Entrare davvero dentro il potere, nel momento esatto in cui cambia forma, è qualcosa che il cinema raramente riesce a fare senza filtri o senza costruzioni narrative che rassicurino lo spettatore, eppure Hollywoodgate, diretto da Ibrahim Nash’at e distribuito in Italia da I Wonder Pictures, sceglie una strada molto più rischiosa, rinunciando a qualsiasi mediazione esplicativa per restare incollato alla materia viva della storia, ovvero quella transizione brutale e quasi sospesa che segue il ritiro degli Stati Uniti dall’Afghanistan e che consegna, nel silenzio delle basi abbandonate, un arsenale e un immaginario intero nelle mani dei talebani.
«Nel momento in cui abbiamo avuto accesso alla base, abbiamo capito che non si trattava solo di un documentario, ma di un vero documento sulla transizione di potere», racconta Nash’at, e il peso di questa affermazione sta proprio nel fatto che non nasce come riflessione a posteriori, ma come consapevolezza immediata, maturata mentre le immagini prendevano forma e mentre diventava evidente che ciò che si stava registrando non era semplicemente cinema, ma un frammento di storia difficilmente replicabile, «da un’autorità straniera a un regime locale repressivo», con tutta la responsabilità che questo comporta in termini di sguardo, selezione e restituzione.
A rendere ancora più significativo il percorso del film è anche la sua distribuzione, perché Hollywoodgate è disponibile su IWONDERFULL Prime Video Channels, la piattaforma curata da I Wonder Pictures che negli ultimi anni ha costruito un catalogo sempre più attento al cinema del reale e alle narrazioni internazionali più urgenti, e che qui trova una perfetta coerenza editoriale: portare dentro lo spazio domestico dello spettatore un’opera che nasce da un accesso quasi impossibile e che lavora proprio sulla tensione tra ciò che viene mostrato e ciò che resta fuori campo, tra la costruzione consapevole dell’immagine — con i talebani che sanno di essere ripresi — e la necessità di leggere oltre, trasformando la visione in un’esperienza attiva, quasi investigativa, in cui ogni dettaglio, ogni silenzio e ogni sguardo diventano parte di un racconto che continua anche dopo i titoli di coda.
Essere dentro senza alterare ciò che accade
La scelta più radicale del film, e forse anche la più difficile da sostenere, è quella di ridurre al minimo la presenza del regista, trasformando la macchina da presa in uno strumento che osserva senza occupare spazio, senza interferire, senza imporre una lettura immediata di ciò che accade, una posizione che Nash’at sintetizza con estrema chiarezza: «Il punto è occupare il minor spazio possibile, essere presenti nella stanza senza interferire», lasciando che la realtà si dispieghi davanti all’obiettivo anche quando questa realtà è profondamente scomoda, anche quando riguarda un sistema di potere con cui non esiste alcuna affinità, perché «ci sono molte cose che non condivido di ciò che fanno o dicono», ma proprio per questo «a volte restare in silenzio è l’unico modo per poter continuare a filmare».
Questa sottrazione non è mai neutra, perché implica accettare una tensione costante tra osservazione e rischio di legittimazione, una dinamica che il film non nasconde ma anzi espone, mostrando quella che il regista definisce una sorta di “power dance”, in cui la presenza stessa della camera diventa parte del gioco, uno strumento che può essere utilizzato anche da chi detiene il potere.
L’immagine come costruzione consapevole
Uno degli elementi più destabilizzanti di Hollywoodgate è proprio la consapevolezza, da parte dei talebani, di essere osservati, un dettaglio che in altri documentari verrebbe neutralizzato in fase di montaggio e che qui invece viene mantenuto e reso centrale, come spiega Nash’at: «Volevamo ricordare allo spettatore che loro sanno di essere ripresi», trasformando così lo sguardo in qualcosa di esplicitamente negoziato, in cui ciò che si vede non è mai completamente spontaneo, ma è anche ciò che i soggetti scelgono di mostrare, «perché quello che si vede è anche ciò che loro vogliono che si veda», aprendo inevitabilmente una riflessione sul rapporto tra immagine, propaganda e costruzione del consenso.
Il potere come linguaggio universale
Il film evita con precisione chirurgica qualsiasi semplificazione ideologica, scegliendo invece di lavorare sui meccanismi profondi del potere, che prescindono dal contesto specifico e diventano riconoscibili ovunque, ed è lo stesso regista a sottolinearlo: «Ogni regime autoritario funziona allo stesso modo, utilizza tutti gli strumenti disponibili», inclusa la religione, che «per i talebani è semplicemente uno strumento tra gli altri», una chiave di lettura che amplia il discorso e permette allo spettatore di leggere Hollywoodgate non solo come un film sull’Afghanistan, ma come una riflessione più ampia su come il potere si costruisce, si consolida e si rappresenta.
Il silenzio come scelta narrativa
A rendere ancora più stratificato il racconto è il lavoro sul linguaggio cinematografico, che sceglie di affidarsi spesso al silenzio e alla forza dell’immagine, evitando una sovrabbondanza di spiegazioni e lasciando che siano i dettagli a costruire il senso, una scelta che non è solo estetica ma profondamente narrativa, come racconta Nash’at: «Il cinema sta nel silenzio e il diavolo nei dettagli», un principio che ha richiesto un lavoro lunghissimo, «un anno per catturare quei momenti e un altro anno per montarli», con l’obiettivo di restituire complessità senza appesantire lo sguardo.
Il rischio quotidiano e la responsabilità del racconto
Girare in un contesto controllato dai talebani significa confrontarsi ogni giorno con il rischio, con la possibilità concreta di non poter continuare, con il dubbio costante su quanto sia giusto andare avanti, e questa dimensione emerge chiaramente nelle parole del regista: «Ogni giorno pensavo di aver fatto abbastanza, ogni volta che lasciavo il Paese credevo che non sarei tornato», una tensione che però si scontra con un senso di responsabilità ancora più forte, quello di restituire una narrazione diversa, capace di superare la rappresentazione riduttiva dell’Afghanistan fatta solo di paura o pietà, per arrivare invece a una comprensione più profonda di ciò che il Paese ha attraversato negli ultimi decenni.
Un film contro la guerra, senza retorica
In un contesto mediatico che spesso semplifica e polarizza, Hollywoodgate sceglie di sottrarsi a qualsiasi logica binaria, evitando di costruire un racconto che indichi colpevoli o assolva qualcuno, e lasciando emergere una posizione che è insieme politica e narrativa: «Non volevamo dire che una parte è migliore dell’altra», spiega Nash’at, «ma mostrare che vent’anni di guerra hanno solo riportato i talebani al potere», trasformando il film in una riflessione più ampia sull’inefficacia strutturale del conflitto come strumento di risoluzione.
Il prezzo personale dello sguardo
Raccontare tutto questo ha un costo che non è solo professionale ma profondamente personale, perché se da un lato l’accesso rappresenta un privilegio raro, dall’altro lascia segni difficili da elaborare, come ammette il regista: «È un’esperienza a doppio taglio, da un lato è un privilegio osservare tutto da vicino, dall’altro è traumatico», tanto da rendere necessario un percorso di terapia per affrontare ciò che è stato vissuto e interiorizzato.
Ed è forse proprio in questa frattura, tra il bisogno di raccontare e il prezzo da pagare per farlo, che Hollywoodgate trova la sua dimensione più autentica, trasformandosi in un film che non cerca di rassicurare, ma che costringe a restare dentro le immagini e dentro le domande che inevitabilmente sollevano.
