano, al surf o alle immersioni. Ti trovi in un ambiente che esiste da molto più tempo di qualsiasi vita umana e che possiede una forza infinitamente superiore alla nostra, e sia l’oceano sia le grandi montagne possono insegnarti lo stupore e l’umiltà, perché quando sei sull’Himalaya ti rendi conto di quanto la vita di un essere umano sia piccola e breve. Andare in montagna diventa un’esperienza spirituale, perché le difficoltà essenziali dell’ascensione fanno sì che la mente diventi molto silenziosa, mentre il corpo continua a lavorare, e in quella condizione puoi trovare una serenità e una pace particolari. Abbiamo il dovere di proteggere l’equilibrio di questi luoghi e di preservare le montagne, anche rispetto al problema dei rifiuti che vengono abbandonati durante le spedizioni, perché hanno moltissimo da insegnarci dal punto di vista spirituale.

È difficile spiegare davvero questa sensazione a qualcuno che non l’ha vissuta, ma durante il viaggio con Genden l’ho provata con grande intensità, perché cammini per giorni attraverso foreste e colline e poi, improvvisamente, dopo quattro o cinque giorni, davanti a te compaiono montagne gigantesche che superano gli ottomila metri, e la loro presenza all’orizzonte è qualcosa di quasi divino. Ricordo l’Ama Dablam, il Manaslu, il Makalu e poi il Nuptse, il Lhotse e finalmente l’Everest, e mi sembravano delle dee».

Jennifer, lei conosce l’Himalaya da molti anni e ha voluto che gli attori vivessero in prima persona l’ambiente nel quale è ambientata la storia. Perché era così importante girare nelle vere montagne, anziché ricostruire tutto in studio?

«Fin dall’inizio per me era fondamentale girare questo film nei paesaggi nei quali è ambientata la storia, perché viaggio sull’Himalaya da quando avevo vent’anni e mi sono innamorata non soltanto di quei luoghi, ma anche delle persone che li abitano, quindi non avrei potuto immaginare di raccontare una storia del genere senza lavorare direttamente in quei territori e con quelle comunità. In gioventù ho partecipato a spedizioni sull’Everest come operatrice di ripresa specializzata nelle ascensioni e desideravo che il pubblico e gli attori potessero condividere almeno una parte di quello che avevo provato, quella sensazione di meraviglia e di maestosità che si sperimenta quando ci si trova in un ambiente del genere. Non potevamo girare direttamente sull’Everest a causa dell’altitudine, quindi abbiamo ricreato le condizioni dell’ascensione sulle Alpi meridionali della Nuova Zelanda, dove le montagne sono imponenti ma partono da quote molto più basse rispetto a quelle himalayane, e abbiamo lavorato con una squadra di persone estremamente esperte. Se sommiamo tutte le ascensioni dell’Everest compiute dalle persone che facevano parte del cast e della troupe, arriviamo a sessantuno, perché abbiamo portato in Nuova Zelanda l’intera squadra di alpinisti sherpa che aveva lavorato con noi e che aveva già raggiunto la vetta, insieme a professionisti della sicurezza e dell’alpinismo con una lunghissima esperienza sull’Everest. Eravamo al sicuro, anche se non eravamo sempre comodi, e alla fine girare il film è stato davvero un po’ come partecipare a una spedizione».

Genden, nella sua cultura il rapporto con le montagne ha anche una dimensione spirituale. Che cosa ha provato quando ha visto per la prima volta la vetta dell’Everest?

«Sono cresciuto in una cultura nella quale i miei nonni mi hanno insegnato fin da bambino a rispettare la natura, le montagne, i fiumi e perfino il sole, e a considerare importante la protezione di tutto quello che ci circonda. Quando sono arrivato nel villaggio di Khumjung e ho visto per la prima volta la vetta dell’Everest, Phurba mi ha accompagnato su una montagna vicina e me l’ha indicata da lontano, e anche se da quel punto sembrava relativamente piccola, perché si trovava a grande distanza, ho provato una sensazione molto particolare nel rendermi conto che stavo guardando la montagna più alta del mondo. In quel momento ho pensato che noi esseri umani, così come tutti gli altri animali, siamo davvero minuscoli davanti alla natura, e che quando parliamo di conquistare una montagna o di conquistare la natura stiamo usando un’espressione che non ha molto senso, perché non possiamo davvero conquistarla e dovremmo piuttosto imparare a rispettarla e a essere grati per quello che ci offre. Non dovremmo considerare questi luoghi soltanto come qualcosa da sfruttare per ottenere risorse o soddisfare la nostra avidità, perché la natura ci offre una bellezza straordinaria che possiamo ammirare senza dover comprare nulla, e spesso non ci rendiamo conto che alcune delle cose più preziose della vita sono proprio quelle che abbiamo gratuitamente davanti agli occhi».

