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Milano sempre più green? I numeri che mettono in crisi il modello Sala tra alberi mancanti e promesse disattese

Milano sempre più green? I numeri che mettono in crisi il modello Sala tra alberi mancanti e promesse disattese

Milioni di alberi mai piantati, sempre più auto in città e persino l’idea di ridurre l’impatto del nuovo San Siro grazie a “crediti di carbonio” comprati all’estero. Così la tanto strombazzata sostenibilità di Beppe Sala è una facciata col trucco

Tra la fine del 2020 e la campagna per il secondo mandato a Palazzo Marino, nell’autunno del 2021, Giuseppe Sala capì che il verde non era più un capitolo marginale del programma, ma il vestito perfetto con cui ripresentarsi ai milanesi dopo il Covid. Milano usciva dalla pandemia, la sensibilità climatica cresceva, Greta Thunberg arrivava a Youth4Climate proprio in città accusando i leader di fare solo «bla bla bla», e Beppe si mise a cavalcare quell’onda promettendo una metropoli più fresca, più green, più respirabile. Nel programma del 2021 parlava di 3 milioni di alberi piantati, 20 nuovi parchi e di una vera svolta ambientalista; pochi mesi prima, il Comune aveva già adottato il Piano aria e clima, circa 600 pagine di documenti e allegati che sulla carta dovevano cambiare la metropoli, ma che col tempo sono sembrati molto più utili a riempire schede-obiettivo e bonus dirigenziali che a migliorare davvero l’aria dei milanesi.

Sulla carta, il Pac era imponente: riduzione del 45% delle emissioni di CO2 entro il 2030, carbon neutrality nel 2050, rientro nei limiti sugli inquinanti e contenimento del surriscaldamento urbano con una città più fresca, più ombreggiata e meno impermeabilizzata. Le azioni ufficiali sono 50 e toccano aria, energia, mobilità, adattamento climatico e stili di vita. Intorno a questa promessa si è consolidata una vera macchina comunale del verde: sul piano politico Elena Grandi, assessore all’Ambiente e verde; sul piano tecnico-amministrativo dirigenti come Angelo Pascale, direttore della direzione Verde e ambiente, e Paola Viganò, direttrice dell’Area verde. Sono loro, più ancora della giunta, i veri perni esecutivi della filiera comunale che avrebbe dovuto tradurre la retorica ecologica in risultati misurabili.

Eppure, proprio la più recente inchiesta su San Siro mostra al meglio quanto quella facciata verde possa essere servita a rendere presentabili scelte di ben altra natura. Nelle carte degli inquirenti, infatti, la famosa “neutralità carbonica” del progetto dei club compare come uno dei nodi aperti della trattativa; nelle chat attribuite all’ex assessore Giancarlo Tancredi e al direttore generale Christian Malangone affiora persino il ricorso a crediti di carbonio comprati all’estero, fino al richiamo al precedente di Expo 2015 quando si sono “piantati” alberi in Brasile. Tradotto: non ridurre davvero qui l’impatto di un progetto molto pesante, ma compensarlo sulla carta altrove. È il punto in cui il green di facciata diventa quasi didascalico: una vernice ecologica utile a coprire un’operazione che resta, nel merito, fortemente, anzi quasi esclusivamente, di speculazione immobiliare.

Il problema è che, quasi dieci anni dopo l’inizio dell’era Sala, il bilancio reale appare molto meno brillante della narrazione. Prendiamo ForestaMi, il progetto-bandiera: l’obiettivo ufficiale resta 3 milioni di alberi entro il 2030 nella Città metropolitana, ma il conteggio pubblico era arrivato a poco più di 611 mila piante tra alberi e arbusti a inizio 2024. Non è zero, ma nemmeno la rivoluzione promessa. E soprattutto dice una cosa semplice: per arrivare davvero a 3 milioni entro quattro anni, il ritmo dovrebbe accelerare di molto. ForestaMi esiste, ma fin qui ha inciso più come grande racconto metropolitano che come trasformazione compiuta del tessuto urbano milanese. E anche qui la cifra va letta bene: si parla di milioni o centinaia di migliaia di alberi e arbusti, ma spesso si tratta di piantine forestali messe a dimora una accanto all’altra, già sapendo che una parte molto consistente non sopravviverà.

Lo stesso vale per il verde a disposizione dei milanesi. Il nuovo Pgt fissa l’obiettivo di 45 mq di flora urbana per abitante entro il 2030, ma l’ultimo dato comunale, aggiornato nel 2026 su base Istat, dice che la città è ferma a 18,8 mq, contro i 18,9 mq dell’anno prima: non cresce, cala. E c’è di più. Dietro il racconto di ForestaMi c’è anche il tema, molto meno celebrato, della mortalità delle piantumazioni: nel 2023 è emerso che erano andate perse circa 16 mila piante, con la siccità indicata come concausa e forti polemiche sulla manutenzione. È un dato che pesa politicamente, perché mostra che non basta piantare alberi: bisogna anche mantenerli vivi. E invece, anche qui, la giunta ha venduto molto meglio l’annuncio della sua tenuta concreta.

