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A -25 gradi, lui sfilava sorridente (e bello) a torso nudo e con il manafau, la tipica gonna usata nel suo Paese per le danze, sventolando la bandiera di Tonga, unico rappresentante dell'isola polinesianaPita Tautatofua ha di certo fatto colpo alla cerimonia d'apertura delle Olimpiadi di PyeongChang. E l'aveva fatto anche due anni fa in Brasile, ai Giochi di Rio 2016: anche allora era il portabandiera di Tonga e sfilava con busto in bella vista lucido d'olio. 

Due Olimpiadi in due anni, in due discipline diverse

Sì, perché il bel Pita è il granitico ragazzone capace di partecipare sia alle olimpiadi invernali sudcoreane che a quelle estive brasiliane con due specialità diverse. Due anni fa gareggiò a Rio nel taewkondo, ora invece in Corea del Sud partecipa alla 15 km a tecnica libera di fondo
In Brasile fu eliminato nel suo primo incontro dall'iraniano Sajjad Mardani.

34 anni, nato in Australia e cresciuto a Tonga, madre australiana e padre tongano, laureato in Ingegneria, Pita Tautatofua ha il taewkondo come sua vera passione, lo pratica da quando aveva 4 anni: "Ce l'ho nel sangue, anzi è il mio sangue". Ma aveva voglia di cimentarsi con qualche altra disciplina, e ha scelto quella che secondo lui è la più dura: lo sci di fondo. "Volevo qualificarmi ma soprattutto essere fonte d'ispirazione", ha detto, circa la sua partecipazione a PyeongChang 2018. "Non salirò sul podio ma fra quattro oppure otto anni, qualcuno che arriva da Tonga o dal Pacifico che ora mi sta guardando potrà pensare di avere accesso a qualcosa di cui ignorava l'esistenza".

Cosa fatto per qualificarsi per PyeongChang

A Tonga non esistono vestiti invernali, figurarsi la neve. Non a caso Pita è l'unico rappresentante del suo Paese in Corea. "Arrivare a questi Giochi è stata la cosa più dura che abbia mai fatto", ha raccontato Pita. "In tutta la mia vita, avrò trascorso 12 settimane sulla neve e sono disposto ad arrivare anche a 13 pur di terminare la gara". 

Si è allenato in Australia, a Brisbane, in spiaggia: a un paio di ski roll ha applicato delle tavolette di legno e ha iniziato a correre cercando l'equilibrio. 
Il 20 gennaio, in Giappone, dopo sette tentativi falliti, ha centrato la qualificazione per PyeongChang.

"La 15 km a tecnica libera non è mai stata una gara adatta a me, c'è una sorta di amore-odio", confessa Pita. "Mi sono qualificato con i 10 km che è una sorta di limite alle mie qualità per cui il primo passo sarà finire la gara prima che spengano le luci. E numero due, non finire contro un albero", aggiunge con autoironia.  

Gareggia venerdì 16 febbraio.

Il riscatto di Pita e il sogno di una nuova Olimpiade

Ingegnere e atleta, in passato ha fatto anche il modello. Pita vive in Australia, dove si allena sei ore al giorno. Lavora anche presso la Sandgate House, dove insegna ai bambini senzatetto a sviluppare capacità di vita indipendenti.

Essere alle Olimpiadi, oggi, per lui è un riscatto dal passato: "Da ragazzino, quando sono cresciuto a Tonga, ero il più piccolo, il più magro, il più lento a scuola. Per quattro anni di fila ho provato a giocare a rugby, sono andato a ogni allenamento, non ne ho perso uno ma in quattro anni non mi hanno mai dato una chance, non mi hanno mai mandato in campo. Per gli allenatori non meritavo di correre nemmeno per gli ultimi due minuti. Ma questo mi ha insegnato due cose: la prima è che non sono uno che molla, la seconda è che all'epoca avevo bisogno di allenatori migliori perché non è così che si tratta la gente". 

Per il futuro sogna nuove Olimpiadi, magari in un terzo sport, anche a 90 anni, "solo per dimostrare che un novantenne può farcela, non finisce qui per me. Magari potrei cimentarmi in un terzo sport, qualcosa che abbia a che fare con le mie origini oppure competere in due discipline nella stessa Olimpiade. Ho lottato nel taekwondo, sono andato sulla neve, potrei fare qualcosa nell'acqua. Trovo sempre interessanti le nuove sfide". 


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