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Bambina mia, ti spiego che cosa significa (davvero) essere papà di una femmina

DIARIO DEI GIORNI DISPARI

17 marzo ’16 – E poi, Agnese, mentre navigo in rete per lavoro, mi viene incontro il testo di una donna. Ed è una pagina bellissima. Che spiega cosa significhi essere mamma di un maschio. E mentre la rileggo, annuendo convinto e pensando a quanta verità ci sia dentro quelle righe, mi viene in mente che anche essere papà di una femmina comporta una serie di sforzi e tentativi, di agilità e convinzioni, di incertezze e soddisfazioni, di emozioni e gelosie…

Perché essere papà di una femmina, Agnese piccola, richiede velocità. Di pensiero e di azione, per esempio. Io l’ho capito da subito, assistendo ai tuoi bagnetti con mamma. Ti vedo lì, immersa nella vaschetta, nella tua rosea rotondità, e mentre penso che, da uomo, farei di tutto per proteggerti, non mi capacito di come tu non riesca a stare ferma. E d’istinto, stupidamente, mi viene da commentare che se ne volevo un secondo squeto come il primo, avrei fatto un altro figlio maschio. Ma poi, mentre mamma ti passa la spugna sotto le ascelle e tu ridi per il solletico, all’istinto del primo si sostituisce la ragione di un secondo pensiero: ma chi l’ha detto che le femmine debbano essere meno squete dei maschi? Ma da dove cavolo mi vengono (a me figlio di una femminista sessantottina, per giunta) ‘sti paragoni novecenteschi? E mentre la mamma ti sta già passando la crema sui piedini, i due pensieri dentro fanno contatto e vanno in corto circuito. Provo a resettare tutto e mi sorprendo a sperare che tu, mia piccolina, sia abbastanza squeta, negli anni a venire, proprio per non farti incastrare dentro certi stereotipi. E penso che dovrò insegnarti, anzi, a lottare con il doppio della determinazione, se vorrai essere considerata all’altezza dei maschietti; che dovrò farne parecchia di strada per starti dietro, per star dietro cioè alle lezioni di pragmatismo che tua mamma ti sta già insegnando: visto che io sono rimasto solo, con le mie paturnie, nel buio del bagno, mentre voi, impigiamate, siete già pronte per le coccole e la nanna.

Essere papà di una femmina, signorinella squeta, richiede una forza d’animo non comune: utile a non sciogliermi quando mi dirai che sono io il tuo principe azzurro e a non morire di gelosia quando, alla fine, uscirai con un compagno di scuola, brufoloso e spettinato, che ti farà sentire una regina anche su uno scooter smarmittato. Essere papà di una femmina significa (imparare a) fingere. Fingere che venirti a prendere, a notte fonda, di ritorno da una festa, non sia un problema (e che anzi sia un buon modo per ingannare il sonno). E poi fingere, già oggi, di essere pronto domani ad accettare il tuo primo rossetto sulle labbra, il piercing all’ombelico o un tatuaggio dietro l’orecchio. Parti di te in cui, ora, affondo il naso in cerca di quell’odore di buono e pulito che mi fa sentire vivo. Parti di te che, un giorno, regaleranno la loro meraviglia a qualcun altro.

Essere papà di una femmina è gelosia preventiva. Perché già so che soffrirò, per esempio, le volte che vorrai parlare delle cose tue con mamma e non con me. Essere papà di una femmina richiede una certa dose di costanza. Nell’insegnarti, con l’esempio, a portare rispetto per gli altri e pretenderlo per te stessa; a non sentirti più brava di altre, ma unica e speciale sì; a dire la tua senza timori e ad accettare di sentirsi rispondere no; a impegnarti per cambiare le cose che non ti vanno e a condividere quelle che ti piacciono; a riconoscere che la bellezza è cosa troppo grande (e intima) perché stia tutta in una borsetta firmata o in una taglia da manichino; ad apprendere che non è vero che dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna (e viceversa): una grande donna sta di fianco al (suo) grande uomo, non dietro.

Essere papà di una femmina è una dolce illusione, biondina: di ipotizzare per il tuo domani un film diverso da quello che toccherà a te sola dirigere e recitare; di immaginare il momento in cui, con il tuo sguardo da donna (e il tuo piglio da donna e il tuo trucco da donna) verrai a dirci di volertene andare. Lontano. E mentre mamma tra le lacrime ti augurerà buon viaggio, abbozzando un sorriso io ti dirò: “Stai attenta, bambina mia”.

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