Per non far morire i giovani alberi nelle estati sempre più torride, bisogna irrigarli. Eppure, molti impianti dei giardini pubblici risultano da anni fuori uso o mai riparati. Si sarebbero potuti creare nuovi sistemi sfruttando l’acqua di prima falda e usando fondi Pnrr o risorse europee per la transizione ecologica. Invece niente. Ed è anche da queste cose semplici, non fatte, che si misura la distanza tra il green proclamato e quello praticato.

Anche perché il verde milanese non cresce in un vuoto astratto: cresce, o dovrebbe crescere, dentro una città che continua a scaldarsi. Un dossier del 2025 ricorda che a Milano l’effetto isola di calore è «molto sensibile», con una differenza di 4,2°C tra le aree più urbanizzate e quelle vegetate; nell’estate 2024 si sono registrati 6 giorni di massimo livello di rischio caldo, 3 ondate di caldo e 27 decessi in eccesso tra gli over 65 nel solo mese di agosto. Il paradosso è tutto qui: mentre il Comune parla il linguaggio dell’adattamento climatico, la città reale continua a essere una trappola rovente sempre più dura da sopportare, soprattutto nei quartieri densi e poveri di ombra.

Nemmeno il fronte degli alberi consente trionfalismi. Il nubifragio del luglio 2023 abbatté quasi 5 mila esemplari e mostrò quanto fragile fosse il patrimonio arboreo urbano. E intanto in città manca ancora una vera anagrafe degli arbusti, altro tema rinviato da anni e che con ogni probabilità finirà sulle scrivanie dell’amministrazione che uscirà dalle urne nel 2027. Sul PM10 il quadro è meno apocalittico ma non assolve la città. Arpa Lombardia certifica che il 2025 è stato un anno migliore del 2024, con un miglioramento complessivo della qualità dell’aria. Ma a Milano le centraline di Pascal e Marche hanno comunque registrato 66 giorni oltre il limite giornaliero, quasi il doppio della soglia dei 35 superamenti. In una città che ha fatto della sostenibilità un marchio identitario, il fatto che due stazioni restino così lontane dal target dice molto più di qualsiasi slogan.

Le misure più visibili della svolta verde sono state soprattutto Area B e Area C. Ma anche qui il bilancio è meno trionfale della narrazione: mentre il Comune rivendica il calo degli ingressi e dei veicoli più inquinanti, il parco mezzi circolante è comunque cresciuto fino a sfiorare il milione e gli stessi documenti riconoscono che Area B ha avuto effetti molto più limitati di Area C, con una riduzione degli accessi di appena circa il 3%. A questo si aggiunge una trasparenza dei dati spesso insufficiente, che rende difficile misurare davvero l’impatto delle politiche ambientali.

Lo stesso vale per l’urbanistica tattica. Il programma Piazze Aperte ha ridisegnato decine di spazi, ma col tempo è diventato il simbolo di un’altra contraddizione: aree pensate come conquista urbana, poi contestate per schiamazzi, degrado e difficoltà per residenti e negozi. E, a ben guardare, di green spesso hanno solo il colore sull’asfalto: anche la depavimentazione si è tradotta in più di un caso in cemento drenante, con costi alti e risultati modesti. Fino al paradosso di Parco Sempione, dove lavori invasivi hanno compromesso il prato mentre si invocava la biodiversità.

Ed è qui che il verde di Sala smette di apparire incompiuto e comincia a sembrare una facciata. Nelle tante inchieste aperte il lessico della sostenibilità e della rigenerazione ricorre spesso come copertura di operazioni molto più pesanti: il caso simbolo è l’“Hidden Garden” di piazza Aspromonte. E proprio in questo procedimento una giudice ha appena ammesso come parti civili una quarantina di residenti e cittadini milanesi, accogliendo anche un’azione popolare in sostituzione del Comune, persona offesa ma mai costituitasi parte civile.

Il meccanismo ritorna anche negli altri filoni: via Stresa racconta una torre fatta passare, secondo l’accusa, per ristrutturazione; San Siro porta all’estremo lo stesso paradosso. Cambiano i dossier, non la logica: una patina ambientale per rendere più presentabili operazioni spinte da altre convenienze.

Il paradosso finale è che questo verde scivolato nel greenwashing è stato gestito da un’assessore, Elena Grandi, che viene da un partito ambientalista. La frattura in quel frastagliato mondo milanese lo dimostra bene: Carlo Monguzzi, storico ambientalista e tra gli ultimi a criticare con continuità la giunta Sala su questo terreno e su San Siro, scomparso prematuramente pochi giorni fa, aveva rotto proprio con Grandi sulla mancata cura degli alberi e affini. E anche il modo in cui fu poi messo da parte da capogruppo racconta quelle tensioni. Il giudizio sul sindaco, quindi, diventa inevitabile: più che fare della sostenibilità una politica, ne ha fatto una copertura dietro cui Milano ha continuato a cementificare, scaldarsi e soffocare.

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