Willem Dafoe: «Non volevo interpretare un uomo che disprezzava gli sherpa»

Willem, nel film interpreta il colonnello John Hunt, il comandante della spedizione britannica, un uomo che deve confrontarsi con una cultura e un modo di vivere la montagna diversi dai propri. Come ha costruito questo personaggio?

«Non credo che Hunt provi davvero antagonismo nei confronti degli sherpa, perché è un militare, un uomo estremamente pragmatico che ha una grande responsabilità sulle spalle e che deve riuscire a portare a termine una missione molto difficile, pur conoscendo la montagna senza avere necessariamente lo stesso livello di esperienza di alcuni degli alpinisti che lo accompagnano. Ha trascorso molto tempo in quella parte del mondo, quindi non si trova in un ambiente completamente estraneo, ma rappresenta la Corona britannica e crede che l’unico modo per raggiungere il proprio obiettivo sia attraverso la disciplina, la preparazione e il rispetto di un piano preciso, per cui quando qualcuno gli offre un consiglio diverso da quello che aveva previsto può capitare che lo metta da parte, semplicemente perché sente di dover rimanere fedele alla propria strategia. Credo che sia soprattutto un uomo del proprio tempo, che condivide le convinzioni e le strutture sociali dell’epoca in cui vive, e anche se può apparire duro o severo, personalmente lo considero una brava persona, perché nel corso della spedizione, attraverso l’esperienza condivisa e il rapporto che costruisce con gli altri, arriva a comprendere e ad apprezzare davvero il loro contributo. Il suo modo di vedere le cose cambia e il suo cuore si apre, ed è proprio questo il percorso che trovo interessante nel personaggio».

Aveva già lavorato con Jennifer Peedom in ambito documentaristico. Che cosa l’ha convinta ad accettare questo ruolo?

«Avevo collaborato con Jennifer a due documentari come voce narrante, e anche se qualcuno potrebbe pensare che un lavoro del genere non sia particolarmente impegnativo, in realtà richiedeva una grande attenzione alla qualità poetica del linguaggio, al ritmo e al tono delle parole, quindi avevo avuto modo di apprezzare moltissimo il suo modo di lavorare. Durante quelle collaborazioni mi parlava spesso del film che desiderava realizzare e, avendo partecipato anche al documentario Mountain, conoscevo la sua passione per la montagna e la profondità delle sue conoscenze rispetto all’Everest, alle comunità che vivono in quei territori e al rapporto che le persone hanno con quei luoghi, quindi le avevo detto che, se fosse riuscita a realizzare il progetto e ci fosse stato qualcosa che avrei potuto fare, mi sarebbe piaciuto moltissimo partecipare. Sentivo anche che sarebbe stata una grande avventura dal punto di vista personale e, quando finalmente mi ha proposto un ruolo, inizialmente ero disposto ad accettare semplicemente per avere l’occasione di lavorare ancora con lei e di partecipare a quell’esperienza, ma poi ho imparato ad apprezzare davvero il personaggio che mi aveva affidato».

«L’alpinismo d’alta quota è la raffinata arte di soffrire»

Tom, la preparazione fisica è stata particolarmente impegnativa. Qual è stato il momento in cui ha capito quanto sarebbe stato difficile girare un film in quelle condizioni?

«Jennifer ci aveva circondati di persone con un’esperienza straordinaria e questo ci faceva sentire molto protetti, soprattutto in Nuova Zelanda, dove per me c’era anche l’emozione di interpretare Edmund Hillary nel suo Paese, un uomo talmente importante per la storia e la cultura neozelandese che il suo volto compare ancora sulle banconote da cinque dollari. Il responsabile della sicurezza in montagna era Guy Cotter, un grande alpinista che ha raggiunto la vetta dell’Everest sei volte e il cui padre, Ed Cotter, era stato uno dei migliori amici di Hillary, mentre tra le persone che ci hanno preparato c’erano anche Barry Blanchard e Mike Roberts, tutti professionisti con una lunga esperienza sulle montagne. Il primo giorno Barry ha portato me, Genden e Willem sul fondo di un crepaccio e ci ha spiegato che avremmo dovuto risalire una parete di ghiaccio utilizzando la piccozza per scavare gli appoggi necessari a costruire una sorta di scala sulla quale arrampicarci, una tecnica assolutamente normale per chi pratica l’alpinismo, ma che per noi rappresentava una sfida enorme. Quando finalmente siamo arrivati in cima eravamo tutti senza fiato e Barry mi ha detto che l’alpinismo d’alta quota è la raffinata arte di soffrire, dandomi il benvenuto in quel mondo. Avevamo comunque una squadra straordinaria di stuntman e alpinisti che ci seguiva costantemente, quindi quello che ci veniva chiesto era soprattutto di impegnarci fino in fondo, di rispettare l’ambiente nel quale stavamo lavorando e di accettare la sfida».

