Nuovi stadi, non è tutto oro quel che luccica
Nuovi stadi, non è tutto oro quel che luccica
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Nuovi stadi, non è tutto oro quel che luccica

Un campionato in disarmo, grandi giocatori che emigrano all’estero, squadre irrilevanti sullo scenario europeo: dopo anni di crisi e il disastro dei Mondiali di Brasile 2014, il calcio italiano sembra entrato in coma vigile. Basteranno gli stadi di proprietà a …Leggi tutto

Il rendering del nuovo stadio della Roma (credits: ufficio stampa As Roma)

Un campionato in disarmo, grandi giocatori che emigrano all’estero, squadre irrilevanti sullo scenario europeo: dopo anni di crisi e il disastro dei Mondiali di Brasile 2014, il calcio italiano sembra entrato in coma vigile. Basteranno gli stadi di proprietà a invertire il trend? Presidenti e addetti ai lavori scommettono sul sì. E la politica, che si prepara ad approvare una contestata legge in materia, sembra disposta ad assecondare i loro desideri. Ma quando il mondo del calcio incontra quello degli affari, non sempre le cose sono come appaiono.Per capire meglio qual è lo stato dell’arte, Panorama.it ha intervistato Diego Tarì, ideatore del sito Tifoso Bilanciato e uno dei massimi esperti italiani di football business, da poche ore negli store con l’ebook All’ultimo stadio (pubblicato da Informant).

Quanto pesa oggi la voce “ricavi da stadio” sui fatturati della serie A italiana?

È una voce ancora marginale: nella stagione 2012/13 le squadre, tra biglietti e abbonamenti, hanno fatturato circa 190 milioni di euro, cioè il 10,3% dei ricavi totali al netto delle plusvalenze. Tra l’altro il peso di questa voce è addirittura in diminuzione sia in valori assoluti (nel 2009/10 erano 227 milioni), sia come percentuale sul totale dei ricavi (13,3%).

Quali sono le ragioni?

La crisi certamente incide e lo stadio finisce tra le spese non necessarie da tagliare, sopraqttutto alla luce della “concorrenza”  delle televisioni. Ma anche la Tessera del Tifoso, che costringe a slalom per comprare il biglietto ha sicuramente disincentivato una parte di persone che prima, magari saltuariamente, allo stadio ci andavano.

Il gap con i campionati stranieri è colmabile?

Per le grandi squadre è molto difficile. Ma non è solo colpa degli stadi: le nostre squadre di Serie A sono spesso perdenti anche sul fronte delle sponsorizzazioni, del merchandising. Mettiamola giù diversamente: per troppo tempo i presidenti e la lega si sono concentrati solo sui diritti televisivi (dove siamo pur sempre il secondo campionato più ricco dopo l’inarrivabile Premier League) tralasciando il resto, con la conseguenza che adesso riequilibrare le voci di ricavo è molto più ostico. Per le medie e piccole il discorso è diverso: con l’eccezione della Premier, in realtà i nostri club potrebbero ancora recuperare il divario con le concorrenti europee. Ma anche loro devono lavorare sulla diversificazione dei ricavi. Lo stadio, in questi casi, può aiutare; ma bisogna avere la forza di sostenere l’investimento.

Inglese, tedesco, olandese, persino americano: nel tuo ebook citi molti casi concreti di gestione ottimale degli impianti sia dal punto di vista della messa a reddito sia da quello dell’ammortizzazione di costi. Quale dovrebbe essere, a tuo giudizio, il modello straniero di riferimento?

La prima domanda che ogni squadra dovrebbe farsi è se convenga a tutti i costi realizzare uno stadio nuovo, senza aver magari prima verificato i costi di una ristrutturazione (anche importante) dell’esistente. L’Udinese, in questo senso, è un esempio pratico: con una cifra inferiore ai 30 milioni avrà una struttura polifunzionale, in grado ragionevolmente di dare alla società tutti i benefici dello stadio moderno, senza però affossarla dal punto di vista finanziario. Detto questo credo che sia difficile importare “tal quale” un modello straniero.

Perché?

Perché sono diversi gli approcci e la cultura. In Inghilterra, ad esempio, c’è un modo diverso di andare allo stadio, molto più redditizio per la squadra perché il tifoso spende per mangiare, bere e per il merchandising, oltre ad acquistare biglietti più cari. Di loro apprezzo il fatto che tendenzialmente si siano autofinanziati senza tante storie su interesse pubblico, leggi ed amenità varie che animano il nostro dibattito nazionale: vuoi lo stadio? Bene, te lo costruisci tu con i tuoi soldi perché sei un’azienda privata. La Germania per certi versi mi affascina perché, grazie alla programmazione degli anni 2000 che ha riformato il modo di fare calcio e grazie soprattutto alla forte identificazione fra tifosi e squadra dovuta alla regola del 50+1 (con poche eccezioni le squadre di calcio sono di proprietà dei tifosi, nessuno può avere più del 49%), sono riusciti a sfruttare il Mondiale 2006 ristrutturando gli stadi senza aumentare i costi dei biglietti. Ma hanno dalla loro ricavi da merchandising impensabili per l’Italia e sponsorizzazioni da parte del tessuto economico locale. Noi dovremmo cercare il nostro modello. Proprio perché siamo diversi, proprio perché sappiamo che abbiamo meno potere sulle altre leve di ricavo, dovremmo provare a fare degli impianti che consentano di diversificare i ricavi, senza però impegnarsi con costi non sostenibili.

