Suor Cristina, l'icona pop della Chiesa che cambia
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Suor Cristina, l'icona pop della Chiesa che cambia
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Suor Cristina, l'icona pop della Chiesa che cambia

Un successo inatteso e clamoroso quello dell'inusuale concorrente di The Voice, testimonial perfetta della "nuova Chiesa" di Papa Francesco

Suor Cristina, la nuova star di The Voice che ha commosso J Ax cantando No One di Alicia Keys, spopola sul web guadagnando in pochissimo tempo 13 milioni di visualizzazioni su YouTube.
La sua storia è quella di una ragazza ribelle che ha scoperto da poco la Fede e in passato aveva tentato senza successo di entrare anche a X-Factor e ad Amici.
Di fronte alla sua performance, diventata virale, non manca chi, nei commenti al video e agli articoli che la riguardano, per la maggior parte positivi, la considera un comportamento poco consono per una sposa di Cristo, che ricorda piuttosto Whoopi Goldberg in Sister Act.
Da Suor Germana a Suor Cristina il salto è enorme.

Siamo entrati nell’era pop della Chiesa Cattolica sotto la guida di Papa Bergoglio?

Da ateo convinto, come molti, ho fatto le elementari dalle suore. E non sopporto chi, per posa o convinzione, sbeffeggia la Fede relegandola a mera superstizione.
Per me, l’anticlericalismo, non è altro che una forma di arteriosclerosi.
La mia maestra, che ricordo con affettuoso rispetto, Suor Maria Elisa, era anni luce dalla versione sgargiante di questa suora che partecipa ai talent show. Già mi sembrava appartenere a un’altra galassia il mondo narrativo di Dio vede e provvede, fiction tv in cui Angela Finocchiaro interpretava Suor Amelia, una finta suora che viveva le avventure più improbabili in un contesto che mischiava fede e redenzione con i canoni narrativi della commedia.

Figurarsi questa che canta in tv ed è stata allieva dell’ex attrice a luci rosse Claudia Koll!

Non fatico perciò a capire chi nutre una certa nostalgia per l’aspetto reazionario della Chiesa, per l’intransigente funzione di freno a ogni cambiamento, dalle tonalità rassicuranti. Standone beatamente al di fuori, m’immagino perfettamente i sentimenti di chi, trovandosi vicino o all’interno della Chiesa, nelle sue molte organizzazioni, vive con sgomento questo passaggio cruciale, in cui il marketing sembra la miglior risposta alla secolarizzazione: attraverso telefonate e gesti minuti s’infiammano i cuori dei fedeli molto più che attraverso le encicliche.
Francesco, fin dal nome, fin dalla prima sera, è stato mediaticamente eletto Papa del cambiamento. E oggi tutto sembra davvero cambiato, per sempre.

Eppure, non deve sfuggire ai commentatori più avveduti che Bergoglio non è un francescano, ma un gesuita. La fusione di queste due anime della Chiesa, che il nuovo Papa incarna quale grandioso performer, è il suo capolavoro politico. Impossibile pensarlo davvero distante dal rigore e dalla dottrina.

Impossibile, per chi non voglia essere intellettualmente disonesto, non inchinarsi davanti al genio personale con cui interpreta le difficili prove che la Chiesa deve affrontare in questo secolo in cui il passaggio di testimone tra Occidente e Oriente nella leadership del Mercato, che provocherà non pochi sconvolgimenti, vede la Chiesa dislocata geograficamente nella parte vecchia del mondo, costretta a trovare un collegamento con le nuove potenze, prima di tutto demografiche, che sono la vera fabbrica del futuro.

Il “Papa venuto dalla fine del mondo” ha il compito non facile di decurializzare la Chiesa, in passato eccessivamente romanocentrica, e dare spazio alle conferenze episcopali dei Paesi emersi più che emergenti, trovando il modo di centralizzare istanze economiche e sociali che provengono dalle altre galassie dell’umanità, pena l’irrilevanza politica e spirituale.
Questa veste pop, più che snaturare la Chiesa, la imbelletta per le sue nuove sfide strategiche. Non ultima la crisi delle vocazioni, vero nodo da affrontare per guardare avanti. Il reclutamento di nuove energie è stato il terreno su cui più si era battuto a suo tempo Giovanni Paolo II, nel cui segno Ratzinger aveva tentato di restare.
Oggi, Suor Cristina, più di Suor Germana, può mantener vivo l’entusiasmo in una Fede in perenne scontro con la crisi di valori in cui sono immersi i giovani, che nei talent show vedono solo l’occasione di soldi facili e nel successo individuano la loro unica religione per uscire dal baratro del nichilismo, offerto loro da squinternati filosofi sordi a ogni umanità.

Anche perché qual è l’alternativa? Meglio che i teenager seguano Suor Cristina piuttosto che i compiaciuti e autoreferenziali intellettuali, sprofondati in un laicismo militante che li riduce, prima o dopo, a “baciapile” inconsapevoli.

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