Che cosa ha scoperto del proprio corpo durante le riprese, soprattutto dovendo lavorare per molte ore a temperature estremamente basse?

«È stata un’esperienza attraverso la quale ho imparato moltissimo sul mio corpo e sul modo in cui poteva reagire a determinate condizioni, anche se naturalmente non siamo mai arrivati nella cosiddetta zona della morte dell’Everest, quella che si trova oltre il quarto campo e nella quale la quantità di ossigeno è talmente ridotta da rendere estremamente difficile la permanenza dell’organismo umano. Quello che ho sperimentato direttamente è stato soprattutto il freddo, perché sentivo le dita delle mani e dei piedi diventare sempre più vulnerabili, mentre la pelle si seccava e cominciava a screpolarsi, e ho pensato che, se fossi arrivato davvero fino alla vetta dell’Everest, probabilmente avrei rischiato il congelamento. Durante le riprese della sequenza sull’Hillary Step, il ripido passaggio che si trova poco sotto la cima, ricordo che le dita mi si screpolavano anche sotto i guanti, ma dovevo continuare ad aggrapparmi alla montagna e a utilizzare le mani per muovermi, perché quando ti trovi in una situazione del genere non vuoi nemmeno immaginare che cosa potrebbe accadere se lasciassi la presa».

Willem, quali sono state invece le difficoltà più concrete della vita quotidiana sul set?

«In Nuova Zelanda preparavamo personalmente la nostra attrezzatura e ogni giorno raggiungevamo il set in elicottero, che ci lasciava sulla montagna per poi allontanarsi, mentre noi ci riunivamo e organizzavamo il lavoro della giornata. Portavamo sempre con noi qualcosa da mangiare e da bere, ma il problema era che il panino finiva inevitabilmente per congelarsi, quindi se non lo mangiavi subito potevi anche dimenticartene, e credo di non aver praticamente mai mangiato durante le giornate trascorse in montagna. C’era anche la questione dell’acqua, perché naturalmente dovevamo bere e rimanere idratati, ma quando indossi tutta quell’attrezzatura pesante e ti trovi in un ambiente nel quale non hai praticamente nessun posto dove andare, anche una necessità fisiologica diventa un problema da considerare. Erano tutte piccole difficoltà pratiche che dovevamo imparare a gestire ogni giorno».

La fotografia che ha consegnato alla storia due uomini e un solo volto

Una delle immagini più celebri della conquista dell’Everest è la fotografia di Tenzing Norgay sulla vetta, scattata da Edmund Hillary, mentre non esiste uno scatto equivalente di Hillary realizzato dal suo compagno. Che cosa racconta, secondo voi, questa fotografia del rapporto tra i due uomini?

Jennifer Peedom: «Volevo utilizzare quell’immagine come un collegamento diretto con la storia reale, anche perché nel film abbiamo inserito materiale documentaristico all’inizio e alla fine e abbiamo utilizzato una cinepresa Bolex durante le riprese, proprio per mantenere un rapporto visivo con le immagini dell’epoca. Per un certo periodo avevamo inserito nella versione di montaggio il momento in cui Tom scattava la fotografia, ma poi abbiamo deciso di conservarlo per la fine del film, perché quell’immagine rappresenta qualcosa di particolarmente interessante: non possiamo vedere il volto di Tenzing, che è nascosto dalla maschera, e in un certo senso tutta la storia che volevamo raccontare riguardava proprio la persona che si trovava dietro quella maschera».