(grafico tratto dall'ebook "All'Ultimo stadio", per gentile concessione dell'editore Informant)

In Italia il primo esperimento in questo senso è stato lo Juventus Stadium. Come sta andando?

Bene. A monte c’è stata una scelta precisa della società di contenere i posti disponibili a 41.000, probabilmente per essere certi di saturare sempre l’impianto. Questo significa, però, che lo stadio ha già dato alla Juventus tutto quello che poteva: un incremento di ricavi, cresciuti di circa 30 milioni rispetto all’ultima stagione giocata all’Olimpico, un risultato netto finale positivo e un flusso di cassa netto annuale interessanti. Però leggendo i numeri e confrontandoli con le altre grandi squadre si capisce subito che il gap è ancora enorme. In attesa dello sviluppo del progetto Continassa, che potrebbe portare altri ricavi collaterali, la Juventus deve lavorare (e lo sta facendo) sulle altre voci, sempre le solite: sponsor, merchandising, eccetera.

Anche il Sassuolo simpatia di Squinzi adesso ha uno stadio tutto suo, anche se a Reggio Emilia.

Squinzi ha rilevato l’ex impianto della Reggiana che fu la prima società a investire nella costruzione di un impianto proprio. Quella case history conferma ciò che dicevamo all’inizio: la proprietà dello stadio non è garanzia di successo, perché se poi la squadra va in difficoltà mancano i soldi per pagare i mutui ed i costi di gestione. Ora il Sassuolo ha il vantaggio di aver speso poco e può investire per trasformarlo e migliorarne la resa. Probabilmente Squinzi non si sarebbe lanciato in un progetto da 50/60 milioni per costruire ex novo uno stadio, per giunta in un piccolo centro.

E a Roma cosa sta succedendo?

Siamo di fronte al primo vero caso di applicazione della legge sugli stadi. Se avete seguito il dibattito delle ultime settimane, l’argomento centrale è stato il riconoscimento dell’interesse pubblico dell’iniziativa da parte del Comune, elemento fondamentale per poter usufruire dei benefici della normativa approvata lo scorso dicembre. Senza quella non sarebbe stato possibile l’iter burocratico accelerato (che dovrebbe portare ad una risposta definitiva di tutti gli enti interessati entro 6/8 mesi) ma, soprattutto, sarebbero sparite le famose “compensazioni”, indispensabili per garantire l’equilibrio economico e finanziario di questi progetti.

Di cosa si tratta?

Un’opera qualificata come di pubblica utilità normalmente nasce con un obiettivo non di lucro immediato, perché rivolta a intercettare e soddisfare esigenze della collettività. Per incentivare l’investimento privato la legge (non quella sugli stadi, ma la normativa nazionale) prevede che si possa garantire una compensazione economica all’investitore mediante iniziative collaterali, per rendere l’investimento  redditizio nel suo insieme. Ad esempio, il Comune può modificare la destinazione d’uso di terreni di proprietà del soggetto promotore consentendo la realizzazione di appartamenti o uffici, in modo che questi ne tragga un beneficio economico, una “compensazione”, appunto, rispetto al progetto di pubblica utilità. Quanto tutto questo sia correttamente applicabile ad uno stadio di calcio è discutibile. Certamente se vogliamo favorire l’investimento privato qualcosa va concesso, ma l’importante, e in questo senso l’attuale normativa sembra aver cercato di introdurre qualche paletto, è che non si esageri e cioè che lo stadio non diventi lo strumento per sdoganare un’operazione immobiliare sproporzionata che in assenza dell’impianto non sarebbe mai stata approvata. Che è poi la critica che viene fatta nel caso della Roma.

Il Parlamento sembra essere in altre faccende affaccendato e l’elezione di Tavecchio ha rimescolato carte e alleanze in Figc. Cosa dobbiamo aspettarci sul fronte dell’iter legislativo?

Nel settembre del 2013 è stato presentato l’ennesimo progetto di legge, visto che quelli del passato non erano mai riusciti a superare l’iter necessario fra le Commissioni di Camera e Senato. Ecco, questo mi pare il primo testo che cerca di tenere un certo equilibrio fra interesse dei Presidenti delle squadre ed interesse dei cittadini. Nel febbraio 2011 eravamo arrivati ad un vero e proprio blitz che, se fosse riuscito, ci avrebbe di fatto consegnato una normativa che consentiva – purché ci fosse uno stadio di mezzo – di agire in deroga a qualunque vincolo esistente, fosse questo paesaggistico, storico o anche idrogeologico. Una follia. In realtà una normativa adesso noi l’abbiamo. E non è neanche tanto male, nel senso che risolve il problema delle lungaggini burocratiche, garantisce le compensazioni ma, nello stesso tempo, ne limita le tipologie, escludendo operazioni immobiliari di tipo residenziale. Quindi oggi se una squadra di Serie A vuole costruire o ristrutturare il proprio stadio ha già un quadro di riferimento certo, tutto sommato interessante e valido. Basta trovare i soldi…

 

 

 

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