Phil Jackson ai Knicks: sfida impossibile?
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Phil Jackson ai Knicks: sfida impossibile?
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Phil Jackson ai Knicks: sfida impossibile?

Chiamato a dirigere la franchigia dalle spese più folli dell'Nba, "coach Zen" dovrà dare fondo a tutta la sua arte: ecco tutti i pro e i contro

Sempre ricchi grazie al "paperone" James Dolan, sempre nelle zone di rincalzo della Eastern Conference, ormai con la concorrenza dei Brooklyn Nets alle soglie del Madison Square Garden, i New York Knicks sono prossimi ad affidare il management del club al leggendario Phil Jackson (due titoli da giocatore proprio nella Grande Mela e 11 anelli da coach tra Chicago Bulls e Los Angeles Lakers) per tornare finalmente a essere protagonisti nell'Nba.

Mossa soprattutto mediatica o soluzione potenzialmente vincente? "Direi che la scelta di Jackson sia un tentativo quasi disperato per provare a riportare carisma e ritrovare scelte sensate", risponde Marco Taminelli, direttore del sito dailybasket.it e attentissimo osservatore (anche per ragioni di tifo) delle vicende legate ai New York Knicks. "Purtroppo, non credo però che un uomo con l'ego e la scarsa lungimiranza di Dolan possa cambiare: in altre parole, dubito che Phil Jackson possa avere carta bianca e il successo o meno di coach Zen dipende proprio da quanta autonomia decisionale gli sarà effettivamente lasciata".

Il passato più o meno recente non parla certo a favore di questo scenario...
"Infatti. L'esempio illuminante di Donnie Walsh è emblematico: chiamato a New York per sanare i conti di un salary cup drammatico (fattore tuttora destabilizzante con 87 milioni, secondo solo a quello di Prokhorov dall'altra parte del ponte di Brooklyn), si rifiutò di smantellare la squadra per arrivare a firmare Carmelo Anthony. Sappiamo tutti com'è andata: Dolan prese il comando delle operazioni e generosamente spedì a Denver Chandler, Gallinari, Mozgov più varie scelte per avere in maglia Knicks l'agognato Melo, che comunque sarebbe arrivato in estate. Questo mi fa pensare che il lupo perde il pelo...".

Il fatto che Phil Jackson abbia giocato e vinto a New York nel 1973 può aiutarlo, al di là della scaramanzia?
"Da uomo di grande cultura e fiuto per l'impresa, Jackson sa di essere già nella storia del gioco e che vincere a New York anche da dirigente lo renderebbe praticamente immortale. La franchigia aspetta un titolo dal 1973 e nessuno meglio di lui lo sa, perché allora era appunto un orange&blue, mentre vinse solo sulla carta il titolo del 1970, visto che fu infortunato per tutta la stagione. In questo senso possiamo parlare di una scelta chiaramente economica, visto che Jackson sarà pagato a peso d'oro, ma anche a suo modo romantica. Da anni il suo nome era accostato ai Knicks proprio per questo motivo: la storia che si ripete e che trova la propria naturale conclusione dove tutto ebbe inizio. Un lieto fine comunque ancora da scrivere, perché per lui sarà davvero arduo riportare il successo laddove, statistiche alla mano, è quasi impossibile farlo".

Come credi che si muoverà Jackson, qualora gli sia ovviamente lasciata la necessaria autonomia?
"Jackson ha il fiuto, il carisma e l'autorevolezza per fare operazioni decise e nette. Non ha l'onere della panchina, ma ha comunque lo status per rendere appetibile la scelta di andare a giocare nei Knicks da parte di alcune star Nba: non più l'approdo per chi vuole esclusivamente un super-salario, ma l'ingresso in una franchigia dalla mentalità vincente. E qui il parallelismo tra Jackson e Pat Riley, al quale si deve l'ultima grande stagione del basket newyorkese, diventa quanto mai scontato: mentalità, organizzazione, progetto".

Nel dettaglio, che mosse ci possiamo aspettare in questo senso?
"New York è diventata la barzelletta della lega per i suoi 'estrosi' protagonisti (di cui J.R. Smith è ormai il simbolo), oltre che per i salari astronomici, incluso purtroppo quello di un tanto deludente quanto sfortunato Andrea Bargnani. Mi aspetto allora una pulizia assoluta del roster, incluso l'uomo dalla pistola facile Raymond Felton, e l'arrivo di un coach fidato del team Jackson: in questo senso sembra prendere piede la candidatura di Steve Kerr. Il 2015 sarà l'anno-chiave e condizionerà per almeno un lustro il futuro dei Knicks, visto che ci saranno in scadenza il super contratto di Stoudemire (23 milioni abbondanti), quello di Bargnani, così come quelli di Tyson Chandler e Carmelo Anthony. Sui primi due, Amare e il Mago, nessun dubbio: saranno lasciati scadere i contratti oppure, in caso di partner trovati in corsa, verranno scambiati prima della chiusura di febbraio 2015. Mentre Melo deciderà già questa estate, con la possibilità di diventare free agent o con un rinnovo a cifre fastose".

Dalle prime dichiarazioni, l'ex Nuggets non pare però così entusiasta dell'arrivo di Jackson...
"E credo che nemmeno coach Zen sia un tifoso della prima ora di Anthony. Sull'autonomia reale di Jackson e sul futuro dei Knicks capiremo molto proprio da ciò che accadrà rispetto a questo specifico caso. La mia personalissima opinione è che vada comunque rifatto il maquillage partendo da zero, ma a New York queste operazioni sono quasi impossibili: marketing e necessità immediata di risultati portano spesso alla star strapagata. E la storia dimostra che i contratti da almeno 100 milioni per giocatori ormai in parabola discendente sono nel dna di Dolan: prima Allan Houston, poi le ginocchia cigolanti non assicurate di Stoudemire, ora il Melo che a fine maggio spegnerà le 30 candeline... Rizollare il terreno potrebbe però essere davvero la mossa vincente di Jackson, anche perché nel 2015 i Knicks avranno finalmente anche una prima scelta, dopo aver gettato a ripetizione le precedenti con scambi scellerati".

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