Tom Hiddleston: «Da quello che ho potuto leggere, quando raggiungi la vetta dell’Everest hai pochissimo tempo a disposizione, perché devi calcolare continuamente le riserve di ossigeno e le ore di luce che ti rimangono, e se hai abbastanza ossigeno e abbastanza luce per arrivare in cima devi anche assicurarti di averne a sufficienza per scendere, quindi non puoi permetterti di rimanere lassù a lungo. Credo che il fatto che Tenzing e Hillary abbiano raggiunto la vetta insieme e che una sola fotografia fosse sufficiente racconti moltissimo del loro straordinario rapporto di amicizia e solidarietà, perché avevano condiviso i rischi, le difficoltà e il successo, e alla fine era questo che contava davvero. Hillary scrisse anche che, quando scattò quella fotografia, non era del tutto sicuro che Tenzing sapesse utilizzare una macchina fotografica e non era convinto che quello fosse il momento più adatto per insegnarglielo».

Genden, il film racconta un uomo che ha vissuto un’esistenza molto diversa da quella delle grandi celebrità occidentali dell’alpinismo. Quali aspetti della sua infanzia sull’altopiano tibetano l’hanno aiutata a comprendere la vita di Tenzing?

«Sono nato sull’altopiano tibetano, in Cina, e durante la mia infanzia ho vissuto molte esperienze che erano simili a quelle di Tenzing, perché mangiavamo tsampa e patate, coltivavamo orzo e patate e ci occupavamo degli yak, quindi quando ho cominciato a studiare la sua vita mi sono reso conto che conoscevo già personalmente molti aspetti della quotidianità che avrei dovuto interpretare. Anche il rapporto con la montagna era qualcosa che avevo imparato fin da bambino e che continuo a vivere ancora oggi, perché quando torno nel mio villaggio mi occupo dei campi e delle coltivazioni, e proprio in questo periodo dell’anno dovrei essere impegnato nella raccolta delle patate e dell’orzo. Sono ricordi ed esperienze che mi hanno permesso di avvicinarmi a Tenzing non soltanto come a un personaggio storico, ma anche come a un uomo la cui vita quotidiana aveva molti punti in comune con la mia».

«Il cinema ci ha portati sulla montagna, ma è stata la montagna a farci diventare una squadra»

Sul set di Tenzing, il rapporto tra gli attori e le persone che lavoravano dietro la macchina da presa è diventato progressivamente qualcosa di molto simile a quello che lega i membri di una spedizione, perché le condizioni ambientali non facevano distinzioni tra chi si trovava davanti all’obiettivo e chi doveva trasportare le attrezzature, organizzare le riprese o garantire la sicurezza degli altri.

«Eravamo tutti sulla montagna insieme, una squadra molto piccola nella quale condividevamo il freddo, il ghiaccio, la neve, il vento, la bellezza dei paesaggi e quella sensazione di vertigine che provi quando ti trovi davanti a un precipizio, e affrontare tutto questo insieme ha creato tra noi un legame molto forte», racconta Hiddleston, mentre Dafoe sottolinea come gli operatori di ripresa dovessero affrontare le stesse difficoltà degli attori portando con sé anche le pesanti attrezzature cinematografiche, un impegno che richiedeva una preparazione e un coraggio particolari.

Per Genden Phuntsok, invece, il ricordo più intenso è legato a una giornata nella quale una tempesta di neve aveva investito il set e il freddo era diventato talmente forte da impedirgli quasi di muovere le mani, fino a quando un membro della troupe gli aveva appoggiato una mano sulla spalla per offrirgli una tazza di tè caldo, nonostante avesse a sua volta le dita congelate e continuasse a lavorare per aiutare tutte le persone presenti sulla montagna.

«Mi ha commosso profondamente, perché non immaginavo che qualcuno potesse riuscire a portarci del tè caldo in un luogo del genere e, quando ho visto che anche lui aveva le mani congelate ma continuava comunque a prendersi cura di tutti noi, ho capito quanto fosse straordinario il lavoro delle persone che componevano quella squadra. Ci sono moltissimi professionisti che non vedrete mai sullo schermo e che hanno lavorato forse ancora più duramente di noi, e quella tazza di tè è stata per me un calore speciale nel mezzo di un set gelido».

È un’immagine che restituisce, forse meglio di qualsiasi altra, il senso del film di Jennifer Peedom, perché nel racconto di una conquista che per decenni è stata associata soprattutto ai nomi dei due uomini arrivati sulla vetta, Tenzing cerca di riportare l’attenzione su tutto ciò che rende possibile un’impresa collettiva, sulle persone che sostengono il percorso degli altri e su quel legame di fiducia che, a ottomila metri di altezza, può diventare molto più importante del desiderio di essere ricordati come i primi.

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