C’è un termine inglese per indicare il fenomeno che ha messo in allarme i consumatori. Si chiama shrinkflation tradotto con “sgrammatura” in italiano. Si tratta di un neologismo che unisce il verbo inglese “to shrink” (rimpicciolire) al termine “inflation”, ossia inflazione. Al di là della creatività linguistica, a ben vedere si tratta dell’ennesima furbata delle aziende per mascherare l’aumento del costo degli ingredienti ma che una legge, ora, vorrebbe far emergere.
Veniamo al punto. Quante volte tornando a casa dopo la spesa e aprendo una confezione si ha l’impressione che il contenutosi esaurisca in un numero di giorni inferiore rispetto al solito. Allora viene il sospetto che l’ingordigia abbia preso il sopravvento, che il prodotto finisca subito perché è buono, se è un alimento o, se è un’altra categoria merceologica, come un detersivo, che siamo stati poco attenti nel suo utilizzo.
Il meccanismo invisibile che svuota le confezioni
Ma la realtà è diversa e più semplice: stessa confezione, stesso prezzo ma minor contenuto. Questo significa che, nonostante lo scontrino in cassa resti invariato, la confezione è diventata più leggera. Si tratta di un escamotage utilizzato dai produttori per assorbire l’aumento dei costi delle materie prime causato dagli eventi bellici degli ultimi anni e poter ritoccare i listini in modo nascosto, senza correre il rischio di un calo nelle vendite e di un danno di immagine.
Un discorso che vale soprattutto per quelle aziende che si rivolgono a una fascia di consumatori medio bassa e hanno fatto della stabilità dei prezzi la loro politica commerciale di punta. Così ecco l’inganno di ridurre il contenuto mantenendo invariato il packaging o apportando piccole modifiche, sapendo che difficilmente chi acquista dedica tempo a leggere le indicazioni sulla confezione, scoprendo quindi che il peso del prodotto è diminuito. Inoltre spesso anche il design riesce a suggerire un contenuto maggiore di quello reale.
E questo dà l’impressione di poter continuare a riempire il carrello della spesa a dispetto dell’aumento dell’inflazione, senza accorgersi di una diminuzione del potere d’acquisto, che non è immediatamente evidente come lo sarebbe con un aumento del prezzo assoluto.
Rincari al chilo fino al 200 per cento nei carrelli
Secondo Altroconsumo questa strategia, complice il costo della vita in crescita, fa lievitare i costi al chilo o al litro fino al 200 per cento. Facciamo un esempio: un pacco da 500 grammi venduto a 5 euro costa 10 euro al chilo. Se la confezione scende a 450 grammi e il prezzo rimane a 5 euro, il costo effettivo sale a 11,11 euro al chilogrammo: l’aumento è dell’11,1 per cento, anche se il consumatore continua a vedere sul cartellino gli stessi 5 euro.
Il Codacons, un’altra associazione di difesa dei consumatori, ha stimato che la shrinkflation produrrebbe aumenti occulti medi compresi tra il 10 e il 18 per cento, con punte del 40 per cento, soprattutto per alimentari confezionati, detergenti, carta per la casa e prodotti per l’igiene personale che sono gli articoli per i quali la domanda è più alta.
Dal detersivo per i piatti, alla birra, dal pacco dei biscotti, al dentifricio, dal bagnoschiuma, al prosciutto, nessun prodotto si salva. A volte, l’inganno è addirittura doppio: non solo il contenuto diminuisce ma il prezzo aumenta. In un’analisi, infatti, Altroconsumo ha riscontrato casi di riduzione di grammi o di millilitri di prodotto contenuti nella confezione, contestualmente a una riformulazione del prodotto stesso. Il che rende “l’inganno” meno individuabile.
Ora però una nuova normativa entrata in vigore a luglio, promette un’operazione di trasparenza e di far emergere il fenomeno anche se Bruxelles ci ha messo lo zampino depotenziando l’efficacia.
Il braccio di ferro tra Roma e la Commissione europea
L’Italia, infatti, era già intervenuta sulla shrinkflation con la legge annuale per il mercato e la concorrenza, approvata nel dicembre 2024. L’articolo 23 aveva inserito nel Codice del consumo una precisazione, il 15-bis, dedicato al «riporzionamento dei prodotti preconfezionati». La norma riguardava gli articoli che, pur conservando la precedente confezione, subivano una riduzione della quantità e un conseguente aumento del prezzo per unità di misura. In questi casi il produttore, secondo la legge, avrebbe dovuto segnalare sulla confezione, anche tramite un’etichetta adesiva, che «contiene un prodotto inferiore di (…) rispetto alla precedente quantità».
La norma avrebbe dovuto essere applicata a partire dall’1 aprile 2025, ma poi è stata spostata al 1° ottobre dello stesso anno per evitare la procedura di infrazione da parte della Commissione europea. Secondo Bruxelles le etichette obbligatorie “anti-shrinkflation” avrebbero violato le norme Ue sulla libera circolazione delle merci. Nella lettera di messa in mora, la Commissione spiegava che «pur riconoscendo l’importanza di informare i consumatori riguardo a tali modifiche, l’obbligo di riportare questa informazione direttamente su ciascun prodotto interessato non sembra proporzionato. I requisiti nazionali in materia di etichettatura – secondo Bruxelles – rappresentano un notevole ostacolo al mercato interno e compromettono gravemente la libera circolazione delle merci». La lettera terminava dicendo che «sono disponibili altre opzioni meno restrittive».
Cartelli nei negozi e il nodo dei controlli
Il governo ha dovuto quindi rimettere mano alla norma e l’entrata in vigore è slittata al luglio di questo anno. Nel nuovo testo produttori e distributori dovrebbero comunicare ai venditori la riduzione della quantità e l’aumento percentuale del prezzo. Spetterebbe poi ai commercianti informare i consumatori nel punto vendita, con cartelli o avvisi. La comunicazione resterebbe visibile soltanto per tre mesi, anziché i sei della precedente versione della norma, dalla commercializzazione del prodotto nella nuova quantità. «Va apprezzata una legge che ha come obiettivo l’informazione trasparente. Ci auguriamo che i soggetti coinvolti lo facciano, ma è difficile svolgere dei controlli», commenta Antonella Borrometi, esperta di Altroconsumo, e sottolinea che «sarebbe stato anche utile prevedere l’inserimento del peso netto o del volume del prodotto, in evidenza sul fronte della confezione in modo che il consumatore possa più facilmente notare un eventuale cambiamento».
Borrometi poi mette in evidenza anche un altro fenomeno. «Assistiamo spesso a una sorta di declinazione della shrinkflation. Capita che i produttori cambino leggermente la formulazione di un prodotto che quindi diventa tecnicamente diverso dal precedente, facendo cadere di conseguenza l’obbligo di informazione al consumatore, oltre al fatto che il confronto prezzo-formato diventa più difficile».
Il Codacons sottolinea il punto debole del nuovo sistema: «Dipende dalla trasmissione corretta dei dati lungo tutta la catena commerciale e da come ciascun venditore li presenterà al pubblico». E così come spesso accade quando Bruxelles si mette di mezzo, le cose si complicano facendo passare in secondo piano le esigenze dei consumatori.
