Vincere il derby non è importante: è l'unica cosa che conta
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Vincere il derby non è importante: è l'unica cosa che conta
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Vincere il derby non è importante: è l'unica cosa che conta

Arriva il momento del derby di Genova, la vigilia di Blucerchiando

Anche quest'anno è arrivata la giornata più lunga. Quella del derby. Quella preceduta da ore passate a cercar motivi per minimizzare il problema e la tachicardia.

È solo una partita di calcio.

È solo un gioco.

Le cose importanti sono altre.

Falso. Chi vi dice così simpatizza, non ama. La verità è che il derby di Genova non si può spiegare a chi non lo vive, così come non si può spiegare il palio di Siena a chi non nasce in una contrada. Tensione, paura, voglia di essere lì per gridare forte e sentirsi tutti uniti contro il nemico. Motivo in più se come domenica giocherai il derby in trasferta, costretto a far convivere la fastidiosa vista della Nord con l'insopportabile presenza della loro mascotte della specie columba defecans. Perché a Genova il derby è uno spettacolo con pochi eguali nel calcio italiano ed europeo, una gara di nervi che strema emotivamente e fisicamente tutta una città.

Vincere. Vincere ad ogni costo. Perché vincere il derby ha lo stesso sapore della notifica di bonifico ricevuto, sposta equilibri e guarisce dai mali, valorizza anche l'autunno e il freddo, fa bene alla circolazione e alla pressione, fa ridere e bere, fa bene al cuore. Negli ultimi anni noi doriani abbiamo vissuto tante stracittadine da incubo. Partite in cui più che della sconfitta la vera sofferenza nasceva dal vederli felici di un blasone creato ad hoc dalle loro menti. A dir la verità tra il derby di Maxi e quello di Icardi e del bomber Bovo anche noi ci siamo divertiti non poco, tuttavia le sconfitte degli ultimi anni a suon di 3-0 e 3-1 sono state umilianti più per l'approccio alla gara che per il risultato. Loro giocheranno con il sangue agli occhi come sempre, con la stessa rabbia e invidia inconscia con cui il fratello ciccione guarda il più piccolo che recita e canta.

Che botte siano, ma solo in campo. Montecchi e Capuleti in una storia d'amore, ognuno con il suo.

Respirate a fondo, chiudete gli occhi e immaginate il clima: il castello rosso illuminato, i cori, gli sfottò, i sorrisi, le aspettative, le paure, le unghie mangiate, le birre bevute, le gambe mai ferme e la voglia che tutto finisca. I fidanzati di fede diversa che si salutano con un bacio prima di diventare nemici per 90 minuti, le famiglie che per un'ora e mezza annullano i gradi di parentela. Quelli che non reggono lo stress, si agitano davvero e dalle 20,45 spariscono con l'iPod sul monte Fasce. E poi quelli fastidiosi, che non seguono mai il calcio ma l'occasione per "menarlo agli altri" non la perdono per nessun motivo.

I bimbi che ridono, quelli che piangono.

Gli adulti che ridono, ma in realtà piangono.

Il simbolo della Samp? Il baciccia, chiaro. La nosta gradinata, la nostra città. Manca poco e poi Genova tratterà il respiro. E io con lei... Fino alle 22,30 di domenica....

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